“Qui – mi ha detto un senatore del PD – se non parli toscano non conti una mazza”. Ma Renzi, che ha basato tutto sulla guerra lampo non può fare altrimenti. Attenzione però alle retrovie…
Non avrei mai immaginato che il mio parlar toscano, per il quale vengo abbondantemente preso in giro ogni volta che metto il naso fuori della mia regione, sarebbe diventato motivo di invidia e oggetto di seria proposta, nientemeno che da parte di un senatore della repubblica.
E’ successo con un senatore del PD, a Roma. Uscivamo insieme da uno dei tanti palazzi del potere. “Lei che viene spesso qui, perché non ci viene almeno due volte la settimana? Assieme ad altri colleghi, saremmo disposti a pagarle le spese”. Capivo che mi stava “coglionando” ma non dove andasse a parare. “Lei lo parla il toscano?”. Ero ancora più certo che mi stava sfottendo, ma il perché restava avvolto nel mistero. “ Qui – si fece infine uscire l’anima il senatore – se non si parla toscano non si conta una mazza”.
Eccolo dunque il problema: il cerchio magico di Renzi. Non credo che l’attuale presidente del consiglio sia il primo ad essersi portato dietro un po’ di fedelissimi a fare quadrato attorno. E non so se lo abbia fatto in misura maggiore. So che non poteva comportarsi altrimenti, come diretta conseguenza dei modi e dei tempi della sua ascesa.
La sua strategia è quella che in termini militari si chiama guerra lampo. La ha adottata per conquistare tutte le posizioni fino ad oggi occupate, nel giro di dieci anni esatti. La prima, nel 2004, quando, giovane segretario provinciale della Margherita si recò a trattare con i dirigenti fiorentini dei DS. Non mise tempo in mezzo: “a voi tocca il sindaco e a noi il presidente della Provincia. Voi confermate l’uscente Leonardo Domenici, noi designiamo me medesimo, Matteo Renzi”. Cinque anni dopo, la seconda: prese sul tempo tutti gli altri aspiranti all’incarico di sindaco di Firenze. Scese in campo per primo, quando ancora tutti pensavano che si sarebbe adagiato per altri cinque anni sulla poltrona di Sindaco. Gli incarichi amministrativi furono pieni di progetti, proposte, impegni, vuoti di realizzazioni. Ma lo scenario restò, comunque, quello della guerra lampo: una continua avanzata in territorio nemico poggiandosi sulle sue truppe scelte. La guerra lampo non è priva di rischi: basta che il nemico sappia attendere e riorganizzarsi e potrebbe lanciare la controffensiva interrompendo collegamenti e rifornimenti tra la testa impegnata nello sfondamento ed il resto dell’esercito.
Ciò non fu possibile per i nemici di Renzi, ai tempi della Provincia e del Comune di Firenze, per una ragione molto semplice. Mentre loro pensavano a riorganizzarsi, Matteo prendeva il volo per altri lidi. Se ne guardava bene dal restare fermo per un altro giro. Ma oggi che ha raggiunto la vetta e lì deve sostare, Matteo deve guardarsi dalle insidie della guerra lampo. Sono molti i segnali che i suoi nemici si stanno riorganizzando e stanno conquistando non poche posizioni strategiche nelle retrovie. I più eclatanti provengono dalle primarie per le candidature a Sindaco, Presidente di Regione e consiglieri regionali per le quali il meno che si può dire è che tolgono parecchio smalto al rottamatore, con il loro odore di muffa.
Al centro, il controllo è forte e, per dirla con il mio senatore “chi non parla toscano non conta una mazza”. E, del resto, gli sfondamenti indispensabili alla guerra lampo si fanno così, con le truppe scelte e meglio equipaggiate. Tradotto in politichese, quelle capaci di meglio trasmettere il verbo del Capo.
Ma, in periferia, l’esercito di Renzi ha subito innumerevoli piccole sconfitte. Scaramucce? Per ora. Ma le guerre lampo, se i nemici mantengono troppo a lungo il controllo di porzioni di territorio, si potrebbero anche perdere.

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