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Whatsappati e tutti stressati

Chattiamo ovunque, pulsiamo al bip e pigiamo quei poveri schermi come se fosse la nostra ultima parola. L’ansia da risposta e il “casino” dei gruppi. Ma siamo sicuri che sia modernità?

di Fabrizio Binacchi | 16 Ottobre 2016

Dico per scherzo a una collega: hai letto domani whastapp sarà fermo 12 ore per manutenzione. Una balla, naturalmente.  Ma è bastata la sola ipotesi per riempire di terrore e sconcerto gli occhi dell’amica.

Passiamo più ore a whatsappare che a guardare negli occhi i nostri figli.

Pulsiamo d’ardore quando ci arriva una notifica e scrutiamo quei baffi azzurri come se fosse la conferma del senso della nostra vita.

Ovviamente whatsapp  e le altre varie chat ci hanno cambiato la vita nella maniera di comunicare e trasferire dati. Ma il rischio è che, con i dati,  ci trasferisca in un altrove sconosciuto, anche pezzi della nostra libertà sotto la maschera della comodità e della modernità.

Risultato: whatsappaimo, siamo whatsappati e tutti, alla lunga, stressati. Ed è il minimo. Poi c’è il caso dei gruppi di whatsapp che diventano luoghi di scambio delle peggiori intenzioni ed espressioni come venuto alla ribalta nella vicenda dei gruppi genitori-scuola. Gruppi utenti di whatsapp, nati per una esigenza e diventati tutt’altro, da tribunali del popolo a gabbie di gogna, con frasi che sfuggono ma diventano subito pubbliche e indelebili,  e pentimenti tardivi.

Abbiamo notizie di insegnanti di varie specialità e livelli di istruzione che hanno la sindrome da gruppo whatsapp genitori: “non hai idea di quello che dicono  o possono dire di noi, anche per cose che non riguardano l’attività didattica ma cose personali”. E sono le cose meno penose. La cronaca è piena di notizie  di abusi via chat con conseguenze talora veniali, talora gravissime arrivando a omicidi e suicidi.

La chat più usata al mondo ha trasformato il nostro modo di conoscere e di fare amicizia, ha rivoluzionato i canoni della fiducia e della rappresentanza: noi diventiamo amici di qualcuno, o qualcuna, in base a due righe e a una faccina. Subiamo e reagiamo a una frase, magari dal sen fuggita, e pensiamo sia una sentenza sulla nostra onorabilità o sul nostro blasone.

Chat da strumento di comunicazione istantanea a bacheca pubblica di vizi e virtù. E’ tutto lì e tutto passa da lì, sarà vera modernità?

Secondo l’ultima ricerca sullo sviluppo delle telecomunicazioni , diminuisce l’uso degli smart voce e aumenta l’uso del trasferimento dati. Insomma parliamo e ascoltiamo di meno, ci scriviamo e ci condividiamo file molto ma molto di più. Usiamo meno bocca e orecchie, usiamo molto di più polpastrelli e occhi. E anche le vie sensitive ne risentono o ne risentireanno. Ci riempiamo le giornate di operazioni touch su uno schermo che sostituisce spesso una stretta di mano e un tavolino per il caffè.

E’ fuorviante fare un processo all’applicazione, è doveroso fare un processo a noi stessi. Di cosa abbiamo bisogno davvero? Quanto dobbiamo dare retta alla curiosità e quanto alla consapevolezza? Quanto è belo tuffarsi in chat e quanto è bello è uscirne? Ma quanto ci è utile l’utilità?

Se ogni sei ore ci facessimo queste domande avremmo i polpastrelli meno indolenziti e lo stress da risposta o da invio sicuramente dimezzato.

Quando uscirono i primi telefonini che squillavano ovunque ci sembrava la rivoluzione epocale. Ora i drin non ci sono quasi più ma siamo eternamente e costantemente on line e pensiamo di vivere in comunità mentre le ricerche ci dicono che ci sentiamo più soli. In questi casi 2 più 2 fa tre.

Così mi diceva sospirando, nei primi anni Novanta primi telefonini, un mio maestro di giornalismo e di etica, il compianto Federico Scianò: caro Fabrizio, i telefonini sono un grande strumento di libertà… quando sono spenti”.

Iperbole, ovviamente. Nessuno pensa di spegnere la tecnologia ma immaginare di dosarne le incidenze non sarebbe male.

Fabrizio Binacchi

Pubblicato in : CornerBlog, EditorialeTag: anni, cellulari, dipendenza da telefoni cellulari, genitori, gruppi social, mondo, nuove dipendenze, nuove forme di comunicazione, nuove generazioni, processo, relazioni personali, relazioni sociali, scambio, scuola, smartphone, social network, sviluppo, Whatsapp

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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