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“La Coop sei tu”. Così Unicoop macina miliardi e aggira la concorrenza. Il successo di “Falce e carrello”

di Redazione Pensalibero.it | 4 Ottobre 2007

Finirà in tribunale la guerra fra Esselunga e Coop. Le cooperative hanno risposto all’attacco di Caprotti con la notizia che citeranno il concorrente per alterazione fraudolenta delle condizioni di mercato perché la centrale acquisti di cui si serve Esselunga, anni addietro, entrò in possesso di alcuni documenti dai quali risultavano i prezzi che le Coop ottenevano dai fornitori. Grazie a queste notizie Esselunga sarebbe riuscita a modulare i suoi prezzi tenendo conto, in anticipo, della concorrenza. Della diatriba risentiremo parlare in futuro, anche perché Esselunga ha subito messo i puntini sulle “i” all’accusa della Coop. Intanto però c’è da notare che quest’ultima non ha risposto nel merito ai rilievi contenuti nel libro “Falce e carrello”. Questi si articolano soprattutto su tre questioni: 1) la sostanziale continuità di interessi fra amministratori di sinistra e supermercati del movimento cooperativo 2) le agevolazioni fiscali che, in quanto cooperative, hanno le coop 3) la possibilità di usufruire, anche senza avere la natura di banca, dei finanziamenti che derivano dai “prestiti sociali”. Non sono questioni di poco conto. La somma di tutte e tre spiega come hanno fatto le coop a conquistare in pochi anni, ad esempio, il primato nella grande distribuzione italiana un quarto della quale è ormai a marchio coop. Per avere un termine di paragone basti pensare che il secondo grande distributore operante in Italia, la francese Carrefour, ha una quota di poco superiore al 10 per cento. Anni addietro il gruppo Luxottica aveva rilevato, insieme a Benetton, i marchi Gs e Autogrill dalla Sme. Poco dopo gli stessi furono ceduti a Carrefour proprio per le difficoltà riscontrate in molti comuni ad aprire nuovi punti vendita. Oggi il sistema coop, in una regione come l’Emilia Romagna, controlla la stragrande maggioranza della grande distribuzione. Mentre ad esempio in Lombardia nessuna catena di grande distribuzione supera il 10 per cento del mercato. L’esperienza coop è un caso isolato anche in Europa. Non perché in Francia o Germania non ci siano supermercati del movimento cooperativo ma perché in nessuna realtà hanno la rilevanza che hanno in Italia. Da noi infatti le coop sono cresciute a dismisura proprio per le tre ragioni dette. Chi vive in città amministrate prevalentemente, se non da sempre, dalla sinistra sa come funziona il meccanismo delle licenze. Non serve quanto racconta Caprotti relativamente al caso Bologna. E’ più illuminante analizzare la quota di mercato Coop nelle province italiane. Più alta è quella percentuale, più anni sono che la sinistra governa gli enti locali. L’elenco parla da solo. Analizziamo le 15 province dove la quota di mercato supera il 40 per cento (fra parentesi la quota effettivamente detenuta da Coop): Siena, 77,97; Livorno, 63,09; Arezzo, 61,98; Firenze, 59,47; Grosseto, 58,63; Modena, 57,13; Bologna, 57,07; Spezia, 52,89; Pistoia, 51,71; Ferrara, 51,45; Savona, 51,35; Ravenna, 51,13; Genova, 48,10; Reggio Emilia, 42,68. Ci sono poi altre 19 province dove la percentuale oscilla dal 20 al 40% e altre 44 dove è inferiore al 20 per cento. Il primo gruppo è quello dove le amministrazioni sono sempre state, o quasi, di sinistra. Il secondo quello dove negli anni le amministrazioni sono state prevalentemente di sinistra. Il terzo dove la sinistra ha governato in modo saltuario.Ma “l’aiuto” locale non basta da solo a spiegare il successo delle coop. Più importanti a questo proposito le altre due agevolazioni, questa volta previste dalla legge: la riduzione del peso fiscale e la possibilità di raccogliere denaro dai soci/consumatori. I vantaggi concessi dal fisco si commentano da soli: deducibilità dall’imponibile del 70% dell’IRES, l’imposta sul reddito delle società, deducibilità integrale degli utili destinati a riserve obbligatorie, deducibilità del 70% degli utili destinati a riserva volontaria indivisibile. Grazie a questo meccanismo l’IRES ha un’incidenza sull’utile lordo di una coop del 17% a fronte del 43% di una società normale. Fin qui si tratta però di risparmi. Con l’ultimo dei vantaggi previsti si dà addirittura alle coop la possibilità di raccogliere direttamente del denaro, a costi ancora una volta inferiori a quelli del normale mercato bancario. Si tratta del “prestito sociale”, in pratica i soci/consumatori danno il loro denaro alla cooperativa come se fosse una banca e la cooperativa riconosce loro un interesse che è superiore a quelli praticati dagli istituti di credito grazie all’abbattimento di oltre il 50% dell’imposta sugli interessi, il 12,5% invece del normale 27%.
Tutto questo perché alle coop di consumo viene riconosciuta la qualifica di “cooperative a mutualità prevalente” cioè come se svolgessero la loro attività prevalentemente a favore dei soci. In realtà non è così perché a coloro che si iscrivono come soci vengono riservate solo delle offerte una tantum su uno o due prodotti particolari mentre tutta la gamma di prodotti in vendita, a prezzi uguali a quelli della normale concorrenza, sono venduti a tutti senza distinzioni fra soci e no.
G. M.

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, arezzo, bologna, consumatori, costi, europa, firenze, fisco, francia, futuro, genova, germania, istituti di credito, italia, livorno, lombardia, mercato, merito, movimento, natura, notizia, pistoia, reggio emilia, siena

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