La sacralità della Corona Ferrea
La monarchia in Italia è antichissima. Numa Pompilio, secondo Re di Roma, al potere politico-militare, incarnato e affermato da Romolo, sul modello dei lucumoni etruschi aggiunse il “sacerdozio”, che non è complemento secondario e variabile ma sostanza stessa della regalità, rappresentata da una simbologia sempre più elaborata e arcana.
Dalle macerie dell’Impero romano, i cui titolari non cinsero il capo con corone metalliche ma semmai con l’infula sacerdotale, in Italia la regalità prese corpo nella Corona Ferrea, forma definitiva di sacralità. Essa indicò che non vi può essere “imperium” senza riferimento alla Rivelazione e allo “scandalo della Croce”, dalla quale, secondo la leggenda consolidata, proviene il chiodo che ne salda le piastre (otto all’origine, numero sacro, ridotte a sei dopo un furto, tenute insieme da un anello d’argento).
Per secoli l’Italia non ebbe un “suo” re, perché essa era la terra giustificativa dell’Impero universale, fondato sulla delega del potere temporale da parte del successore di Pietro e Vicario di Cristo. Per entrare nella pienezza delle funzioni gli eredi di Carlo Magno dovevano ottenere l’incoronazione pontificia, a Roma, che suggellava le due precedenti: l’assunzione della corona di Germania e di quella d’Italia. Per rivendicare la propria effimera sovranità l’episcopicida Arduino, marchese di Ivrea, calcò sul capo la Corona Ferrea. Sulla sua scia fecero altrettanto Corrado II, Corrado III, Federico Barbarossa e suo figlio, Enrico VI, quando sposò la normanna Costanza d’Altavilla, saldando insieme l’Italia settentrionale e il Mezzogiorno, antico sogno del sassone Ottone III, che mirò al ricongiungimento tra la prima e la seconda Roma, bastione contro la sempre devastante avanzata islamica nel Mediterraneo e nell’Italia stessa.
La frattura con la Riforma luterana
Con la Riforma luterana d’inizio Cinquecento l’unitarietà dell’Impero, ribadita nei secoli anche da avversari strenui dei papi, quali il Barbarossa e suo nipote, Federico II, “stupor mundi”, fu infranta sul terreno religioso, prima che su quello politico-militare. A differenza dei principi luterani, proprio per la loro peculiarità teologica gli evangelici (valdesi prima, metodisti poi e loro molteplici varianti) non assunsero peso temporale rilevante. Da metà Cinquecento, invece, la lacerazione dell’unità cristiana (già segnata dal grande scisma tra Papato di Roma e chiesa d’Oriente, da Costantinopoli traslata a Mosca, Terza Roma) fu codificata nel principio “cujus regio, eius et religio”: rifiuto categorico di riconoscere il primato universale del Pontefice di Roma. È paradossale, e al tempo stesso evoca la metastoria, che la perdurante frattura si sia verificata proprio quando l’Europa stava unificando il pianeta con le grandi esplorazioni e quasi in coincidenza con la prima circumnavigazione del globo, gloria indiscutibile della cristianità occidentale, propriamente della Chiesa cattolica, come conferma l’impegno di papa Alessandro VI Borgia nella composizione della contesa tra Madrid e Lisbona sull’America meridionale, con lo spostamento della “raya”, conciliante i due imperi coloniali.
L’esclusione del primato universale del pontefice romano fu definitivamente evidenziata nel corso della guerra dei Trent’anni: un conflitto tra potenze, regolato infine da calcoli puramente politico-militari nella laboriosa pace di Westfalia (1648). Il Sacro romano impero sopravvisse ancora ma solo nominalmente, come un tronco ridotto a mera scorza, privo di linfa vitale. Esso si protrasse da una all’altra mediazione sino alla Guerra dei Sette anni (1756-1763), che assunse i caratteri di guerra mondiale, quanto meno per il coinvolgimento e la nuova spartizione degli spazi extraeuropei tra Francia e Gran Bretagna, dall’India alle colonie nell’America settentrionale. Da quel conflitto emerse il ruolo del regno di Prussia, antitetico all’Impero. Destabilizzante sotto il profilo politico-militare, Federico II il Grande, iniziato all’Arte Reale, fu invece costruttore sul piano culturale.
A differenza di quanto era accaduto nella prima metà del Settecento, quando le tre guerre di successione ne sconvolsero ripetutamente l’assetto politico con una ridda di assegnazioni delle sue terre ora agli Asburgo, ora ai Borbone, l’Italia rimase estranea a quella guerra. I “sovrani” dei suoi Stati di terraferma continuavano a derivare il loro potere direttamente o indirettamente dall’imperatore. Valeva per la Casa di Savoia, “re di Sardegna”, e per il Borbone, re di Sicilia e di Napoli, in funzione vicaria del sovrano di Spagna. Vale d’esempio Carlo, il migliore tra i Borbone del Mezzogiorno, che fu Carlo VII di Napoli sino al 1759, poi III di Spagna.
