
Washington guarda a Teheran come a un vecchio copione mai archiviato: riportare in scena l’erede dello Scià, riesumare la monarchia come argine al caos e spacciare l’operazione come un nuovo atto di esportazione della democrazia. Il figlio dello Scià di Persia, morto in esilio dopo un pellegrinaggio tra capitali straniere e infine sepolto in Egitto, torna oggi evocato come possibile soluzione a una crisi che l’Occidente continua a non comprendere. Un’idea che piace a Trump da sempre affascinato dalle corone e dai simboli del potere ereditario: non a caso fu l’unico capo di Stato ricevuto due volte dalla corona britannica in pompa magna. Poco importa in questa narrazione che l’Iran non sia un protettorato qualunque ma una potenza regionale: membro chiave del mondo BRICS con quasi due milioni di chilometri quadrati di territorio e circa cento milioni di abitanti eredi di tremila anni di storia continua, da Ciro il Grande alla Rivoluzione islamica. Poco importa che si tratti di una civiltà che non è mai stata culturalmente anestetizzata, e che per questo risulta refrattaria ai modelli imposti e alla corruzione sistemica esportata altrove. Poco importa ricordare che dopo la fuga precipitosa dello Scià l’ambasciata americana ai tempi di Jimmy Carter rimase ostaggio per 444 giorni, una ferita mai rimarginata nella memoria statunitense. La storia recente dovrebbe insegnare qualcosa: in quell’area del mondo, al netto di incursioni e blitz, gli Stati Uniti sono spesso usciti di scena in silenzio, mentre a muovere davvero i fili sono stati altri attori, in primis gli inglesi. Eppure ancora una volta Washington si presenta come liberatrice. Sì, il popolo iraniano soffre. Sì, le donne iraniane pagano un prezzo altissimo. Ma l’America di Trump promette libertà come l’ha promessa a Kabul. Con una differenza sostanziale: Teheran non è Kabul e l’Iran non è l’Afghanistan. Fuori dai propri confini gli Stati Uniti continuano a confondere geografie, culture e secoli di storia, seguendo il fiuto del segugio che individua dove conviene abbaiare: armi in cambio di petrolio, influenza in cambio di terre rare. Il resto è retorica. Lasciare che l’Iran risolva le proprie contraddizioni interne non è cinismo, ma realismo storico. Intervenire ancora significherebbe rischiare di replicare, moltiplicata per mille, la tragedia palestinese, dove decine di migliaia di bambini sono stati lasciati morire nel fango e nella fame sotto gli occhi del mondo. Riportare in patria l’erede dello Scià protetto dai Marines mentre l’Iraq torna a essere una terra di sofferenza, non sarebbe una soluzione ma l’innesco di un potenziale disastro planetario. Trump farebbe bene a lasciare Serse al sicuro in America e a ricordare una verità elementare che la storia ripete da tremila anni: l’Iran non è il Venezuela.
Angelo Santoro

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