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Proteste in Iran, all’ombra di Trump

La questione non è se Donald Trump colpirà l’Iran, ma quando e in che modo lo farà. È quanto riferiscono, con perentoria convinzione, fonti della sicurezza israeliana citate dal sito d’informazione Al-Monitor, che ha sede Washington D.C. Pur trattandosi, ovviamente, di fonti di parte con un certo interesse nella materia trattata, non ci sono dubbi sul fatto che, in queste ore, l’inquilino della Casa Bianca stia soppesando le opzioni a sua disposizione, dopo aver esortato i cittadini iraniani a continuare a protestare, promettendo loro che “gli aiuti stanno arrivando”. Mentre le autorità iraniane continuano a bloccare l’accesso a internet, la repressione avrebbe già causato vittime nell’ordine delle migliaia, fermo restando che è impossibile verificare questi dati in modo indipendente. Se nell’amministrazione americana e tra gli alleati regionali c’è chi spinge perché Trump usi la mano pesante contro il regime di Teheran, altri soggetti – in primis i paesi arabi del Golfo – lavorano discretamente per dissuaderlo dall’intraprendere azioni militari, preoccupati per un’escalation dagli esiti imprevedibili.

di Istituto Ispi | 15 Gennaio 2026

di Francesco Petronella*

La questione non è se Donald Trump colpirà l’Iran, ma quando e in che modo lo farà. È quanto riferiscono, con perentoria convinzione, fonti della sicurezza israeliana citate dal sito d’informazione Al-Monitor, che ha sede Washington D.C.  Pur trattandosi, ovviamente, di fonti di parte con un certo interesse nella materia trattata, non ci sono dubbi sul fatto che, in queste ore, l’inquilino della Casa Bianca stia soppesando le opzioni a sua disposizione, dopo aver esortato i cittadini iraniani a continuare a protestare, promettendo loro che “gli aiuti stanno arrivando”. Mentre le autorità iraniane continuano a bloccare l’accesso a internet, la repressione avrebbe già causato vittime nell’ordine delle migliaia, fermo restando che è impossibile verificare questi dati in modo indipendente. Se nell’amministrazione americana e tra gli alleati regionali c’è chi spinge perché Trump usi la mano pesante contro il regime di Teheran, altri soggetti – in primis i paesi arabi del Golfo – lavorano discretamente per dissuaderlo dall’intraprendere azioni militari, preoccupati per un’escalation dagli esiti imprevedibili.

Cosa può fare Trump?

Se, da un lato, tutti gli occhi sono puntati sul possibile utilizzo della forza militare americana per attaccare l’Iran, anche altri strumenti sono a disposizione del presidente per “colpire dove fa più male”, per usare le parole dello stesso Trump. Come evidenzia il Wall Street Journal, i possibili passi successivi potrebbero includere il rafforzamento delle fonti d’informazione antigovernative online, l’impiego di armi informatiche contro siti militari e civili iraniani, l’imposizione di ulteriori sanzioni al regime – oltre all’annunciato dazio del 25% – e, in ultima istanza, un attacco militare vero e proprio. La pressione economica, scrive il Financial Times, potrebbe danneggiare l’Iran in modo anche più grave rispetto alla forza bruta, poiché spingerebbe gli iraniani a continuare le loro proteste, prolungandone però le sofferenze nell’immediato. Se, tuttavia, Trump finisse per scegliere l’opzione militare, non è facile predire in cosa si concretizzerebbe. Attaccare infrastrutture nucleari, anche se a giugno 2025 Trump rivendicava di aver “obliterato” il programma atomico iraniano? Colpire strutture governative e militari, anche se si trovano in zone densamente popolate? Optare per la soluzione “venezuelana”, puntando direttamente sulla Guida Suprema Ali Khamenei, ma lasciando intatta l’intelaiatura del regime (cosa che andrebbe bene a Washington e ai manifestanti?). Segnali di tensione, in ogni caso, non mancano. Secondo fonti diplomatiche citare da Reuters, ad alcuni membri del personale è stato ordinato alcune basi americane nella regione in via precauzionale, alla luce dell’innalzamento dello stato di allerta.

