Tutt’al più per la Grecia potrebbe trattarsi di un fallimento finanziario conseguente ad uno di tipo politico, così come in effetti già accaduto più volte in altre parti del mondo.

Tutt’al più per la Grecia potrebbe trattarsi di un fallimento finanziario conseguente ad uno di tipo politico, così come in effetti già accaduto più volte in altre parti del mondo, come ad esempio, tanto per ricordare il caso, di recente a molti più famoso, dell’Argentina d’inizio millennio. Alla crisi economica del 2001 fece seguito il default delle obbligazioni internazionali corrispondente ad un taglio di circa il 75% del valore nominale del debito; ma, oggi, tutti sappiamo che il paese gode viceversa già da tempo di un periodo di sostanziale crescita economica e stabilità politica.
Dicevo, trattasi di un uso del linguaggio, non solo improprio ma per lo più scorretto e ingannevole, tanto da alterare il senso naturale e logico delle cose. In relazione alle manifestazioni di crisi di debito pubblico, in realtà il dato che prima di tutti dovrebbe interessare, e catturare di conseguenza l’attenzione, è quello del rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo di un paese. Le due grandezze non dovrebbero tanto essere considerate in sé e per sé – ad esempio, nel caso odierno della Grecia, da una parte il debito pubblico stimato in circa 365 miliardi di euro e dall’altra il PIL stimato in circa 220 miliardi di euro -, ma soprattutto in relazione tra loro; al punto che, come solo minimamente e parzialmente evidenziato, se il rapporto rimanesse costante, potremmo anche considerare il bilancio, ovvero i conti pubblici dello stato, in sostanziale e tendenziale pareggio. Al contrario, sempre con riferimento al caso odierno della Grecia, se il tasso di crescita del PIL è minore del tasso d’interesse dei titoli di stato e le uscite annuali dello stato sono maggiori delle entrate (disavanzo), accade che il rapporto è destinato sempre e comunque ad incrementare e, in definitiva, è causa di default.
E tuttavia, il rapporto tra debito e PIL è solo un indicatore, anche se il principale, di cui è necessario tenere conto. E infatti, c’è da chiedersi se sarà sufficiente ad evitare il default la proposta di ristrutturazione del debito, concordata in sede UE dal governo di Atene, lunedì scorso. Per far fronte ad un debito di 206 miliardi di euro con gli investitori istituzionali privati (banche, fondi pensione, holding, etc.), l’accordo sembra prevedere un taglio del valore reale del credito pari a circa il 75% della somma del debito corrispondente (53,5% in termini di valore nominale). Nel caso di parziale accettazione di tale accordo da parte di una quota di rappresentanza degli stessi investitori privati – con esclusione quindi della BCE, il FMI e l’EFSM – in misura inferiore al 90% ma superiore al 75%, il governo greco sembra sia intenzionato ad attuare un piano “B”: attivare una garanzia retroattiva sul debito, stipulata mediante relativi contratti di assicurazione (Cds), garantiti sempre da investitori internazionali, con conseguenti e prevedibili grosse perdite per quest’ultimi. Quale, l’apparente paradosso che ne deriverebbe? Al fine di evitare la dichiarazione di default da parte dei mercati, sarebbe lo stesso governo greco a decretarlo!
E, in ogni caso, cosa ne sarebbe del paese reale?! Nella peggiore delle ipotesi, si può pensare ad un ulteriore aggravamento della crisi economica, sul piano sia nazionale che internazionale. Dati gli attuali standards produttivi dell’economia greca, rispetto ad esempio alla situazione di default che è stata dell’Argentina, superare la crisi potrebbe rivelarsi più difficoltoso; ma, quel che è certo e che rimane, è che il motore dell’economia in ogni caso ripartirà in base a quelli che sono gli assets reali del paese.

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