
Molti stanno leggendo la lettera aperta inviata da Volodymyr Zelensky a Vladimir Putin come una proposta di pace. È una lettura superficiale e, probabilmente, sbagliata.
Le guerre non si concludono con lettere aperte pubblicate sui giornali o rilanciate dai telegiornali. Le guerre finiscono quando uno dei contendenti non è più in grado di sostenere il costo militare, economico e politico del conflitto oppure quando il rapporto di forza impone una trattativa credibile.
La lettera di Zelensky va letta in questa chiave.
Non è il gesto di un leader che si arrende. È il gesto di un leader che sta cercando di mettere il proprio avversario con le spalle al muro davanti al mondo intero, costringendolo a scegliere tra un negoziato diretto o la prosecuzione di una guerra che sta consumando uomini, risorse e credibilità internazionale.
Nel testo, Zelensky propone un incontro diretto, un cessate il fuoco durante le trattative, uno scambio totale dei prigionieri e l’apertura di un percorso diplomatico in territorio neutrale. Ma, contemporaneamente, ricorda a Putin i costi della guerra, le difficoltà economiche della Russia, gli attacchi sempre più profondi sul territorio russo e il crescente isolamento internazionale del Cremlino.
In altre parole il messaggio è semplice: fermati ora, prima che il prezzo diventi ancora più alto.
Non c’è alcuna resa nelle parole del presidente ucraino. Al contrario, la lettera contiene una critica frontale ai lunghi anni di potere di Putin e attribuisce direttamente al leader russo la responsabilità storica del conflitto.
Per questo motivo è difficile considerarla una vera proposta di pace nel senso classico del termine. Assomiglia molto di più a un ultimatum politico travestito da apertura diplomatica.
Zelensky sa perfettamente che una guerra iniziata nel 2022 non verrà chiusa da una lettera. Sa altrettanto bene che ogni risposta di Putin avrà conseguenze politiche. Se il Cremlino rifiuta, sarà la Russia ad apparire come la parte che respinge il dialogo. Se accetta, dovrà sedersi a un tavolo che fino a ieri considerava inaccettabile.
È una mossa studiata per ottenere un vantaggio politico e diplomatico qualunque sia la risposta russa.
La realtà resta quella che molti fingono di non vedere. Dopo oltre quattro anni di guerra, la questione non è se esista una lettera, un appello o una dichiarazione capace di fermare il conflitto. La questione è se Vladimir Putin sia disposto ad accettare una via d’uscita politica prima che il progressivo logoramento militare, economico e diplomatico riduca ulteriormente il margine di manovra della Russia.
Ed è proprio questo il significato della lettera di Zelensky: non un’offerta di pace alla Russia, ma un messaggio diretto al Cremlino. Un’ultima possibilità per arrestare una guerra che Mosca non è riuscita a vincere nei tempi e nei modi immaginati all’inizio del conflitto.
Perché una vittoria totale russa, nelle condizioni attuali, appare sempre meno realistica. E più il tempo passa, più il costo da pagare aumenta per tutti, compresa la Russia. La lettera aperta di Zelensky non è quindi un gesto di conciliazione, ma un atto politico estremamente duro: l’offerta di un’uscita onorevole prima che siano gli eventi, sul campo e nell’economia, a restringere ulteriormente le opzioni del Cremlino.
Piero Terracina

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