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“La laicità dello Stato non è una scatola vuota; è il rispecchiamento istituzionale del laicismo etico”

Pubblichiamo una sintesi l’intervento di Valerio Zanone, senatore della Margherita e storico leader del PLI, sulla laicità, tenutosi il 16/09 a Roma presso Villa il Vascello.

di Redazione Pensalibero.it | 21 Settembre 2006

Tre premesse sui referenti concettuali. Prima avvertenza: fare attenzione alla presunta antitesi fra laicità e laicismo. Se la si passa per buona si offre il fianco agli atei devoti, che considerano la laicità vuota di valori e quindi insufficiente a contrastare i fondamentalismi. La laicità dello Stato non è una scatola vuota; è il rispecchiamento istituzionale del laicismo etico, ossia dell’etica che assume come valore, e quindi come diritto inalienabile dell’individuo, la libertà di coscienza. I laici non sono i guardiani di una stanza vuota di valori, perché l’etica laica, ossia l’etica che non pretende certezze di verità assoluta e perciò garantisce la tolleranza ed il dialogo, è fondata sul valore della libertà di coscienza, primo e fondamentale diritto riconosciuto dal costituzionalismo liberale.

Seconda avvertenza: smentire l’obiezione che addebita ai laici di voler confinare la religione unicamente nella sfera privata. Nella condizione soprattutto italiana ma non soltanto italiana l’addebito sfiora l’assurdo eppure fra gli atei devoti (di nuovo loro) c’è chi accusa i laici di voler confinare la religione nella sfera privata come in un ghetto: termine che per la storia terribile che evoca andrebbe trattato con maggiore cautela, essendo noto che a costruire i ghetti non furono i laici. In realtà la riduzione della religione nella sfera privata è un antefatto storico che concerne il passaggio dei servizi pubblici dall’organizzazione della Chiesa e delle parrocchie all’organizzazione dello Stato e dei comuni, cioè l’organizzazione dello Stato nei confronti della Chiesa non come istituzione religiosa ma come potenza mondana. La libertà di coscienza e quindi la libertà di professare la propria fede e di partecipare ad organizzazioni religiose si esercita pienamente nella sfera pubblica se per essa di intenda il pluralismo della società civile; ciò che va preservato è l’ordinamento normativo dello Stato, che è appunto la garanzia di quel pluralismo e quindi deve essere eticamente neutrale. Se si accetta la laicità dello Stato non si possono accettare etiche di Stato. Lo Stato laico è neutrale, non vuoto.

Terza ed ultima avvertenza: non prestarsi alla manipolazione semantica del concetto di relativismo. La manipolazione consiste nel confondere il relativismo assoluto con il relativismo storico. Il relativismo assoluto, ossia l’indifferenza verso i valori morali e la loro equiparazione, è altra cosa dal relativismo storico, che soprattutto nella cultura italiana, ma non soltanto italiana, è un altro nome dello storicismo. Il relativismo storico non è indifferente ai valori morali, al contrario li conosce e valuta ponendoli in reciproca relazione e seguendo la loro variazione lungo il processo storico di incivilimento. In quanto tale è necessariamente praticato anche dalla Chiesa, che non potrebbe certamente difendere una lunga serie di princìpi di etica pratica proclamati nel suo passato storico.

Riassumendo le premesse: 1) la laicità non è uno spazio vuoto ma uno spazio di civile convivenza, ascolto, dialogo, rispetto; 2) il laicismo non è ostilità ai valori religiosi ma eguale libertà per quei valori di manifestarsi nella società civile sotto il presidio dello Stato laico; 3) il relativismo non è assenza di scelte morali ma acquisto progressivo di moralità che si produce lungo il processo di civilizzazione.

