Il Teatro di San Carlo, noto anche come Teatro San Carlo, è il più importante teatro della città di Napoli ed uno più celebri nel mondo. È il più antico teatro lirico d’Europa, riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Inaugurato nel 1737 per volontà di Carlo I di Borbone su progetto di Giovanni Antonio Medrano, con l’opera Achille in Sciro (musica di Domenico Sarro, libretto di Pietro Metastasio), fu ricostruito su progetto di Antonio Niccolini, che ne definì la facciata in stile neoclassico, dopo un incendio che lo distrusse nella notte del 12 febbraio 1816.
La nuova sala fu inaugurata il 12 gennaio 1817.
La crisi generale che attraversa l’Italia della cultura mette in serio pericolo la vita del teatro San Carlo Napoli.
Condividiamo l’affermazione del nostro Presidente Giorgio Napolitano: “Il San Carlo è un simbolo della città e va salvato”, investendo il sindaco Rosa Russo Iervolino di una missione: «Salvate il San Carlo, non riesco a vedere una città senza il suo Teatro».
Una crociata per colmare una voragine di 18 milioni di euro, per trovare sponsor ed evitare il fallimento del San Carlo.
La riflessione va fatta, tenendo in considerazione circa 400 posti di lavoro a rischio, ma questo non ci esonera da alcune cosiderazioni.
I vertici del San Carlo si sono mostrati in questi ultimi anni incompetenti e dall’alto della loro intoccabilità (massoneria?) hanno addirittura permesso di fittare il San Carlo per “festini di matrimoni” alla modica cifra di 20.000 Euro, per non parlare della programmazione artistica che ha visto succedersi attegiamenti dubbiosi verso agenzie artistiche note e episodi di riproposizione di lavori musicali, spacciandoli come world premier. Contravvenendo tra l’altro alle nomative vigenti circa i diritti connessi al diritto d’autore sulle opere di dominio pubblico.
Nel frattempo il San Carlo esce dal tessuto sociale della città con biglietti sempre più cari per assistere alle rappresentazioni e o a concerti.
Allestimenti carissimi, alte spese di regia, revisioni e quant’altro
Il paradosso è: mantenere con il danaro pubblico gli enti lirici -San Carlo, Scala etc.- e non permettere l’accesso al pubblico di fascia economica media e bassa in quanto la spesa pro capite diventa insostenibile e in alcuni casi, non in posti di prima fila, il costo del biglietto equivale ad un quarto dello stipendio menio di un docente di scuola pubblica.
Per quanto riguarda il rapporto con il futuro pubblico, i concerti per le scuole del San Carlo sono una vera pena. I professori d’orchestra, consci del fatto di avere un pubblico che paga poco, fatto di ragazzi incompetenti, e forse stanchi della serata precedente, si esibiscono in performance a dir poco esilaranti(volendo cogliere il lato umoristico delle cose).
Un altro paradosso: i soldi si cercano fuori. Non si creano le condizioni per appassionare la città e gli imprenditori alle sorti del San Carlo. Ne riusciremo a salvare almeno l’edificio?
Napoli siamo noi, ha ragione Giorgio Bocca. Ci rifletta, con serietà, Sindaco Iervolino.

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