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Via dall’OPEC: lo strappo degli Emirati

Mentre gli occhi erano puntati sullo stretto di Hormuz e sul Pakistan – sede del negoziato tra Washington e Teheran – la sorpresa, ieri, è arrivata dagli Emirati Arabi Uniti. Con un comunicato del ministero dell’Energia, Abu Dhabi ha annunciato che a partire dal primo maggio, dopo quasi sessant’anni, lascerà l’OPEC e la più ampia cornice di OPEC+. “É arrivato il momento di concentrare i nostri sforzi su ciò che i nostri interessi nazionali ci impongono”, spiega la nota. Parole prudenti, quasi neutre, per comunicare un messaggio che non lo è affatto. La mossa arriva infatti in un momento di straordinaria turbolenza del mercato petrolifero: con Hormuz chiuso da settimane per effetto delle operazioni militari iraniane, il petrolio viaggia oltre i 110 dollari al barile, e la mediazione tra Stati Uniti e Iran procede senza grandi prospettive.

di Istituto Ispi | 30 Aprile 2026

Mentre gli occhi erano puntati sullo stretto di Hormuz e sul Pakistan – sede del negoziato tra Washington e Teheran – la sorpresa, ieri, è arrivata dagli Emirati Arabi Uniti. Con un comunicato del ministero dell’Energia, Abu Dhabi ha annunciato che a partire dal primo maggio, dopo quasi sessant’anni, lascerà l’OPEC e la più ampia cornice di OPEC+. “É arrivato il momento di concentrare i nostri sforzi su ciò che i nostri interessi nazionali ci impongono”, spiega la nota. Parole prudenti, quasi neutre, per comunicare un messaggio che non lo è affatto. La mossa arriva infatti in un momento di straordinaria turbolenza del mercato petrolifero: con Hormuz chiuso da settimane per effetto delle operazioni militari iraniane, il petrolio viaggia oltre i 110 dollari al barile, e la mediazione tra Stati Uniti e Iran procede senza grandi prospettive. Teheran ha presentato una nuova proposta – la riapertura dello stretto attraverso il quale normalmente transita circa un quinto del petrolio mondiale, in cambio della fine del blocco navale USA, e rimandando le discussioni sul nucleare a una fase successiva – che Washington ha accolto con freddezza.
Secondo gli analisti, la guerra ha accelerato dinamiche preesistenti. “Gli Emirati Arabi Uniti – osserva il Financial Times – sostengono da tempo la necessità di esportare al massimo delle loro potenzialità per monetizzare la materia prima, finanziare la successiva fase di sviluppo e prepararsi a un’era post-petrolifera”.

L’Opec oggi è più debole?

A chi chiedeva perché uscire adesso, in un momento di volatilità accentuata, la risposta di Abu Dhabi è stata diplomatica: visione strategica di lungo periodo, sviluppo del settore energetico, interessi nazionali. “La nostra uscita in questo momento è giusta – ha detto il ministro dell’Energia Suhail Al Mazrouei – perché avrà un impatto minimo sui prezzi e sui nostri amici dell’OPEC e dell’OPEC+”. Ma la spiegazione tecnica non basta a rendere conto della portata politica della scelta. Gli Emirati sono il terzo produttore dell’OPEC, con una capacità produttiva di circa 4,8 milioni di barili al giorno e una riserva di capacità inutilizzata seconda solo a quella dell’Arabia Saudita. Uscendo, privano il cartello di circa il 12-15% della sua capacità produttiva. Ma soprattutto, nel caso in cui ci sia bisogno di immettere più barili nel mercato per ottenere un abbassamento dei prezzi, privano l’OPEC (e quindi Riyadh) di un’arma fondamentale. Rimanere dunque, significava rinunciare a un facile guadagno per sottostare alle limitazioni imposte dai sauditi, agli occhi degli Emirati Arabi Uniti, anche per tenere al guinzaglio gli altri produttori di greggio. Una conclusione a cui era giunto il Qatar nel 2018, dichiarando proprio l’uscita dal gruppo. 

Scacco a Riyadh?

Dietro la motivazione tecnica – la frustrazione di Abu Dhabi per le quote di produzione che da anni considera troppo basse rispetto alle sue capacità reali – ci sarebbe però una profonda divergenza di visione con l’Arabia Saudita. I due paesi – secondo l’Istituto di studi strategici di Tel Aviv – sarebbero passati dalla semplice competizione all’aperta rivalità: “Mentre l’Arabia Saudita persegue una visione dell’ordine regionale fondata sulla gerarchia, l’integrità territoriale e la de-escalation – una strategia costruita per proteggere i propri confini e mantenere la stabilità interna – osserva un report del febbraio scorso – Gli Emirati cercano leva strategica attraverso porti, milizie e libertà di manovra negli stati fragili”. Negli anni il teatro principale delle tensioni tra i due paesi è stato lo Yemen, dove la coalizione che nel 2015 li aveva uniti contro gli Houthi si è progressivamente disfatta, tramutandosi in una competizione per procura. E le arene si moltiplicano: Sudan, Somalia, Libia, Corno d’Africa. In ognuno di questi contesti, Riyadh e Abu Dhabi sostengono attori diversi e spesso contrapposti. Non da ultimo, in una visione strategica contrapposta, si aggiunge il pragmatismo emiratino sulla transizione energetica: Abu Dhabi ha puntato molto sul settore del turismo e su quello finanziario, e ritiene di dover fare cassa per finanziare la diversificazione economica prima che il mondo volti le spalle al greggio.

Donald Trump ringrazia?

È in questo scenario che si è inserita la variabile iraniana. La risposta di Teheran agli attacchi israelo-americani ha colpito gli Emirati in modo diretto e più consistente di quanto non abbia fatto con la monarchia saudita: Abu Dhabi è stata in assoluto la capitale più bersagliata dagli attacchi missilistici e con droni, la chiusura di Hormuz ha strozzato le sue esportazioni, rendendo la sua permanenza in un’organizzazione in cui siede ancora Teheran sempre meno sostenibile. La guerra, in quest’ottica, ha dunque fornito la spinta a uno strappo che era già nell’aria. Ma se a livello regionale, la decisione di Abu Dhabi prelude a nuove tensioni – di fatto invia un messaggio di indipendenza strategica che Riyadh non potrà ignorare – a livello globale c’è almeno un attore per cui è una buona notizia: gli Stati Uniti di Donald Trump. Liberi dai vincoli delle quote OPEC, gli Emirati infatti potranno produrre quanto vogliono e quando vogliono, contribuendo a far calare i prezzi del petrolio e, a cascata, quelli della benzina negli Stati Uniti, che in questo momento viaggia sopra i quattro dollari al gallone, il livello più alto dal 2022. Quando Hormuz riaprirà e i flussi petroliferi riprenderanno, il mercato si ritroverà quindi con un produttore di primissimo piano libero dai vincoli di cartello, pronto a pompare a pieno ritmo. Per il presidente americano, considerati i suoi sondaggi in picchiata, potrebbe essere una manna dal cielo.

Il commento

Di Matteo Villa, ISPI Senior Research Fellow

“La decisione degli Emirati di uscire dall’OPEC è uno ‘schiaffo diplomatico’ all’Arabia Saudita. Certo, il tempismo non è dei migliori visto che, dentro o fuori dall’OPEC, con lo stretto di Hormuz ancora chiuso gli Emirati non possono esportare più di quanto facciano attualmente. E a decidere del futuro dell’OPEC sarà ciò che farà l’Arabia Saudita, che rispetto agli Emirati conta il doppio, ovvero il 31% della capacità di produzione potenziale del cartello”.

Istituto Ispi

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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