Le multinazionali tedesche e francesi offrono lavoro a 16-17 connazionali ogni mille, mentre le multinazionali italiane solo a 6 ogni mille.

In Italia, il processo di trasformazione del capitalismo, si diceva a seguito della fine della politica dei due blocchi e dell’avvio del processo di globalizzazione, ha avuto inizio negli anni novanta, da principio con la fase delle privatizzazioni industriali promosse su larga scala. Brevemente, in principio si è provveduto alla trasformazione delle aziende di stato – come l’IRI, la SME, l’ENI, l’INA, l’ENEL, la SIP, la BNL, l’ANAS, le FF.SS., l’Azienda dei Monopoli e Tabacchi e tante altre – in enti pubblici non economici e SpA e, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, lo stato ha quindi iniziato l’opera di dismissione delle stesse quote e partecipazioni assunte negli stessi enti e società insorti. Nel corso di un ventennio, ad oggi, l’industria italiana si è retta sempre più su quella che a ragione è stata definita PMI, ovvero piccola e media impresa, la quale, secondo stime accreditate, rappresenta oggi circa il 95% dell’apparato industriale italiano.
Ma, è facile constatarlo, e in un recente passato anche prevederlo, in un mondo globalizzato il presente e il futuro non possono che appartenere al destino economico viceversa delle grandi imprese, multinazionali; tra le cui prime 500 al mondo per capitalizzazione sembra siano solo undici oggi quelle italiane (FT GLOBAL 500). E tra queste, soprattutto ENI e poi ENEL, TELECOM, Unicredito e IntesaSanpaolo. E comunque sia, l’Italia rimane una cenerentola nel confronto globale tra le grandi corporations e, sta anche qui uno dei nodi maggiori della politica nazionale oggi in questione, anche tra le multinazionali europee.
Uno degli aspetti prioritari della questione odierna delle liberalizzazioni risiede nel fatto che, dopo l’imposizione di una disciplina monetaria e fiscale, l’Unione Europea insista nel chiedere al nostro, come agli altri paesi dell’eurozona, di rendere sempre più contendibili le imprese nazionali. Dal decreto dello scorso aprile a difesa dell’italianità delle nostre imprese, originato dalla vicenda della Parmalat, dopo che Edison è passata a Edf, Gancia ai russi, Parmalat infine a Lactalis, etc., etc., dopo l’acuirsi della crisi del debito pubblico italiano, registriamo da ultimo il passaggio dell’azienda dei pelati Ar alla multinazionale anglo-giapponese della Mitsubishi. E tuttavia, per altro verso, uno studio abbastanza recente di Mediobanca evidenzia che le multinazionali tedesche e francesi offrono lavoro a 16-17 connazionali ogni mille, mentre le multinazionali italiane solo a 6 ogni mille. E allora, direi che ne consegue che, ben oltre i confini nazionali, la vicenda odierna delle liberalizzazioni, ancor timide, si manifesta all’orizzonte, che è ancora di là da venire, in forma di scontro tra insiders e outsiders e, riguardo sia agli uni che agli altri, sia che appartengano alla classe dei percettori di reddito da capitale che alla classe dei percettori di reddito da lavoro.
E tuttavia, questa, è essenzialmente l’epoca del capitalismo (globale) finanziario e con essa dobbiamo solo augurarci ma ancor più credere che sia ancora possibile garantire ad ogni cittadino, non solo europeo, condizioni reali di pari opportunità.

Lascia un commento