C’è un aspetto dell’accordo tra PD e radicali sul quale non è lecito sorvolare perché incide profondamente sul modo di fare politica e sui principi fondamentali della rappresentanza elettorale.
Ci riferiamo alla cifra pattuita (chi dice cinque milioni di euro, chi tre) che il partito di Veltroni dovrà versare a quello di Pannella come quota parte del “rimborso” elettorale.
Non ci interessa discutere se tutto ciò sia coerente con la contrarietà al finanziamento pubblico dei partiti sempre asserita dai radicali. La coerenza e il modo di intenderla la lasciamo alle sensibilità personali.
La questione importante è un’altra e riguarda le modalità del pagamento della cifra: i soldi dal PD ai radicali saranno conferiti “a rate”, secondo la logica di quella finzione che si chiama rimborso elettorale ma è, in realtà, un vero e proprio finanziamento all’attività dei partiti.
Per carità: non parliamo di rapporto “a libro paga”. Ma si ammetterà che prendere i soldi da un altro partito non è come prenderli direttamente dallo stato.
E se ad un certo punto non ci fosse più accordo sulle questioni che via via si presentano? E se, in questo Paese così litigioso ci fossero interpretazioni diverse delle varie clausole?
E se i soldi da dare diventassero strumento di pressione politica?
Ci fermiamo con le domande. Sono sufficienti a farci registrare un ulteriore decadimento morale della politica. E ad una nuova patente violazione della Costituzione, che vuole che i parlamentari esercitino la loro funzione senza vincolo di mandato.
P.

I radicali si sono sempre opposti, soli nel parlamento con rarissime personali eccezioni, a finanziamenti pubblici e finti rimborsi elettorali.
Secondo il ragionamento del signor P., dovrebbero, per coerenza, rinunciarvi e lasciarne la piena disponibilità pro quota ai sostenitori dell’ennesimo furto legalizzato.
Ho sempre sostenuto, fintanto che ho votato radicale, per 30 anni, e anche dopo, un partito che chiedeva l’innalzamento dell’età minima di pensionamento a 65 anni, nella considerazione, da me condivisa, dell’interesse generale. A chi ora mi rimproverasse una mancanza di coerenza per aver dato le mie dimissioni dal lavoro a soli 58 anni non esiterei a rispondere male…anche a rate, se preferisse.
Valerio Giannellini
Il senatore De gregorio ne sa qualcosa!