Napoleone Re d’Italia…
In Italia la regalità tornò nelle forme compiute con l’incoronazione di Napoleone I, imperatore dei Francesi, a Milano il 26 maggio 1805. La Francia aveva annesso il Piemonte, XXVII Divisione dell’Impero, e continuò ad inglobarne la “terraferma”. Lasciò la Sicilia a Ferdinando IV, sotto tutela inglese, e la Sardegna a Vittorio Emanuele I (dopo l’abdicazione di Carlo Emanuele IV, che optò per la pratica devozionale, professata in Roma ove è sepolto). Napoleone si incoronò sovrano del regno d’Italia (il Lombardo-Veneto e l’Emilia-Romagna), affidato al figlio adottivo Eugenio di Beauharnais quale viceré. Nel cingere simbolicamente la Corona Ferrea, recata da quello di Monza al Duomo di Milano, presente l’arcivescovo Caprara, disse precisamente: “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”, mònito non verso chi insidiasse la sua persona ma la Corona stessa. La sontuosissima cerimonia, studiata nei minimi dettagli, si sostanziò nella consacrazione della nuova entità statuale. Nessun altro potentato italiano dell’età napoleonica poté vantare altrettanto. L’istituzione del regno d’Italia (sussunto nell’Impero) fu la risposta al triennio repubblicano (o “giacobino”) di fine Settecento e, al tempo stesso, l’estrinsecazione del rapporto di subordinazione temporale del pontefice, già evidenziata nel “sacre” di Notre Dame. L’Uomo Nuovo, rappresentato nella statua di Napoleone plasmata da Antonio Canova, era anche il nuovo l’Ordine, la risposta dei Codici alla sovversione. Il progetto filosofico si completò con la “debellatio” del Sacro Romano Impero: Francesco II retrocesse a imperatore d’Austria. La guerra dei simboli sormonta quella delle armi. In Europa non potevano esistere due imperi, tanto più che da Oriente s’affacciava la Terza Roma, incarnata da Alessandro I Romanov, Cesare di Russia.
… e il passaggio del “testimone” da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele II
Il retaggio ultimo di quella breve convulsa stagione fu il dono della spada di Napoleone a Vittorio Emanuele, duca di Savoia, da parte di Alessandro Saluzzo di Monesiglio, l’autore della Histoire militaire du Piémont, apologia del ruolo delle Armi quali caposaldo del Paese e dei suoi “popoli”: destino o fortuna, cioè sfida storica perpetua. La spada napoleonica lampeggiò nei cieli della Storia come risposta all’incoronazione di Ferdinando d’Asburgo, che a sua volta volle cingere la Corona Ferrea, rivendicandosi successore di Carlo V che l’aveva calcata a Bologna nel 1530, officiante papa Clemente VII de Medici.
Nel 1861, dopo due guerre per l’indipendenza dall’Austria e per l’unificazione nazionale, nacque il Regno d’Italia: autocefalico. Non ebbe alcuna “investitura” imperiale, nessun viatico dall’esterno. Come a suo tempo indicato dal pensoso Carlo Alberto, l’Italia fece da sé. La sua sacralità fu sintetizzata dalla legge (votata il 14 marzo e pubblicata il 17, domenica, nel n. 1 della “Gazzetta ufficiale” del regno), in forza della quale Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia, e dalla proclamazione di Roma capitale d’Italia (27 marzo). Come da Statuto, il re tale era “per grazia di Dio”. In forza della legge del 17 aprile avrebbe intestato gli Atti di governo con la formula “Re per grazia di Dio e volontà della nazione”: conciliazione fra Legittimità e Rivoluzione, Ordine Nuovo. Nel 1848-1849 in Italia non esisteva alcun regno autenticamente e pienamente sovrano se non quello sabaudo. Per scrollarsi di dosso ogni ipoteca del passato, Carlo Alberto (già conte dell’Impero napoleonico e tormentato dalla riflessione sul proprio Destino) aveva motu proprio abdicato al rango di vicario dell’Impero (vanto plurisecolare della Casa) anche perché quell’Impero non esisteva più. Il vicariato era ormai un orpello. Fu la premessa per la candidatura alla sovranità nazionale, implicita nella scelta del tricolore italiano (marzo 1848) al posto della bandiera azzurra (indicata dallo Statuto) e di altri gesti tanto sommessi quando lungimiranti.
Negli anni seguenti il neonato Regno d’Italia fu troppo impegnato fra insorgenze interne (il grande brigantaggio nel Mezzogiorno, la malavita dilagante nelle Romagne, la criminalità diffusa in tutte le regioni…) e guerre generali (1866, 1870-71) per dedicarsi a esplicitare la sua missione. Occorreva anzitutto “amministrare”, unificare i codici (1865), allestire esercito e marina, avviare un sistema fiscale in armonia con le urgenze di uno Stato costretto al corso forzoso della moneta cartacea e all’imposta sulle farine, tassa sulla fame, indispensabile per dotare lo Stato del minimo necessario per fronteggiare le urgenze di un Paese dalle profonde disuguaglianze: dalla rete ferro-stradale alle aule scolastiche, dalle caserme agli ospedali.
