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“I HAVE A DREAM”
Perché il sogno appartiene a tutti noi

Cari amici,
Tuttocchiali è stato sfrattato. Si è presentata al condominio Chiara Boriosi con una proposta sontuosa e le è stato ceduto lo spazio sinora occupato dai miei corsivi. Anche se mi ero affezionato al mio piccolo appartamento, trovo che non potrebbe essere occupato meglio. Tornerò a trovarvi di tanto in tanto se gli amici vorranno darmi ospitalità in qualche altro buco della Home.

Tuttocchiali

Non ritengo Obama un Messia – forse perché non credo ai Messia – ma ho fiducia in lui, perché la storia della sua vita è fatta di impegno, volontà, determinazione e convinzione, dunque credo che un uomo così possa stare alla Casa Bianca con maggiore credibilità rispetto al suo predecessore. E sì, mi piace che sia afroamericano. E su questo tema si è aperto il vero punto cruciale del dibattito.

di Chiara Boriosi | 10 Novembre 2008

Ci sono provocazioni intellettuali che meritano di essere raccolte, se non altro perché ci sfidano a misurare la profondità delle nostre convinzioni non in campo teorico ma sul terreno basico della quotidianità. A quanto pare, l’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti ha acceso su questo sito un dibattito che poco ha a che vedere con la portata politica dell’evento ma invece accende, o riaccende, antiche diatribe culturali, forse mai risolte, e ci pare che anche questo sia un elemento positivo da addebitare comunque al successo di Obama. Se avesse vinto McCain, staremmo qui a discutere sulla terribile eventualità di un suo terzo infarto e dunque sull’ancor più terribile eventualità di vedere il più potente paese del mondo affidato alle mani di Sarah Palin, la cui profonda ignoranza unita ad un integralismo settario e ad un’arroganza congenita, ci farebbero molta più paura di Al Qaeda – questo sia detto con buona pace di Gasparri, dunque intanto grazie Obama, almeno di questo.
Come sicuramente avrete letto, sotto l’editoriale di Nicola Cariglia dedicato all’elezione di Obama si è sviluppato un confronto come, ammettiamolo, su questo sito non si vedeva da tempo, e giustamente il nostro Direttore ha sottolineato che ciò è indice di un innegabile interesse che il personaggio Obama, prima ancora che la sua vittoria, ha creato a livello planetario. C’è chi ritiene che questo sia una sorta di razzismo rovesciato, chi invece pensa che in fondo la versione elegante e di classe che Obama offre dell’afroamericano sia un’occasione per gli americani per un lavacro della coscienza collettiva in materia di discriminazioni razziali. C’è poi chi vede in Obama nient’altro che un prodotto di mercato offerto all’ingordigia delle masse in tempi di recessione, e chi invece pensa che ci siano cose più importanti di cui occuparsi. Personalmente, e lo dico in breve perché non è questo l’argomento di cui mi preme trattare, ritengo Obama un’opportunità che avrei voluto veder offerta anche al nostro arteriosclerotico Paese; la sua capacità di mobilitare un numero impressionante di volontari, di avvicinare ed appassionare alla politica attiva migliaia di giovani che se ne erano tenuti distanti ritenendola solo un corpo estraneo alle loro vite o, nel migliore dei casi, un male necessario, la sua abilità nell’ottenere un voto ampiamente trasversale, praticamente in ogni fascia di una popolazione estremamente composita, la sua sobrietà, il suo equilibrio ed anche la sua intelligenza nello scegliersi un gruppo di collaboratori di grande talento, mi fanno amaramente rimpiangere tutto ciò che manca invece a noi italiani, compresa la concreta possibilità di scegliersi i propri rappresentanti attraverso un meccanismo autenticamente democratico come quello delle primarie, mentre noi subiamo le scelte dei partiti ed abbiamo un Parlamen to non di eletti ma di nominati dalle segreterie di partito.! Che ci piaccia o meno. Non ritengo Obama un Messia – forse perché non credo ai Messia – ma ho fiducia in lui, perché la storia della sua vita è fatta di impegno, volontà, determinazione e convinzione, dunque credo che un uomo così possa stare alla Casa Bianca con maggiore credibilità rispetto al suo predecessore. E sì, mi piace che sia afroamericano. E su questo tema si è aperto il vero punto cruciale del dibattito. Perché i richiami alla lotta contro la segregazione razziale, al riconoscimento dei diritti civili dei neri americani, al sacrificio di tante vite, sono stati considerati se non retorici, peggio, inappropriati, come se Obama fosse un impostore per il solo fatto di non provenire da un ghetto, e tutta la storia degli ultimi due secoli una sorta di favola nera – nel senso razziale del termine – da raccontare ai bambini nelle scuole, quando non vengono trascinati in piazza a sputacchiare la Gelmini. Ora , è indubbio che la segregazione razziale negli Stati Uniti abbia rappresentato una forma gravissima ed ingiustificabile di violazione di ogni diritto civile, peraltro assicurato dalla Costituzione di quel Paese, che si è protratta fino a tempi impensabili in una democrazia moderna, basti pensare che il Civil Rights Act che concede il diritto di voto ai neri è dell’anno 1957, ma bisogna arrivare al 1965 perché il presidente Johnson abolisca la segregazione in ogni campo