
di Rocco Ronza*
In un periodo di grandi incertezze e cambiamenti come quello che il mondo e l’Africa stanno attraversando, la tornata elettorale in programma in Zambia il prossimo 13 agosto dovrebbe, salvo sorprese dell’ultimo minuto difficili da prevedere, rappresentare un momento di stabilità e di continuità.
I sondaggi condotti tra la fine del 2025 e la prima metà del 2026 da agenzie indipendenti e istituti legati all’Università dello Zambia, infatti, mostrano che l’esito più probabile delle elezioni – che determineranno il presidente e la composizione dell’Assemblea Nazionale – sarà una riconferma del presidente Hakainde Hichilema e del suo partito, l’United Party for National Development (Upnd). Vincitore nel 2021 con il 59% dei suffragi, per Hichilema sembra profilarsi una maggioranza che oscilla tra il 55 il 60% dei quasi nove milioni di elettori registrati. Tali previsioni mostrano uno scenario di agevole riconferma per l’Upnd, anche se resta qualche incertezza legata all’affluenza alle urne e al risultato nelle regioni più popolate e contese, come la capitale Lusaka e la provincia del Copperbelt, e a possibili controversie e ricorsi dell’ultimo minuto sulle procedure della Commissione elettorale che anche in Zambia, come in tutte le democrazie di tradizione britannica, ha il compito di gestire il processo elettorale e di garantirne la correttezza.
Uno dei fattori che favoriscono il presidente uscente è la frammentazione dell’opposizione. Le spaccature che, dopo la sconfitta dell’allora presidente Edgar Lungu ad opera di Hichilema nel 2021, hanno attraversato l’ex partito di governo, il Patriotic Front (Pf), sono state sanate solo in parte dal lancio di una coalizione dei partiti di opposizione e dalla convergenza su Brian Mundubile, esponente del Pf, come candidato unico. Lo scontro per la leadership ha indebolito la struttura organizzativa del Pf e alimentato interrogativi sulla capacità del principale partito di opposizione di offrire un’alternativa reale al Upnd. Dato il controllo da parte del Upnd sul resto del paese, per guadagnarsi una chance di vittoria Mundubile, che durante la campagna elettorale ha fatto appello all’eredità di Lungu, dovrebbe conservare il controllo delle storiche roccaforti del Pf nella provincia del Nord e in quelle di Machinga e Luapula (dove negli ultimi anni il partito di Hichilema ha cercato di espandere la propria presenza), ma avrebbe bisogno anche di guadagnare significativamente terreno a Lusaka e nel Copperbelt.
L’andamento dell’economia e il prezzo delle riforme
Il duello tra Hachilema (nato nel 1962) e Mundubile (classe 1971) rappresenterà comunque una svolta storica. La morte di Lungu nel 2025 e la recente scomparsa, avvenuta un mese fa, di Guy Scott, il politico di origini britanniche che nel 2014 aveva servito brevemente come presidente ad interim, hanno segnato l’uscita di scena degli ultimi esponenti della generazione di leader che, dopo essersi formata durante la lunga presidenza di Kenneth Kaunda (1964-1991), aveva guidato la transizione democratica all’inizio degli anni Novanta ed espresso tutti i presidenti eletti da allora fino al 2021.
Nonostante i tributi al passato che hanno contraddistinto la campagna elettorale (Hichilema, intervenuto alla cerimonia funebre, ha celebrato Scott per l’opera di stabilizzazione e di pacificazione esercitata durante il suo mandato), il sistema democratico non dovrebbe risentire molto di questo passaggio. La transizione sostenuta dalla mobilitazione delle chiese, del sindacato e della società civile che nel 1991 aveva portato alla reintroduzione del multipartitismo, i passaggi di consegne tra sei presidenti e, soprattutto, gli avvicendamenti al potere tra tre forze politiche diverse (dal Movement for Multi-party Democracy, Mmd, al potere dal 1991 al 2011, al Pf, al Npnd) hanno lasciato in eredità una democrazia che, pur non immune dai rischi di involuzione autoritaria celati nei ricorrenti tentativi di rafforzare i poteri del presidente, appare tra le più robuste nell’area subsahariana.
