Le ideologie sono morte nei fatti, molto meno nei cuori. Quando nel 1989 il crollo del muro di Berlino dette la stura al disfacimento dell’impero sovietico e del sistema comunista, gli eventi
subirono un’accelerazione planetaria. Via l’Urss, via i radicalismi, in Italia via il vecchio Pci, il più forte partito comunista europeo. In quegli anni tutto avveniva molto, troppo in fretta. Le nomenklature, pressate dalla necessità di sopravvivere alle macerie, inventavano svolte e riposizionamenti epocali che, proprio perché epocali, avevano bisogno di tempo per essere assimilati. Tempo che, in Italia ad esempio, il vecchio Pci non aveva e dunque la rivoluzione fu più subita che assimilata. Tangentopoli fece il resto, mise da parte il travaglio interno del Pci-Pds, spazzò via un’intera classe politica come se fosse l’unica responsabile dei mali d’Italia, accreditò la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto spianandole la strada verso vittorie infinite se non fosse intervenuto lo stop di Silvio Berlusconi nelle elezioni del 1994. E così la Seconda Repubblica che doveva nascere sulle macerie delle ideologie cominciò proprio con un sotterraneo scontro ideologico rappresentato da una sorta di referendum fra comunismo e anticomunismo.
Il resto è storia nota. Quattordici anni di contrapposizione frontale dove ciascuno ha dato il peggio di sé: gli ex comunisti che non hanno mai fatto i conti con il loro passato, Berlusconi che, non sempre per colpa sua, ha dilapidato un bel patrimonio elettorale.
Nel frattempo le ideologie restavano merce in svendita al mercato della politica ma siccome nessuno può resistere senza religione ecco nascere il nuovo CREDO degli anni 2000: la novità. Siccome, evidentemente, tutti si vergognano del vecchio, vince le elezioni chi sa proporre qualcosa di nuovo. Fu così con Berlusconi nel 1994 e nel 2001, e’ stato così anche nel 2006 con la sinistra radicale al governo. E così è ora con i due maggiori partiti, Pd e Pdl, che non hanno nulla su cui scontrarsi (più o meno hanno lo stesso nome, gli stessi programmi e le stesse ricette) e allora fanno a gara a contendersi il primato della novità. Di cui fa parte un buonismo di facciata che dovrebbe stemperare i toni della campagna elettorale.
E’ davvero così? Davvero le ideologie sono morte e l’Italia ha recuperato un fair play finora sconosciuto? Lecito dubitarne. Anche perché a leggere bene fra le righe della campagna elettorale si ha l’impressione che se i leader smorzano i toni c’è sempre qualcuno (un alleato minore, un giornale) che rialza il volume. Perché sanno che il nuovo non è mai cominciato e il vecchio può sempre servire a qualcosa. Comprese le ideologie che stanno laggiù in cassetto in fondo al cuore ma che all’occasione conviene rispolverare.
Enrico Buffoni

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