Ma dove la decadenza del viaggio si qualifica oltre la nausea della scorpacciata di immagini, oltre il rischio di appartarsi dalle folle in viaggio per vedersi superiori?
La decadenza del viaggio e la sua apoteosi sono tutt’uno, voluti dalla stessa causa. È ancora Baudelaire a guidarci, tendendoci un’invisibile trappola: “Mais les vrais voygeurs sont ceux-là seuls qui partent / pour partir …”.
Non siamo nella noia moraviana per qualcosa che si è storicamente esaurito, ma nella noia per qualcosa che non è mai esistito, un approdo. L’assenza di approdo spinge all’apoteosi del viaggio, il partire per partire dentro cui milioni di emuli imbecilli di Baudelaire in coda agli aeroporti solleticano la propria esistenziale sofferenza rispetto all’imbecille accanto che insieme alla mignotta sogna il villaggio vacanze di S.Domingo, o ovunque l’acqua sia “d’un cristallo che non ti dico”, ovunque si dia la triste caricatura d’un approdo. Ma anche il “flâneur” di massa votato al viaggio esistenziale, al partire per partire verso gli orizzonti infiniti dell’ebreo errante o del “wanderer”, anche il “flâneur” senza approdo recitato nei mille copioni alla portata di tutti, anche l’antropologo sempre genuflesso sul campo a studiare i propri soprammobili, si ritrova nella condizione dei mignotti in volo per S.Domingo il cui approdo è scopare nell’acqua “d’un cristallo che non ti dico”, ciucciando intrugli tropicali. Perché tutti dopo l’apoteosi non sfuggono alla decadenza del viaggio, allorché non solo non si accorgono dell’inesistenza dell’approdo ma addirittura dell’inesistenza di ciò che lasciano, la polis nelle variegate versioni in cui la polis innamorava di sé i singoli cervelli.
Perciò la decadenza del viaggio va oltre il nichilismo di Baudelaire, perché non nasce dall’assenza della meta, ma dall’assenza del porto da cui salpare, se la polis non c’è più, se la sua fonte di conoscenza vera e primigenia non c’è più.
Il partire per partire è un partire da ovunque per ovunque, tale al moscone ammattito nella bottiglia
prima di schiantare a zampe all’aria.
La decadenza del viaggio trova ragione nella perdita della polis, che non ci regala più fin dall’infanzia la conoscenza di noi e senza quella conoscenza il viaggio è solo deambulazione corporale in cerca di una polis impossibile da cui ripartire.
La morte della polis ci incatena alla morte delle sue cause, il tradimento insanabile tra rappresentati e rappresentanti, la misteriosa agnizione della rappresentanza curata e addolcita solo dalla genericità delle attese democratiche, curata e addolcita solo dalle basse esigenze culturali delle democrazie che si accontentano e portate a modello.
L’agnizione della rappresentanza, il tradimento del patto tra rappresentati e rappresentanti cresce al rapido mutare dei presupposti tecnologici, cresce allorché la cultura in cui i rappresentati scelsero non appartiene più alla cultura in cui i rappresentati decidono. Qua la democrazia sostanziale naufraga senza salvezza in ideologia alcuna, qua muore la polis, qua muore il viaggio perché mirante a non vedere che la polis non c’è più, mirante a farneticare sulle polis future.
Sono venuti al pettine nodi che neppure il nazareno immaginava.
Persa la polis nella magica agnizione della rappresentanza e nella vuota libertà, il viaggio lusinga a non vedere sempre più.
Quale povero professore occhialuto non si vergogna e ride amaro se lo studentello presuntuoso giustifica la propria ignoranza di libri col viaggio di studio in Patagonia presso gli indigeni dell’altopiano, fino a indurre il miserando custode del sapere a informarsi sul proprio anno sabbatico e prendere a viaggiare?
Diciamo la verità, un checkin all’aeroporto vale il brivido di mille tragitti in biblioteca, una laurea “honoris causa” per tutti. Ma non solo. Il viaggio fa trasalire l’amata, la quale di fronte all’uomo avventuroso non potrà che esaltarsi. Il viaggio acceca nel lavoro più pedissequo, perché ti éleva
d’una spanna sul collega pigro che parla solo di TV e Repubblica, mentre tu gli indigeni dell’altopiano li hai visti, mentre sul fogliaccio sono solo descritti.
Potenza della cultura senza polis!
Il viaggio illude d’appartenere alla dirigenza planetaria itinerante, sofferti signori e salvatori del futuro della polis liquefatta e delegata ai congressi tecnologici, inafferrabili, indistinti e perciò ancor più affascinati dalla più umile onnipotenza.
Quale piazza di ghigliottina ci sarà per i protervi aristocratici di domani, sbarazzatisi di castelli e pedigree? Nessuna, perché viaggiando nessuno scoprirà la loro abissale arroganza. Il viaggio è la maschera collettiva in un mondo che udendo sparare le ultime cartucce dell’umano, gioca alla recita delle combinazioni infinite e della vuota liberazione dalla polis morta, finalmente per non vedere la propria liberazione nella morte.
Ma resti tra noi, altrimenti nel giardino sottocasa arriverà la folla.
Marzio Siracusa

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