Adesso resta il tempo di lasciare le premesse per applicarle all’Italia di oggi. Ho già insistito sul fatto recente, non nuovo, dell’insorgenza degli atei devoti ossia di politici ed intellettuali non tutti e non necessariamente religiosi quanto alle proprie convinzioni personali, che tuttavia si fanno banditori della religione come instrumentum regni. La loro apparizione è stata incoraggiata dal crescente rilievo politico guadagnato negli Stati Uniti da talune sètte protestanti.
Si usa contrapporre il laicismo europeo alla religiosità americana. Però si omette di ricordare che quella religiosità diffusa anche nelle sedi pubbliche ha un fondamento laico nel primo emendamento del Bill of Rights (1791): “il congresso non potrà fare alcuna legge per il riconoscimento di qualsiasi religione, o per proibirne il libero culto“. Appunto, la neutralità dell’ordinamento normativo.
Al confronto è ragionevole pensare che certe asprezze del laicismo italiano siano giustificate dal ruolo esclusivo prima e preferenziale poi rivendicato dalla Chiesa cattolica nei rapporti con lo Stato.
E’ superfluo in questa sede ed in questo luogo rievocare il peso che nella storia unitaria della Nazione hanno avuto la questione romana, poi i patti sanciti nel 1929, recepiti nel 1947, riformati nel 1984. Sono nel Senato di oggi uno fra i pochissimi che non votarono a favore del Concordato nel 1984, ma non voglio insistere sugli storici steccati; vorrei soltanto che nessuno ne costruisse di nuovi.
Un insigne giurista di ferma fede cattolica quale Leopoldo Elia ha l’altro giorno riconosciuto a in un convegno a Frascati che il regime concordatario è ovviamente incompatibile con la parità delle confessioni nei rapporti con lo Stato; ed infatti l’articolo 8 della Costituzione non parla di eguaglianza delle confessioni ma della loro eguale libertà. Se guardiamo al futuro è dall’articolo 8 e non dall’articolo 7 che conviene partire come norma basilare. Il carattere basilare dell’articolo 8 fu riconosciuto in uno dei suoi ultimi discorsi dal principale artefice dell’articolo 7, Giuseppe Dossetti.

Di più stringente attualità sono due questioni che richiedono un lungo discorso ma qui possono essere trattate solo con brevi parole: la linea occidentale di difesa contro il fondamentalismo islamico e la legislazione in materia di diritti civili, in primo luogo di diritti della vita.
Il fondamentalismo islamico non combatte una guerra di religione, il suo nemico dichiarato è il laicismo occidentale derivante dal processo di secolarizzazione nei costumi di vita. Per venire a confronto con l’Islam dobbiamo venire a confronto anzitutto con l’euroislam, il mondo islamico che abbiamo in casa, cresce rapidamente, e deve trovare una società ospitale a condizione che non pretenda di aggrumarsi in gruppi identitari chiusi. La società aperta ha il diritto e dovere di richiedere ai nuovi cittadini che premono per accedervi di far prevalere sulle identità comunitarie chiuse i diritti delle identità individuali; è una questione costituzionale che va vista anche nel formato europeo, affinchè riceva al più presto piena efficacia anche giuridica la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. All’esordio della sua modernità l’Europa ha pagato al prezzo delle guerre di religione l’acquisto del principio di tolleranza. Non è un principio riduttivo né remissivo; chi crede sul serio nel principio di tolleranza non può tollerare gli intolleranti.

Infine, e scusandomi della necessaria sommarietà in materie tanto complesse, l’etica della vita e il diritto della vita dal concepimento alla fine. Qui valgono più che mai le scelte di coscienza e di responsabilità individuali. La mia convinzione personale è che del diritto alla vita facciano parte, in determinate condizioni estreme, anche il diritto di non nascere e il diritto di porre termine a condizioni di vita insostenibili. Vedo in ciò una interpretazione, forse duramente realistica, del principio che nella costituzione europea è posto perfino prima della libertà; il principio della dignità personale, intesa come possibilità effettiva di costruire ed esercitare la propria personalità.
Certo non pretendo che la mia convinzione personale sia condivisa da chi è ispirato da sincere convinzioni di fede e vuole personalmente attenersi agli obblighi di comportamento che ne derivano. La questione da porre è altra, consiste nel chiedersi se e fino a qual punto le convinzioni individuali possano tradursi in vincoli giuridici, obbligatori anche per quanti non le condividano; ed anche nel caso in cui quanti non le condividano siano una minoranza.
Il principio democratico della deliberazione normativa a maggioranza trova nelle democrazie liberali un limite invalicabile, che è quello delle libertà individuali costituzionalmente riconosciute e protette. La cultura del laicismo è anche, sempre, cultura del limite: in questo caso il limite prescrive di non tradurre i precetti di fede in norme di legge, di non presumere che la maggioranza sia portatrice di certezze assolute, di lasciare aperta alla scienza la libertà di ricerca che procede per congetture e confutazioni, di ricercare nel pluralismo delle etiche individuali sempre lo spazio per il confronto e l’approdo di un compromesso kelseniano, un compromesso che sia tanto ampiamente condiviso da potersi tradurre nelle scelte pubbliche. La Costituzione italiana, come la generalità delle costituzioni liberali, esclude per i parlamentari il vincolo di mandato al fine di tutelarne la libertà di coscienza; io credo che i legislatori debbano esercitarla tenendo conto anche della libertà dei destinatari delle norme, per non abusare del proprio potere.
Ed in tal senso credo che la laicità sia, al fondo, il modo di essere della società libera: se vogliamo come dobbiamo volere che la libertà valga per tutti e consenta a tutti una convivenza civile, in cui ciascuno rispetti le ragioni degli altri senza dover abdicare dalle proprie.

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