I miei occhi sul tuo cuore sono gli occhi e il cuore di Antonella Restelli. Sono suoi gli occhi sul cuore di suo padre, sono i suoi occhi sul cuore delle donne sopravvissute ai campi di sterminio.
“I miei occhi sul tuo cuore” un titolo particolare quello del lavoro della regista Antonella Restelli, presentato il 31 gennaio nella Sala Grande del Comune di Pistoia a conclusione di una settimana intensa di incontri, presentazione libri, mostre perché non possiamo e non dobbiamo permetterci di ricordare l’olocausto solo il 27 gennaio.
Non possiamo permetterci di non sapere che nei campi di sterminio morirono più di 6 milioni di ebrei e, insieme a loro, altri milioni di rom, omosessuali, prigionieri politici.
Gli ebrei con la loro stella gialla solo perché ebrei, gli omosessuali con la loro stella rosa, solo perché “diversi” e i rom perche , come tutti gli altri, possibili inquinatori della razza ariana.
“… e allora mi sono seduta in silenzio ad ascoltare “, così inizia il video di Antonella prima ancora delle immagini di repertorio, quelle riprese dai sovietici che entrarono ad Auschwitz e videro con i loro occhi l’orrore, perché Antonella fra l’altro ha un grande pregio: sa ascoltare e ascolta con il cuore; si carica ad ogni intervista del dolore delle persone che ricordano con enorme sofferenza e con pudore tutto il dolore delle persecuzioni.
I miei occhi sul tuo cuore sono gli occhi e il cuore di Antonella Restelli. Sono suoi gli occhi sul cuore di suo padre, sono i suoi occhi sul cuore delle donne sopravvissute ai campi di sterminio. Sono suoi gli occhi che si posano sull’odiosa scritta: “il lavoro libera l’uomo”.
Sono suoi gli occhi e l’unica parola “Perché”, ma alla fine del suo lavoro non c’è
la risposta delle SS “perché non c’è perché”, ma c’è una risposta al di là dell’angoscia dell’attesa, al di là della memoria e della consapevolezza di quanto male possano e sappiano fare gli uomini ai loro simili, risposta che è al contempo una nuova domanda.
“Potremo mai avere la pace?”
Bellissime le riprese con la camera che fruga freneticamente nei corridoi, nelle stanze vuote delle baracche nei luoghi cupi (si assomigliano tutti dalla risiera di San Sabba a Dacau, Birkenau), come frenetico e tale da togliere la ragione era il guardarsi intorno, dopo giorni di viaggio in carri bestiame, arrivare di notte e cominciare a capire che erano loro, donne, uomini, bambini, quelli che venivano definiti dai guardiani “pezzi”, prima ancora di essere marchiati con un numero e perdere così definitivamente la propria identità e la dignità.
Non mi piace definire con un generico “sopravvissuti” le donne e gli uomini che sono tornati, profondamente segnati, dai campi di sterminio, mi sembra di privarli ancora una volta della loro identità e quindi chiamo per nome Diamantina, Maria, Ester, donne coraggiose che possono affermare
“…ma se non riusciamo a perdonare, come potrà mai esserci pace nel mondo?”
Un lavoro che la regista ha rielaborato dopo essersi “seduta in silenzio ad ascoltare” ; un lavoro da cui emergono il pudore e una sorta di senso di colpa. Pudore nel dover parlare di quanto successo sentendosi allo stesso tempo in colpa perché “io ero tornata e la mia famiglia no”.
E sono le donne forti nell’obbrobrio, forti nel non dimenticare, ma capaci di superare tutto l’orrore visto e subito davanti al sorriso di un figlio, di quei figli “del miracolo” da amare e proteggere, tanto forti queste donne da ritrovare anche la capacità di tornare ad avere fiducia, ricominciare ad amare.
Accanto a queste, nel lavoro della Restelli, anche le donne che oltre a non dimenticare non possono perdonare. Tradite e denunciate dai vicini, deportate sono tornate sole alla vita, non potranno mai perdonare i loro aguzzini nei campi e chi li ha messi nelle loro mani.
Su tutto le musiche , il dolore e l’amore di Antonella mentre quella scritta altrettanto odiosa e violenta “Israele assassina “ sui muri di Trieste, e purtroppo non solo, ci indica che il cammino verso la pace è ancora lungo. Ne sono testimonianza gli attentati alle scuole ebraiche in Europa, l’attacco al supermercato kascher di Parigi, l’attacco alla sinagoga di Gerusalemme.
Era difficile dopo il dolore, l’emozione, la rabbia e contemporaneamente la simpatia e l’affetto suscitato dalle parole di Diamantina, Maria… parlare di una deportata politica di appena 17 anni, ma è stato questo il difficile compito che si è assunta Gabriella Nocentini presentando il suo libro “Tutto questo va detto – La deportazione di Maria Rudolf”
“Qualcosa bisognava fare, non si poteva aspettare, vivere così” è ancora orgogliosa del suo essere stata staffetta e di poterlo ricordare e raccontare Maria Rudolf, ma non vorrebbe ricordare e raccontare la sua vita in galera, prima a Trieste, poi a Gorizia e infine ad Auschwitz : non vuole soffrire Maria e ricordare vuol dire star male, perché nel raccontare si rivivono le atrocità viste e subite.
Porta lettere e biglietti Maria, ha solo 17 anni ma è decisa e coraggiosa. Quando, lettera in tasca, incrocia una pattuglia di tedeschi, è lucida, mantiene la calma, non cerca di nascondersi, mantiene lo stesso passo, risponde tranquilla alle domande, “vado dal dentista” e, dopo l’avviso “se vedi dei partigiani faccelo sapere” può proseguire per la sua strada. Da gennaio ad aprile, quando denunciata da gente del posto, verrà arrestata il 9 aprile del 1944, processata a Gorizia e mandata a lavorare in Germania.
Scesa dal carro bestiame dopo un viaggio lungo otto giorni, Maria vede un carretto pieno di cadaveri nudi, scheletrici; ancor prima di essere marchiata con il numero 88492 e perdere così la sua identità, ancor prima di sperimentare cosa vuol dire “sentire i morsi della fame”, ancor prima di essere privata dei propri vestiti
“… l’umiliazione di spogliarmi davanti a loro mi sembrò peggio della morte”. Il suo arrivo ad Auschwitz è quindi l’incontro con l’orrore.
Perdi la dignità e l’umanità quando la fame ti spinge a mangiare gli avanzi dei malati infettivi, ma a 18 anni la fame è tanta. Questo racconta ancora Maria, destinata poi ad andare a lavorare in fabbrica alla Osram e come afferma “quella per me è stata una fortuna”.
Solo da pochi anni Maria Rudolf è riuscita ad entrare in possesso degli atti del suo processo ed ha scoperto con stupore e sgomento che era stata assolta . Allora perché deportata in Germania? Colpa dell’avvocato o l’interprete (un ragazzo che Maria conosceva) aveva di sua iniziativa detto che Maria piuttosto che tornare a casa preferiva andare a lavorare in Germania?
Domande e ancora domande quelle che restano per sempre insieme al dolore, al numero, all’orrore.

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