
di Eleonora Ardemagni*
In Yemen, la guerra è iniziata undici anni fa come un conflitto civile. Eppure, è proprio da quel teatro che ora arrivano i rischi maggiori per la stabilità del Medio Oriente. La possibilità che il conflitto coinvolga altri attori è concreta, persino più concreta che in Iran e a Hormuz perché, per l’Arabia Saudita, quel confine rappresenta da sempre una questione di sicurezza nazionale. Pertanto, lo Yemen è già diventato il primo test reale per la Mecca Defence Alliance fra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia, sia che venga attivata la mutua difesa oppure no. Creando, in entrambi i casi, un precedente che peserà sugli equilibri regionali e la costruzione di nuovi formati di deterrenza.
La presa di Al-Mokha, nonostante il ruolo saudita
È il movimento politico e armato degli Houthi (Ansar Allah, “partigiani di Dio”, nella loro definizione), ad aver innescato la nuova miccia, con attacchi interni e contro l’Arabia Saudita: alleati dell’Iran di cui condividono visione del mondo e in parte reti del contrabbando, autonomi nei modi e nei tempi delle scelte strategiche.
La ripresa dei combattimenti in Yemen, dopo quattro anni di tregua nazionale, sembrava offrire al governo riconosciuto del paese, basato ad Aden e sostenuto dai sauditi, l’opportunità di recuperare, seppur con fatica, territori controllati dagli Houthi. Solo pochi giorni fa, il vice ministro della difesa yemenita aveva detto che la ripresa della capitale Sanaa era l’obiettivo della contro-offensiva dei filo-governativi, organizzata su tre fronti: l’ovest di Taiz (difesa del Bab el-Mandeb), Marib e Al-Jawf (obiettivo Sanaa), infine Al-Bayda e Al-Dhalae (a protezione del sud).
Dal 2022 e ancor di più dall’inizio di quest’anno, l’Arabia Saudita ha fortemente investito nella sopravvivenza economica, politica e militare di quella parte di Yemen sotto il controllo delle forze che si oppongono agli Houthi. Nel centro e nel sud del paese, Riyadh ha autorità formale sul Comitato Militare Supremo della presidenza yemenita che ha il compito di riorganizzare, equipaggiare e unificare le forze militari, dopo il pesante rovescio inflitto ai secessionisti del sud in gennaio e il ritiro degli ultimi militari degli Emirati Arabi dal paese. Da quel momento i sauditi pagano lo stipendio di tutte le forze militari, esercito e milizie ibride, che combattono gli Houthi, fornendo loro anche droni.
La contro-offensiva era partita, quindi, con qualche aspettativa. Anche perché, dal 2024, prima gli Stati Uniti poi Israele avevano bombardato siti e infrastrutture del movimento armato. Invece, la rapidità dell’offensiva degli Houthi, arrivati nell’unica grande città del Mar Rosso ancora in mano ai pro-governativi, Al Mokha, in tre settimane circa, prima mettendo fuori uso il porto con missili e droni, poi via terra, ha cambiato radicalmente lo scenario. Nel luglio di quest’anno, gli Houthi avevano già annunciato un “embargo marittimo” contro i porti sauditi, colpendo poi numerose petroliere e impianti energetici nel regno. A un passo geografico dal Bab el-Mandeb, gli Houthi sono prossimi a controllare per intero le coste e le isole dello Stretto (come fu tra il 2015 e il 2017). Da una prospettiva regionale, il controllo diretto sullo Stretto servirebbe ad aumentare la pressione regionale sui sauditi e quindi sugli Stati Uniti, aiutando l’Iran; per gli Houthi, però, il vantaggio nuovo potrebbe essere la possibilità di richiedere un pedaggio alle navi in transito, dal momento che il gruppo ha già spazio logistico sufficiente per colpire le navi con il solo controllo di metà della costa occidentale – e infatti ha ripreso a farlo.
Per il governo yemenita e ancor di più per l’Arabia Saudita, il quadro è allarmante. Ad affrontare gli Houthi lungo la costa occidentale ci sono le forze meglio addestrate ed equipaggiate del fronte governativo: le National Resistance Forces di Tareq Saleh, che proprio ad Al-Mokha ha il suo quartier generale insieme a un’unità della Guardia Costiera che spesso ha intercettato armi destinate al movimento di Abdel Malek Al-Houthi. A supporto sono arrivate altre milizie tra le più capaci: le Giants Brigades e le National Shield Forces, entrambe a prevalenza salafita e l’ultima legata a Riyadh, al fianco dell’asse militare di Taiz dell’esercito.
