
Zelensky e Netanyahu non sono uguali, ma condividono una radice comune che viene prima dei partiti e delle coalizioni. Sono entrambi ebrei, cresciuti dentro storie in cui l’idea di sparire come popolo non è un concetto astratto, ma parte della memoria collettiva. E guidano società che percepiscono l’esistenza del proprio Stato come qualcosa che va continuamente difeso e mai dato per scontato.
L’Ucraina è un paese che per decenni è stato periferia di poteri più grandi. Imperi che si alternano, lingua repressa a fasi alterne, carestie provocate, identità nazionale messa ripetutamente in discussione. In questo contesto, Zelensky, ebreo in una società dove l’antisemitismo non è mai del tutto scomparso, arriva al potere come figura atipica: comico, attore, volto televisivo. La sua prima proposta politica punta a ridurre la tensione cronica e a cercare una forma di normalizzazione. L’invasione su larga scala cambia bruscamente il quadro. Da quel momento si colloca in una posizione di resistenza: rimanere nella capitale, non cedere sul riconoscimento della sovranità, collegare la difesa del territorio alla difesa dell’esistenza politica dell’Ucraina.
La sua linea ruota attorno ad alcuni punti costanti. Evitare che l’Ucraina torni a essere spazio di manovra di un altro Stato. Evitare che la lingua e la cultura ucraine tornino in posizione subordinata. Evitare che la memoria storica del paese venga assorbita dentro una narrazione altrui. Il richiamo all’appartenenza nazionale si struttura intorno a questi elementi: non solo confini da controllare, ma diritto a esistere come soggetto riconosciuto.
Netanyahu si muove dentro un altro contesto, ma con un sostrato simile. È un ebreo israeliano cresciuto in una cultura politica in cui la sicurezza dello Stato è il centro del discorso pubblico. Non è una figura esterna al sistema, ma uno dei suoi prodotti più riconoscibili. La memoria della diaspora e della Shoah, per lui e per molti dei suoi elettori, non è solo un fatto storico, ma la principale chiave esplicativa della nascita e della necessità di uno Stato ebraico. Difendere Israele, in questa prospettiva, significa difendere l’idea che gli ebrei abbiano un luogo in cui non dipendono dalle decisioni di altri.
Su questa base si costruisce una visione dell’esistenza nazionale fortemente legata al controllo del rischio. L’enfasi sulla sicurezza, il ruolo centrale delle forze armate, la percezione di essere circondati da attori ostili sono elementi costanti del discorso politico israeliano, e Netanyahu li interpreta e li amplifica. Stato, identità ebraica e continuità storica vengono tenuti insieme in un unico piano.
Se ci si sposta dal piano delle scelte concrete a quello delle motivazioni di fondo, emerge una struttura simile. Zelensky, ebreo ucraino in un paese più volte dominato dall’esterno, imposta la sua leadership sull’idea che l’Ucraina non debba tornare a essere oggetto della storia di altri. Netanyahu, ebreo israeliano in uno Stato nato dopo secoli di minoranza dispersa, imposta la sua leadership sull’idea che gli ebrei non debbano più dipendere dalla volontà altrui. In entrambi i casi l’appartenenza nazionale viene formulata come rifiuto di una condizione di passività.
Sul piano più ampio, le due situazioni toccano anche la questione della convivenza tra collettività diverse. Nella pratica politica e nel discorso pubblico internazionale ricorre spesso la formula dei due popoli e due Stati, che vale sia per l’area israelo-palestinese sia, in modo diverso, per i rapporti tra Ucraina e mondo russo. In entrambe le aree, però, permane un nodo preliminare: il riconoscimento reciproco del diritto dell’altro a esistere come soggetto politico legittimo.
In questo senso, al di là della retorica e delle semplificazioni, l’idea di assetti stabili basati su due entità politiche affiancate resta legata a una condizione che non è solo diplomatica ma culturale. Finché una parte considera l’altra un’entità provvisoria, un errore della storia, o un ostacolo da rimuovere, gli accordi formali tendono a rimanere fragili e vulnerabili. Prima delle firme serve un cambiamento di sguardo: la costruzione, nelle scuole, nei media, nel linguaggio politico, di un riconoscimento reciproco minimo. Senza questa rivoluzione culturale preventiva, ogni formula scritta rischia di trasformarsi rapidamente in carta non vincolante.
La traiettoria di Zelensky e quella di Netanyahu si innestano su queste dinamiche. Entrambi legano il proprio ruolo alla continuità del proprio popolo e del proprio Stato. Entrambi parlano a società che si percepiscono esposte alla possibilità di perdere ciò che hanno costruito. Il filo dell’appartenenza che li accomuna nasce da qui: dalla combinazione tra una memoria di vulnerabilità e l’idea che il compito politico principale sia impedire un ritorno a quella condizione. Tutto il resto, dagli strumenti scelti alle conseguenze, si colloca su livelli successivi rispetto a questo strato di fondo.
Piero Terracina

Entrambi destabilizzatori del mondo.