
Chiusura positiva per Wall Street venerdì scorso, con l’S&P 500 in rialzo dello 0,1%, il Nasdaq 100 a +0,3% e il Dow Jones in calo dello 0,6%, appesantito dalla debolezza dei settori finanziario e delle utility, mentre i titoli energetici hanno sovraperformato. Nvidia ha guadagnato l’1,5%, estendendo il supporto al Nasdaq dopo le notizie secondo cui i funzionari cinesi avrebbero segnalato alle aziende tecnologiche nazionali di poter preparare gli ordini per i suoi chip di intelligenza artificiale H200, mentre AMD è avanzata del 2,3%. Al contrario, Intel è crollata del 17% dopo aver pubblicato previsioni inferiori alle attese e segnalato le continue difficoltà operative, trascinando il sentiment più ampio nel settore dei semiconduttori. Altrove, Broadcom ha perso l’1,7%, limitando il rialzo nel settore tecnologico a mega-cap. I dati macroeconomici hanno offerto segnali contrastanti, con l’indice del sentiment dell’Università del Michigan rivisto al rialzo a un massimo plurimensile, nonostante gli indici PMI globali flash dell’S&P indicassero un lieve raffreddamento sia nei servizi che nel settore manifatturiero. Nel corso della settimana, l’indice S&P 500 ha perso lo 0,5% e il Dow Jones lo 0,6%, mentre il Nasdaq ha guadagnato lo 0,2%, riflettendo una persistente cautela dopo la recente volatilità.
VALUTE.
Crollo improvviso del dollaro venerdì scorso, alimentato soprattutto dalla caduta repentina del UsdJpy e i relativi cross della valuta giapponese. Le ragioni sono da ricercare nel possibile intervento della Boj sul mercato, che ha fatto crollarer il UsdJpy da 159.40 a 155.75. Il tutto, possiamo dire che sia avvenuto in due fasi, una durante la sessione europea, in mattinata, con probabile richiesta di prezzi della Boj e movimento di ribasso di UsdJpy di 200 pips da 159.40 a 157.40, mentre la seconda fase, in cui presumibilmente la Boj non si è solo limitata a chiedere prezzi ma è intervenuta vendendo dollari a mercato e comprando Jpy, di circa 300 pips. Il tutto ha causato, per correlazione dollaro centrica, ad un ribasso generalizzato del dollaro contro Euro (1.1770 – 1.830), del Cable (1.3510 – 1.3640), AudUsd (0.6840 -0.6900). NzdUsd (0.5900 – 0.5945). Anche se sull’azionario rimaniamo in risk on, in realtà il movimento valutario apparre tipicamente un aprice action di avversione al rischio, con la valuta euro che è più asset rifugio del dollaro in questa fase ed per questo che sale. In aggiunta va detto che le incognite relative alle rinnovate questioni dei dazi, oltre a quelle geopolitiche relative a Venezuela, Iran e Groenlandia, pesano sulla divisa Usa, insieme ai timori che molti investitori istituzionali comincino ad uscire dagli asset denominati in dollari. E’ ancora questo, il desiderio dell’economia Usa, visto che i Brics sembrano voler rivalutare (UsdCnh 6.94) per sostituire il dollaro come valuta di riferimento globale ?
ARGENTO.
L’argento è balzato ben sopra i 100 dollari l’oncia per la prima volta, arrivando a 103.24, sostenuto da un dollaro statunitense più debole, da persistenti tensioni geopolitiche e da una più ampia incertezza economica. Il biglietto verde è stato messo sotto pressione dalle mutevoli dinamiche geopolitiche tra Stati Uniti ed Europa relative alla Groenlandia, insieme al crescente timore degli investitori che l’Europa potesse sfruttare le sue ingenti riserve di asset statunitensi come strumento strategico. Nel frattempo, si prevede che la Federal Reserve lascerà invariati i tassi di interesse nella riunione della prossima settimana, a dimostrazione dei continui segnali di resilienza economica. Tuttavia, i mercati stanno ancora scontando due tagli dei tassi nel corso dell’anno, un’ipotesi che potrebbe acquisire ulteriore forza con l’avvicinarsi della scelta del prossimo presidente della Fed da parte del presidente Donald Trump, dopo i colloqui con potenziali candidati. Oltre alle forze macroeconomiche, il rally dell’argento è stato amplificato da una storica stretta allo scoperto, dalla robusta domanda degli investitori al dettaglio e dal rafforzamento dei controlli sulle esportazioni da parte della Cina, tutti fattori che hanno intensificato le preoccupazioni sull’offerta e aggiunto slancio al movimento.
PETROLIO.
Venerdì, i future sul greggio WTI sono saliti di oltre il 2%, attestandosi a circa 60,8 dollari al barile, estendendo i guadagni per la quinta settimana consecutiva, sostenuti dai rischi geopolitici e di approvvigionamento. La mossa ha fatto seguito ai rinnovati avvertimenti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti dell’Iran, sollevando preoccupazioni per una potenziale azione militare che potrebbe interrompere i flussi di petrolio generando carenza di offerta. Trump ha affermato che gli Stati Uniti hanno una flotta diretta verso l’Iran, mentre funzionari statunitensi hanno confermato che navi da guerra, tra cui una portaerei e cacciatorpediniere lanciamissili, arriveranno in Medio Oriente nei prossimi giorni. Le preoccupazioni relative all’approvvigionamento sono state aggravate dalle continue interruzioni in Kazakistan, dove la produzione del gigantesco giacimento petrolifero di Tengiz non è ancora ripresa dopo una chiusura all’inizio di questa settimana. Inoltre, il dollaro è scivolato verso la sua settimana peggiore in sette mesi, rendendo il greggio più conveniente per gli acquirenti non statunitensi, a causa delle tese relazioni tra Stati Uniti ed Europa e dei colloqui di pace irrisolti con l’Ucraina. Tuttavia, i guadagni rimangono limitati dalle aspettative di eccesso di offerta, con l’AIE che prevede un aumento delle scorte globali di 3,7 milioni di barili al giorno quest’anno.
SETTIMANA ENTRANTE.
la Fed prenderà la sua prima decisione di politica monetaria dell’anno, mentre saranno sotto i riflettori anche gli utili di Apple, Meta, Microsoft e Tesla. Sul fronte dei dati, sono attesi gli ordini di beni durevoli statunitensi, l’indice dei prezzi alla produzione, le esportazioni e le importazioni e i dati del mercato immobiliare. Altrove, i mercati seguiranno con attenzione la pubblicazione del PIL di Eurozona, Germania e Canada; i dati sull’inflazione di Germania, Spagna e Australia; e gli indici PMI ufficiali della Cina.
Saverio Berlinzani

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