La variabile sud
Per il governo yemenita e per i sauditi, c’è poi un altro interrogativo: come riorganizzarsi e impedire la presa dell’intero Bab el-Mandeb senza scoprirsi a sud, dove la spinta popolare all’autonomia e, per alcuni attori, alla secessione non si è mai sopita. Le proteste di questi mesi contro i black out energetici e la carenza di carburante, così come le manifestazioni degli insegnanti per gli stipendi non pagati, segnalano che la situazione è scivolosa e i sauditi vengono considerati i responsabili del mancato miglioramento delle condizioni economiche, nonché di aver rinviato la convocazione della Conferenza di Dialogo promessa per discutere il ruolo delle regioni meridionali nello stato.
Da un lato, lo shock dell’avanzata Houthi può compattare il fronte che a loro si oppone; dall’altro, chi ancora guarda al secessionista Consiglio di Transizione del Sud (STC) ed è escluso dai nuovi equilibri filo-sauditi può approfittare dei possibili vuoti di potere nel sud, ora che urgono rinforzi per riprendere Al-Mokha e proteggere i giacimenti di petrolio di Marib, altro possibile obiettivo Houthi. In anni recenti, due vuoti di potere, nel 2011 (rivolta) e nel 2015 (guerra), hanno permesso a gruppi locali e soprattutto ai jihadisti di al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) di strappare territori al governo.
Il rischio regionale, tra fattori e alleanze nuove
Per l’Arabia Saudita, il confinante Yemen non rappresenta una questione di “politica estera” ma di “sicurezza nazionale”, ancor di più dopo l’ascesa degli Houthi. Tra il 2015 e il 2022, Riyadh ha subito attacchi, prima razzi poi droni e missili, con cadenza settimanale se non giornaliera. Adesso, la guerra in Yemen e gli attacchi contro il territorio saudita ritornano però in un contesto regionale già destabilizzato dal conflitto tra Stati Uniti e Iran e dal doppio blocco di Hormuz. Un fattore che amplifica la risonanza degli eventi yemeniti e complica i calcoli dei singoli attori.
Inoltre, da parte Houthi e da parte saudita, le reti di cooperazione e le alleanze di difesa costruite in anni recenti aumentano – da punti di partenza diversi – il rischio di propagazione della guerra, o il coinvolgimento di nuovi attori in Yemen. Gli Houthi hanno allargato i network di cooperazione tra Mar Rosso e Golfo di Aden, scambiando armi, tecnologie e addestramento in cambio di profitti e penetrazione geostrategica: è accaduto con gli Shabaab somali (affiliati ad al-Qaeda), con la componente islamista dell’esercito del Sudan e con la stessa AQAP, trascendendo le differenze confessionali. E gli Houthi hanno rafforzato anche la cooperazione con le milizie sciite irachene di Resistenza Islamica in Iraq, arrivando a fornire supporto per l’organizzazione e l’esecuzione degli attacchi contro l’Arabia Saudita nel luglio scorso.
Anche a seguito di quelle operazioni, e ovviamente della minaccia iraniana, Riyadh ha formalizzato prima la Mecca Defence Alliance con Pakistan e Turchia, poi la Multinational Maritime Defense Alliance per la sicurezza del corridoio del Mar Rosso, con Islamabad e Ankara tra i partecipanti.
Dopo la firma del patto di mutua difesa, gli Houthi hanno però proseguito l’escalation, anche contro gli impianti di Saudi Aramco, spingendo i sauditi a reindirizzare l’export tramite Suez. Poi è arrivata la presa di Al-Mokha e la sequenza di droni contro le regioni saudite del sud.
Il punto è esattamente questo: l’alleanza di Mecca voluta da Riyadh non ha avuto al momento alcun effetto di deterrenza sugli Houthi, né sull’alleato Teheran. Pakistan e Turchia sono quindi arrivati, pubblicamente, a intimare al movimento filo-iraniano di non attaccare più il territorio saudita.
Le prossime scelte dell’Arabia Saudita saranno quindi le più complicate, e ´pesanti` per gli equilibri del Medio Oriente. I sauditi hanno un obiettivo-guida, come già con l’Iran: contenere l’instabilità regionale, quindi le perdite di un’economia in trasformazione. Alle porte di casa, e con una presenza in Yemen, sarà però ancora più arduo perseguire sicurezza nazionale – quindi interessi energetici – e contenimento della crisi insieme. Senza minare la credibilità delle alleanze di difesa ancora in costruzione. Lo Yemen è ora l’ago della bilancia del rischio regionale.
Eleonora Ardemagni
*Istituto Ispi

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