sociale e civile, e basterebbe questa scansione cronologica che ci riporta a tempi così vicini ai nostri per farci rallegrare dell’elezione di Obama. E’caduto il muro di Berlino, mettendo fine ad un regime spietato che ha causato dieci milioni di morti, e lo abbiamo considerato un momento epocale, dunque non vedo perché non si debba riconoscere la stessa valenza alla caduta di un muro razziale che ha permesso ad un afroamericano di diventare il Presidente di un Paese che fino a quarant’anni fa non gli ! avrebbe permesso neanche di entrare nello stesso locale frequentato dai bianchi. Ma la provocazione intellettuale di cui parlavo all’inizio non sta in questo, quanto nella negazione della validità delle basi del pensiero di Martin Luther King e nella spiegazione della differenza fra le persecuzioni vissute in Europa nei cosiddetti secoli bui e quella subita dai neri americani contro cui King si è battuto. Le culture occidentali sopravvissute alla persecuzione, si sostiene, di fatto erano omologhe a quelle di chi voleva sopprimerle, e dunque in virtù di questo, sia pure per vie sotterranee, sono sopravvissute, mentre il pensiero di Martin Luther King è direttamente derivato da quello dei suoi persecutori, e votato al fallimento perché espressione di una figura inesistente, ovvero il nero idealista che non ha alcun legame con le proprie radici ma che è un ibrido mal riuscito fra ragioni di mercato e idealismo di massa, chissà perché destinato a sbriciolarsi con il cro llo di Wall Street. Pertanto il “sogno” di cui parlava King – e per il quale, giova ricordarlo, è stato assassinato – è una sorta di illusione collettiva che non ha alcun fondamento reale. Bene, ci pare giusto intanto sottolineare che Martin Luther King non era solo un pastore battista, ma era un dottore laureato in Filosofia all’Università di Boston, dunque quando parlava di “sogno” lo faceva nell’accezione intesa da Schopenhauer in “Il mondo come volontà e rappresentazione”, ossia come una delle due parti, insieme alla coscienza, che compongono la forma dell’intelletto e ne caratterizzano la capacità cognitiva della realtà oggettiva. Dunque il dottor King era sì un idealista, lo era nel senso filosofico del termine perché di scuola schopenhaueriana, ed il fatto che non vivesse in una capanna in Uganda non fa di lui una caricatura, non aveva rinnegato le sue radici africane, semplicemente le aveva inverate nella realtà in cui viveva, ossia Boston, Massachussets, Stati Uniti d’America. Questo! basta a far di lui un personaggio non credibile? La contaminazione culturale non l’abbiamo inventata nel terzo millennio, esiste da quando l’uomo ha iniziato a spostarsi, ed ha prodotto innumerevoli frutti culturali: forse che Sant’Agostino, uno dei padri della Chiesa, è meno credibile perché africano invece che nato a Roma in seno alla Chiesa cattolica apostolica romana?! E le università come quella di Salamanca, che nei secoli bui hanno tenuto acceso il faro della cultura in Europa, erano in mano ad ebrei, arabi e greci, dunque vi si discuteva indifferentemente di Averroè come di Platone. Non è forse questa fertile contaminazione, questa elasticità di pensiero, che ha dato vita alla potente impalcatura del cosiddetto pensiero occidentale, del quale ancora oggi, in mancanza finora di meglio, ci nutriamo e ci serviamo per proseguire il nostro cammino?! Se il dottor King non rappresentava più Kunta Kinte ed era uscito dalla capanna dello zio Tom, ciò non signifi ca che quella non fosse la sua ascendenza, ma che aveva trovato la forza e le possibilità, attraverso le maglie strettissime imposte dalla segregazione, di dotarsi di una formazione culturale e di farne uno strumento di elevazione e di emancipazione per tutti i neri d’America, perché anch’essi avessero accesso, con diritto, alle stesse opportunità. La richiesta di uguaglianza non contraddice la diversità, ma le offre pari opportunità, per questo necessita prima di tutto di libertà, se per essa si intende la possibilità di esprimere se stessi e le proprie capacità senza censure se non quelle dettate dalla civile convivenza sociale. Se c’è una ragione che ha unito uomini diversissimi per nascita, cultura, appartenenza, aspirazioni, in ogni angolo della terra ed ha fatto da propulsore alle loro battaglie, questa è indubbiamente il principio, ma prima ancora il bisogno, di uguaglianza intesa NON come omologazione ma come ! pari dir itti e pari opportunità. I ragazzi di piazza Tienanmen così come in tempi lontani i patrioti del nostro Risorgimento, gli schiavi ribelli nell’antica Roma così come i monaci buddisti in Birmania sono lontani per razza, nascita e tempi storici, ma hanno lottato tutti per la stessa ragione, che non è un prodotto del mercato globale ma una profonda aspirazione dell’essere umano. Per questo ritengo che il sogno del dottor King ci riguardi tutti, in ogni luogo ed in ogni tempo; per questo ho capito le lacrime che ho visto sui volti di tanti neri la sera della vittoria di Obama: non è uno slogan che cambia la vita, è la volontà degli uomini a farlo. In questo credo e crederò sempre profondamente. Cosa saremmo senza questa convinzione, cosa saremmo senza i nostri sogni, cosa saremmo senza l’aspirazione alla libertà, alla dignità, all’eguaglianza nella diversità?!