Terrore del vuoto?

Questo clima d’incertezza spiega, anche solo in parte, l’atteggiamento guardingo mantenuto finora da vari attori regionali, tra cui la Turchia e i paesi arabi. Come evidenzia un’analisi dell’Economist, l’Iran è percepito dai suoi vicini come molto più debole rispetto al passato, considerati i colpi subiti dopo il 7 ottobre dal suo ‘Asse della resistenza”, la rete regionale su cui la Repubblica islamica ha basato la sua capacità di deterrenza. Se, dunque, da un lato i paesi arabi potrebbero accogliere con favore il crollo del regime di Teheran, dall’altro temono fortemente il vuoto di potere che ne seguirebbe. Non solo. Se è vero che Israele – nella cosiddetta ‘Guerra dei 12 giorni’ – ha danneggiato l’arsenale di missili balistici a lungo raggio iraniani, Teheran possiede ancora dispositivi a corto raggio in grado di colpire obiettivi nel Golfo e oltre. Vale la pena ricordare che, a giugno 2025, l’Iran aveva risposto ai bombardamenti USA sulle sue strutture nucleari sparando missili contro la base aerea di Al-Udeid, in Qatar, che ospita il quartier generale del Comando centrale americano (Centcom). L’attacco è stato in gran parte simbolico, ma il suo ricordo è ancora vivo nella memoria regionale. Oggi, nelle capitali del Medio Oriente, sembra risuonare il detto inglese: “Attento a ciò che desideri”.

L’Europa batte un colpo?

Intanto, in Iran, le notizie che a fatica riescono a superare il blocco di internet restituiscono un quadro a tinte fosche. Secondo Iran International, piattaforma di notizie basata a Londra, almeno 12.000 persone sono state uccise dagli apparati di sicurezza del regime durante la repressione delle proteste. Più caute, invece, le stime dell’agenzia di stampa statunitense Human Rights Activists News Agency (HRANA), secondo cui le vittime sarebbero 2.000, senza contare feriti e arresti. In ogni caso, dato che le informazioni filtrano dal paese con il contagocce, si tratta di dati impossibili da verificare. Tuttavia, la diplomazia si muove, soprattutto in campo europeo. Diversi paesi UE, tra cui Italia, Spagna, Francia, Belgio e Repubblica Ceca, hanno convocato gli ambasciatori iraniani come reazione alla violenta repressione dei manifestanti da parte di Teheran, mentre aumenta la pressione sull’UE affinché inasprisca le sanzioni contro il regime iraniano. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha annunciato in una lettera agli eurodeputati che ai diplomatici iraniani sarà vietato l’ingresso nella sede legislativa dell’UE, mentre si fa largo l’ipotesi – caldeggiata da membri UE come i Paesi Bassi – di designare come organizzazione terroristica il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc, o pasdaran), già oggetto di sanzioni da parte di Bruxelles.

Il commento

Di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre

“Dal Golfo alla Turchia cresce il timore per le rivolte in Iran e per l’ipotesi di un intervento esterno evocata dal presidente Trump. Finora le capitali arabe del Golfo hanno mantenuto un profilo prudente, mentre Ankara ha apertamente messo in guardia dai rischi di un’azione esterna che finirebbe per amplificare l’instabilità dell’intera regione, a partire dai paesi confinanti. Se nella ridefinizione degli equilibri mediorientali successiva al 7 ottobre il ridimensionamento dell’influenza della Repubblica islamica e del suo Asse della resistenza è stato in larga misura accolto con favore, il collasso di un paese di oltre 90 milioni di abitanti resta uno scenario che suscita forte preoccupazione in tutta l’area”.

* Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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