Il paese non è comunque privo di problemi e di fattori di fragilità. Nonostante la qualità di alcuni settori della sua economia e di parte delle sue infrastrutture, la popolazione in rapida crescita (dai 4 milioni del 1969 ai 20 milioni delle stime più recenti), i livelli di diseguaglianza e di povertà assoluta molto elevati e un andamento dell’economia altalenante, che resta dipendente dall’export del rame del Copperbelt e dai relativi alti e bassi, non permettono di collocare lo Zambia nella lista delle economie africane “emergenti”. Tuttavia, la centralità dei temi economici nel dibattito preelettorale e nella percezione degli elettori sembra portare acqua al mulino del presidente in carica, che può attribuirsi il merito della stabilizzazione macroeconomica ottenuta negli ultimi anni. Ereditato un paese che nel 2020 era entrato in default sul proprio debito estero, declassato a “junk” dalle agenzie di rating, e con il settore minerario in condizioni di grave crisi, Hichilema – imprenditore laureato in economia in Inghilterra ed entrato in politica negli anni 2000 – è riuscito in effetti a ristrutturare il debito sovrano, riducendo gli obblighi di servizio da 2,3 miliardi a 900 milioni di dollari l’anno, abbassando l’inflazione dal 24% al 6,5% del giugno 2026, aumentando le riserva valutarie e attirando nuovi investimenti per 12 miliardi di dollari nel settore minerario.
Non è un caso che il suo rivale Mundubile, che ha condotto una campagna priva di eccessi e di attacchi personali, abbia puntato soprattutto sulle forti pressioni, molto sentite dall’elettorato, che le riforme economiche hanno esercitato sul costo della vita. Sebbene il governo abbia insistito sui provvedimenti assunti a sostegno dell’istruzione e del sistema sanitario, il ritardo con cui i miglioramenti a livello macroeconomico si stanno traducendo in miglioramenti nel tenore di vita di una popolazione largamente urbanizzata (oltre il 40% degli zambiani vive nelle città principali del paese) restano l’argomento più forte nelle mani degli oppositori del governo in carica.
Nei mercati mondiali, tra Occidente e Oriente
In cima all’agenda post-elettorale, per chiunque si troverà a guidare il paese, resta comunque l’espansione della capacità produttiva delle miniere di rame, necessaria per non sprecare le opportunità offerte dalla crescita della domanda del minerale di cui lo Zambia è il secondo produttore africano e di cui fornisce quasi il 4% della produzione mondiale. Proprio in virtù delle sue riserve minerarie lo Zambia figura all’interno del corridoio di Lobito, l’ampio progetto infrastrutturale di respiro regionale volto al collegamento delle zone minerarie di Zambia e Repubblica Democratica del Congo al porto angolano di Lobito, sull’Oceano Atlantico, e ai mercati internazionali.
Incentivi più consistenti per l’estrazione e lavorazione dei minerali, il rilancio delle attività di esplorazione e l’espansione della produzione di energia elettrica sono le richieste che il settore minerario ha rivolto alla politica alla vigilia delle elezioni, indicandole come misure necessarie per raggiungere l’obiettivo nazionale di triplicare la produzione di rame e trarre così vantaggio dalla crescente domanda di questo metallo utilizzato nei veicoli elettrici, nelle reti elettriche e nell’edilizia.
Quale che sia il nome che uscirà vincitore dalle urne il 13 agosto, nello sforzo di giocare le proprie carte in uno scenario globale divenuto più instabile e mutevole lo Zambia continuerà a muoversi sulla strada che ha sempre seguito. Da un lato, la tradizione di non allineamento inaugurata nell’era di Kaunda rende improbabile una chiusura ai rapporti con l’Oriente e in particolare con la Cina, i cui investimenti hanno fatto la loro comparsa nel paese già da decenni. Dall’altra, la stabilità delle istituzioni democratiche e i profondi rapporti con il mondo anglo-americano, mediati storicamente dalla società civile, dalle reti missionarie e agenzie educative (favoriti anche da un sistema educativo che porta l’86% degli zambiani, indipendentemente dalle condizioni economiche, a parlare inglese) continueranno a mantenere lo Zambia in una relazione privilegiata con l’Occidente a cui nessuno, nel paese e nella sua élite di governo, sembra davvero intenzionato a rinunciare.
Rocco Ronza
*Istituto Ispi

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