ChiBo

Pubblicato in : L'Angolo di Chi.bo

Info Chiara Boriosi

Chiara Boriosi, umbra di nascita e fiorentina di adozione, laureata in Lettere all’Università di Firenze con il Prof. Giorgio Luti, accanita lettrice, scocciatrice per vocazione, polemica di natura…insomma, Chi.Bo.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Puccio cartoni

    16 Novembre 2008 alle 08:49

    Beh ,il nepotismo appare pratica diffusa. Non ci sono solo i baroni , ci sono tutti i figli d’arte….che finiscono in politica prima che in teatro ! Per questo le “semplificazioni” elettorali sono così importanti …..Ma non viene compreso .

    Rispondi
  2. Chiara Boriosi

    15 Novembre 2008 alle 20:35

    Caro Puccio, non era una battuta, in realtà anche il mio era un distinguo, fra la mia generazione cancellata, e quella della ministra miracolata che a 26 entra in Parlamento ed a 28 conquista un Dicastero, per quanto totalmente inutile, ma certo profumatamente pagato da tutti noi. Le opportunità, come ci insegna il “sogno” dovrebbero essere per tutti, a patto poi che ci si impegni a sfruttarle, invece in Italia non è così. Guarda le baronie universitarie: siamo l’unico paese al mondo dove, a quanto pare, il genio cattedratico è ereditario, passa di padre in figlio. Una fortunata combinazione genetica?!

