Il processo d’integrazione europea, tuttora in corso, segnò una tappa fondamentale nel ormai lontano 1992; quando, in altre parole, i paesi membri dell’attuale Unione europea stipularono il famoso Trattato di Maastricht con cui s’impegnarono nel rafforzamento delle istituzioni comunitarie e nella previsione di una futura unione monetaria, previo rispetto di parametri essenzialmente finalizzati all’avvicinamento delle realtà economiche dei dodici paesi aderenti alla nuova moneta.
La traduzione materiale del secondo obiettivo è stata ed è l’euro dei cui centesimi ridondano le nostre tasche. La pubblica amministrazione, informata ai sensi della legge n.241 del 1990 a principi d’efficienza, efficacia ed economicità, deve disporre condizioni favorevoli per gli operatori economici pronti a cogliere i benefici derivanti dall’unificazione monetaria. Al cospetto di un compito cosi arduo, legittimi dubbi potranno sorgere al semplice cittadino, cui, suo malgrado, capita spesso di cozzare (per usare un eufemismo) con le disfunzioni degli uffici pubblici (file chilometriche al collocamento, agli uffici comunali e postali) e l’inettitudine di maldisposti funzionari, circa la concreta possibilità che la burocrazia smetta d’essere elemento di freno alla crescita economica, e, invece, nello spirito della recente normativa, sostenga lo sforzo competitivo delle imprese che operano e che vorranno operare nel Belpaese.
E’ superfluo annotare che se la pubblica amministrazione naviga in brutte acque non è colpa solo della burocrazia stessa; colpe ne hanno una produzione legislativa indecifrabile e contraddittoria, la scelta non basata su criteri meritocratici ma politici dei funzionari pubblici, una realtà sempre più complessa da governare. E se è vero che nulla si può fare per arrestare la “moderna complessità”, molto si può invece politicamente per riportare i guasti della macchina amministrativa nel campo della sopportabilità sociale ed economica.
Dediti all’amministrazione dell’esistente, stressati dal benessere economico, disillusi dalle ideologie, assistiamo intanto alla drammatica polarizzazione tra elites e masse popolari, i cui interessi configgono.
Nell’attesa di una nuova ondata di “sacralizzazione”, di ridefinire identità disperse, speriamo, almeno, che la questione energetica possa portare a sintesi gli interessi contrastanti delle potenti minoranze chiuse. La globalizzazione richiede risposte unitarie.
Fabio Amiranda

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