Occorreva provvedere anzitutto ai “corpi”, senza però dimenticare l’“anima” del nuovo Stato: la convalida dell’uguaglianza dei cittadini dinnanzi alle leggi.
Umberto I (1878-1900) fu a sua volta troppo assorbito dai venti di guerra, dalle tempeste rivoluzionarie e dagli attentati “anarchici” (orchestrati da un’unica regia) serpeggianti in Europa per potersi dedicare a fondo alla costruzione dell’Idea di Italia. Nondimeno i Palazzi del potere edificati a Roma dopo il 1870 come nelle principali città del Regno parlarono un’unica lingua, quella della Terza Italia.
Vittorio Emanuele III: autocefalia del Re d’Italia
Col regicidio del 29 luglio 1900 venne l’ora di Vittorio Emanuele, principe di Napoli, nato da Umberto I e la cugina prima Margherita: quasi endogamia sacra, segno dell’isolamento del regno e al tempo stesso sua massima capacità di autorappresentazione. Come già per il funerale di Vittorio Emanuele II, anche per quello di Umberto I venne recata in corteggio la Corona Ferrea. Anzi, ne venne forgiata la copia in bronzo per il monumento funebre nel Pantheon, dirimpetto a quello del Padre della Patria.
Il trentunenne terzo Re d’Italia comprese in un corpo minuto, persino infelice, un patrimonio filosofico, storico e morale immenso. Forse era proprio necessario il suo strazio fisico per sublimare la Monarchia in Italia. Taciturno, refrattario a ogni gesto superfluo, fu un enigma nell’enigma. Se la Corona era autocefalica, egli sommò le spinte disparate dei due secoli, sintetizzati nella formula “Viva l’Italia! Ora più che poi!!” ricorrente nell’“Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896” manoscritto nel raccoglimento di Alessandria d’Egitto.
Lo aveva capito bene Giosue Carducci. Erano stati mazziniani e garibaldini a sospingere i Savoia da Torino a Roma. Perciò proprio a loro, più che ad altri, toccava far quadrato attorno alla Corona. Se Carlo Alberto (scrisse poi Giovanni Pascoli) era stato il “Re dei Carbonari”, il nuovo sovrano era di tutti gli italiani. Senza più bisogno di “sette segrete”. Lo dichiarò Vittorio Emanuele stesso nel discorso della Corona (ripubblicato da Tito Lucrezio Rizzo in “Parla il Capo dello Stato”, ed. Gangemi), quando giurò fedeltà allo Statuto: l’Atto previsto dall’art. 22 del “patto irrevocabile” tra il sovrano e i regnicoli, promulgato motu proprio dal Re. Lo sentì appieno il “buzzurro” Giovanni Giolitti che nelle pause del lavoro al ministero delle Finanze (con Marco Minghetti e Quintino Sella) andava a passeggiare nel Foro romano, con in tasca la Divina commedia di Dante, per avvolgersi nel senso profondo dello Stato nuovo.
Vittorio Emanuele III assecondò i corpi e cementò gli spiriti. Leggeva e annotava tutte le novità storico-politiche e letterarie, in specie quelle estere per cogliere i venti nuovi. Non gli sfuggirono l’“Inchiesta sulla monarchia” di Charles Maurras, né i saggi di Enrico Corradini (sottolineati e annotati a margine) e di Luigi Federzoni, figlio di un carducciano.
Il suo apparente grigiore era la luce possibile in un Paese che solo nel 1911 festeggiò il primo cinquantenario di storia unitaria e aveva nemici implacabili all’interno e all’estero.
Dalle sue prime apparizioni in pubblico il sovrano parve enigmatico. Ascoltava. Parlava di rado. Comunicava con i fatti: la presenza alle grandi manovre, al varo di navi, all’inaugurazione di congressi di storia e di mostre d’arte e una miriade di gesti come il dono della lastra di alabastro per il mausoleo di Galla Placidia a Ravenna.
Da un anno, poco prima del 70° della sua morte (28 dicembre 1947), la salma di Vittorio Emanuele III è stata traslata dalla chiesa di Santa Caterina in Alessandria d’Egitto nel solenne Santuario-Basilica di Vicoforte. Vi arrivò due giorni dopo quella della Consorte, la Regina Elena, giuntavi da Montpellier, ove era sepolta dalla morte (28 novembre 1952). Le due arche sovrastanti gli avelli recano incisa la Stella d”Italia: quale luce irradia? Dopo le molte e a volte pregevoli sue biografie (Bertoldi, Bracalini, Argenteri e altri) forse tempo è venuto di auscultarne la filosofia politica, di sondarne il messaggio complessivo, di andare oltre le cronache e cogliere la sua lunga opera di affermazione dell’Idea di Italia lungo mezzo secolo di regno, sintetizzato nello Scudo sabaudo, la “bianca croce di Savoia” cantata da Giosue Carducci.
Aldo A. Mola

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