    Rispondi
  3. Puccio cartoni

    15 Novembre 2008 alle 15:42

    Non contesto certo ( anzi !) il contenuto serio del discorso; ma sorrido per la conclusione polemica di “questo accade appunto solo nella repubblica delle banane”,con riferimento al calendario sexy.In se ,la trovo una stonatura.
    Primo perchè ha riguardo al passato ,e non al presente ( evocato dall’avere un sogno ).
    Poi perchè ironizza su argomentazioni di parte ,anzichè obiettive ;come sarebbe stato ricordando il vezzo di una forzatura elettorale a base di Toni Negri ,Ciccioline , Caruso e Luxurie( che sta dando il meglio di sè in “reality” per guardoni ).
    Mentre invece finisce con attribuire la colpa di opportunità che non ci sono solo all’attuale Ministra (dicesi ministra ,e non minestra ).
    Essendo il problema più grosso , di quello ipotizzato dalla battuta ,trovo l’accenno in questione una stonatura. E mi scuso per il distinguo.

    Rispondi
  4. Chiara Boriosi

    12 Novembre 2008 alle 19:29

    Grazie cara Milena, soprattutto per il babà con il rhum. Hai ragione, noi viviamo in nun paese talmente sclerotizzato che abbiamo perso persino la cognizione di rinnovamento, e questa incapacità di rigenerarci la stiamo pagando cara, ma più cara la pagheremo a breve, perchè ormai abbiamo raschiato anche il fondo del barile e tutte le nostre magagne sono destinate ad esploderci addosso. Per chi, come me, appartiene ad una generazione che di fatto è stata letteralmente cancellata dalla politica, che si regge sulle cariatidi e corteggia i giovani ignoranti – grazie al disfacimento della nostra scuola – solo come arma di paralisi delle piazze, il dispiacere e l’amarezza sono grandi. L’enorme “tappo” che ci è stato messo addosso ci ha impedito di dare qualcosa al nostro paese, per questo vedere la capacità di cambiamento prima di tutto generazionale degli altri paesi ci fa sentire ancora di più una sensazione concreta di perdita. Il “sogno” sta anche in questo, nella possibilità di agire avendone gli strumenti. In Italia questi strumenti sono negati – poi, certo, puoi fare un bel calendario sexy e ritrovarti in parlamento a fare il ministro delle opportunità che non ci sono, ma questo accade appunto solo nella repubblica delle banane. Le altre repubbliche, quelle autentiche, sfruttano le proprie risorse umane e ne fanno la leva principale del proprio sviluppo.

    Rispondi
  5. Milena Sama

    12 Novembre 2008 alle 19:06

    Chiara, bentornata!! Sentivamo la tua mancanza.Non per essere di parte, ma Pensa Libero senza di te è un pò come ” nu’ babbà senza rumm”.Ho letto il tuo lungo articolo su Obama e che dire di più? Mi trovo sulla tua stessa lunghezza d’onda. In barba a quelli che la pensano diversamente io credo che il ” sogno americano”consista proprio in questo: la speranza che un uomo qualunque possa cambiare.Cosa? Un pò tutto.La staticità è morte. Il dinamismo è vita.Se così non fosse saremmo ancora all’età della pietra o ai secoli bui del passato. Per carità, il cambiamento può anche, a volte, essere peggiorativo.Non importa. Per questo l’America, ancorchè un paese multicolore, multirazziale, multiculturale,senza una sua storia antica nella quale riconoscersi, è sempre stato un paese leader,un paese giovane.Proprio per questa sua capacità di muoversi, di agire, di vedere oltre l’oggi e di non girarsi mai indietro.Non so se Obama riuscirà a prolungare questo momento di euforia.Certo si è che per noi, gente “normale” ( sia di destra che di sinistra), tutto questo fa bene al cuore e non vorremmo svegliarci mai!!Milena Samà

    Rispondi
  6. Milena Sama

    12 Novembre 2008 alle 18:59

    prova

    Rispondi
  7. Puccio cartoni

    10 Novembre 2008 alle 16:49

    Complimenti !Se Tuttocchiali combatteva con uppercut ,il lavorìo ai fianchi operato dal commento storico-filosofico-sociale di ChiBo lascia senza fiato . Nel riorganizzare la guardia , mi chiedo dove voglia arrivare . Aspetto i prossimi round .Perchè il sogno appartiene a tutti .

    Rispondi

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