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L’Europa, il capitalismo e le nuove liberalizzazioni

di Angelo Giubileo | 24 Gennaio 2012

Le multinazionali tedesche e francesi offrono lavoro a 16-17 connazionali ogni mille, mentre le multinazionali italiane solo a 6 ogni mille. 

Nel mondo globalizzato, la ricchezza finanziaria è oggi stimata pari a circa dodici volte la ricchezza reale produttiva. E’ davvero cambiato il paradigma di riferimento dell’economia! Non si tratta più di un’economia di scambio, protrattasi fino a prima del secondo dopoguerra, né di un’economia di produzione, culminata negli anni della guerra fredda attraverso la politica dei due blocchi contrapposti di potere dell’ovest statunitense e dell’est sovietico. Il capitalismo, di stato, industriale, è oggi, più che tutto questo, un capitalismo di tipo finanziario. A parte l’esperienza diffusasi in Cina, di un capitalismo soprattutto di stato, ovunque lo stesso capitalismo industriale assume sempre più forme e contenuti propri del capitalismo cosiddetto finanziario.

In Italia, il processo di trasformazione del capitalismo, si diceva a seguito della fine della politica dei due blocchi e dell’avvio del processo di globalizzazione, ha avuto inizio negli anni novanta, da principio con la fase delle privatizzazioni industriali promosse su larga scala. Brevemente, in principio si è provveduto alla trasformazione delle aziende di stato – come l’IRI, la SME, l’ENI, l’INA, l’ENEL, la SIP, la BNL, l’ANAS, le FF.SS., l’Azienda dei Monopoli e Tabacchi e tante altre – in enti pubblici non economici e SpA e, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, lo stato ha quindi iniziato l’opera di dismissione delle stesse quote e partecipazioni assunte negli stessi enti e società insorti. Nel corso di un ventennio, ad oggi, l’industria italiana si è retta sempre più su quella che a ragione è stata definita PMI, ovvero piccola e media impresa, la quale, secondo stime accreditate, rappresenta oggi circa il 95% dell’apparato industriale italiano.

Ma, è facile constatarlo, e in un recente passato anche prevederlo, in un mondo globalizzato il presente e il futuro non possono che appartenere al destino economico viceversa delle grandi imprese, multinazionali; tra le cui prime 500 al mondo per capitalizzazione sembra siano solo undici oggi quelle italiane (FT GLOBAL 500). E tra queste, soprattutto ENI e poi ENEL, TELECOM, Unicredito e IntesaSanpaolo. E comunque sia, l’Italia rimane una cenerentola nel confronto globale tra le grandi corporations e, sta anche qui uno dei nodi maggiori della politica nazionale oggi in questione, anche tra le multinazionali europee.

Uno degli aspetti prioritari della questione odierna delle liberalizzazioni risiede nel fatto che, dopo l’imposizione di una disciplina monetaria e fiscale, l’Unione Europea insista nel chiedere al nostro, come agli altri paesi dell’eurozona, di rendere sempre più contendibili le imprese nazionali. Dal decreto dello scorso aprile a difesa dell’italianità delle nostre imprese, originato dalla vicenda della Parmalat, dopo che Edison è passata a Edf, Gancia ai russi, Parmalat infine a Lactalis, etc., etc., dopo l’acuirsi della crisi del debito pubblico italiano, registriamo da ultimo il passaggio dell’azienda dei pelati Ar alla multinazionale anglo-giapponese della Mitsubishi. E tuttavia, per altro verso, uno studio abbastanza recente di Mediobanca evidenzia che le multinazionali tedesche e francesi offrono lavoro a 16-17 connazionali ogni mille, mentre le multinazionali italiane solo a 6 ogni mille. E allora, direi che ne consegue che, ben oltre i confini nazionali, la vicenda odierna delle liberalizzazioni, ancor timide, si manifesta all’orizzonte, che è ancora di là da venire, in forma di scontro tra insiders e outsiders e, riguardo sia agli uni che agli altri, sia che appartengano alla classe dei percettori di reddito da capitale che alla classe dei percettori di reddito da lavoro.

E tuttavia, questa, è essenzialmente l’epoca del capitalismo (globale) finanziario e con essa dobbiamo solo augurarci ma ancor più credere che sia ancora possibile garantire ad ogni cittadino, non solo europeo, condizioni reali di pari opportunità.

Pubblicato in : MetamorfosiTag: crisi, europa, industria italiana

Info Angelo Giubileo

Angelo Giubileo (Torchiara, Salerno, Italy 1 aprile 1965), filosofo, giornalista e scrittore.
Già cultore della materia presso le cattedre di “Filosofia del diritto”, “Teoria dell’interpretazione” e “Logica giuridica” all’Università degli Studi di Salerno (aa.aa. 2000-2003).
Autore di numerosi saggi e articoli, pubblicati in Italia e all’estero.
In qualità di redattore:
– dal 2007 collabora con “Pensalibero” (Vicedirettore dal 2016 al 2023);
– dal 2016 collabora con “Il Quotidiano di Salerno”;
– dal 2018 al 2022 ha collaborato con “Antiche Curiosità” e la rivista “Destrutturalismo”;
– dal 2018 al 2023 ha collaborato con “Asino Rosso”;
– dal 2019 collabora con il “Nuovo Giornale Nazionale”;
– dal 2024 collabora con “PaeseRoma”;
– dal 2025 collabora con il movimento poetico-artistico d’avanguardia “DinAnimismo”.
Tra i saggi, si segnalano: “Scritti politico-liberali” (2016), “Pensioni: modello cileno per l’Italia?” (AA.VV. 2018), “L’essere e il nulla nell’era della tecnica” (2018), “La Macchina del tempo” in “TDay” (AA.VV. 2019), “L’alba del Mondo Nuovo” (2020), “Da Parmenide a Heidegger e ritorno” (2023), “Tutto è eterno” (2024); tutti disponibili in qualsiasi store.
Nel 2022 è stato cofirmatario dell’appello “Per una nuova bandiera euro-nazionale” pubblicato su Le Journal du Dimanche. In quanto autore dell’articolo “L’essere oltre la profezia”, pubblicato in “Dell’anno 2100” (AA.VV. 2023), è stato citato da Günter Berghaus nel suo periodico catalogo “A bibliography of Publications on Futurism” (2023). Nel 2025, è stato autore della prefazione “Il volo” alla versione italiana del saggio “Meccanica irrazionale” del fisico transumanista Giulio Prisco.

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