Dico per scherzo a una collega: hai letto domani whastapp sarà fermo 12 ore per manutenzione. Una balla, naturalmente. Ma è bastata la sola ipotesi per riempire di terrore e sconcerto gli occhi dell’amica.
Passiamo più ore a whatsappare che a guardare negli occhi i nostri figli.
Pulsiamo d’ardore quando ci arriva una notifica e scrutiamo quei baffi azzurri come se fosse la conferma del senso della nostra vita.
Ovviamente whatsapp e le altre varie chat ci hanno cambiato la vita nella maniera di comunicare e trasferire dati. Ma il rischio è che, con i dati, ci trasferisca in un altrove sconosciuto, anche pezzi della nostra libertà sotto la maschera della comodità e della modernità.
Risultato: whatsappaimo, siamo whatsappati e tutti, alla lunga, stressati. Ed è il minimo. Poi c’è il caso dei gruppi di whatsapp che diventano luoghi di scambio delle peggiori intenzioni ed espressioni come venuto alla ribalta nella vicenda dei gruppi genitori-scuola. Gruppi utenti di whatsapp, nati per una esigenza e diventati tutt’altro, da tribunali del popolo a gabbie di gogna, con frasi che sfuggono ma diventano subito pubbliche e indelebili, e pentimenti tardivi.
Abbiamo notizie di insegnanti di varie specialità e livelli di istruzione che hanno la sindrome da gruppo whatsapp genitori: “non hai idea di quello che dicono o possono dire di noi, anche per cose che non riguardano l’attività didattica ma cose personali”. E sono le cose meno penose. La cronaca è piena di notizie di abusi via chat con conseguenze talora veniali, talora gravissime arrivando a omicidi e suicidi.
La chat più usata al mondo ha trasformato il nostro modo di conoscere e di fare amicizia, ha rivoluzionato i canoni della fiducia e della rappresentanza: noi diventiamo amici di qualcuno, o qualcuna, in base a due righe e a una faccina. Subiamo e reagiamo a una frase, magari dal sen fuggita, e pensiamo sia una sentenza sulla nostra onorabilità o sul nostro blasone.
Chat da strumento di comunicazione istantanea a bacheca pubblica di vizi e virtù. E’ tutto lì e tutto passa da lì, sarà vera modernità?
Secondo l’ultima ricerca sullo sviluppo delle telecomunicazioni , diminuisce l’uso degli smart voce e aumenta l’uso del trasferimento dati. Insomma parliamo e ascoltiamo di meno, ci scriviamo e ci condividiamo file molto ma molto di più. Usiamo meno bocca e orecchie, usiamo molto di più polpastrelli e occhi. E anche le vie sensitive ne risentono o ne risentireanno. Ci riempiamo le giornate di operazioni touch su uno schermo che sostituisce spesso una stretta di mano e un tavolino per il caffè.
E’ fuorviante fare un processo all’applicazione, è doveroso fare un processo a noi stessi. Di cosa abbiamo bisogno davvero? Quanto dobbiamo dare retta alla curiosità e quanto alla consapevolezza? Quanto è belo tuffarsi in chat e quanto è bello è uscirne? Ma quanto ci è utile l’utilità?
Se ogni sei ore ci facessimo queste domande avremmo i polpastrelli meno indolenziti e lo stress da risposta o da invio sicuramente dimezzato.
Quando uscirono i primi telefonini che squillavano ovunque ci sembrava la rivoluzione epocale. Ora i drin non ci sono quasi più ma siamo eternamente e costantemente on line e pensiamo di vivere in comunità mentre le ricerche ci dicono che ci sentiamo più soli. In questi casi 2 più 2 fa tre.
Così mi diceva sospirando, nei primi anni Novanta primi telefonini, un mio maestro di giornalismo e di etica, il compianto Federico Scianò: caro Fabrizio, i telefonini sono un grande strumento di libertà… quando sono spenti”.
Iperbole, ovviamente. Nessuno pensa di spegnere la tecnologia ma immaginare di dosarne le incidenze non sarebbe male.
Fabrizio Binacchi

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