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Venezuela sotto attacco: quando il diritto internazionale diventa un’arma retorica

Ripetiamo un attimo il diritto internazionale (ovvero: cosa mi hanno insegnato all’università) Mi hanno insegnato che uno Stato sovrano non si bombarda perché “ci sta antipatico”.
Che un presidente, per quanto scomodo, non si cattura come un boss in una serie Netflix.
Che il diritto internazionale non è un optional da usare quando conviene e buttare quando intralcia. Mi hanno insegnato che esiste un divieto generale dell’uso della forza. Che la legittima difesa non è un jolly. Che la democrazia non si esporta a colpi di missili. Poi, evidentemente, qualcuno ha saltato le lezioni. O le ha seguite, ma ha deciso che valgono solo per gli altri.

di Daniela Piesco | 4 Gennaio 2026

Ripetiamo un attimo il diritto internazionale (ovvero: cosa mi hanno insegnato all’università)

Mi hanno insegnato che uno Stato sovrano non si bombarda perché “ci sta antipatico”.
Che un presidente, per quanto scomodo, non si cattura come un boss in una serie Netflix.
Che il diritto internazionale non è un optional da usare quando conviene e buttare quando intralcia.

Mi hanno insegnato che esiste un divieto generale dell’uso della forza.
Che la legittima difesa non è un jolly.
Che la democrazia non si esporta a colpi di missili.

Poi, evidentemente, qualcuno ha saltato le lezioni.

O le ha seguite, ma ha deciso che valgono solo per gli altri.

Per questo, prima di parlare di “narco-Stati”, di “operazioni necessarie” e di “giustizia globale”, facciamo un piccolo ripasso. Non per pedanteria.

Ma perché quando il diritto viene cancellato, a restare è solo la legge del più forte.
E quella, all’università, la chiamavano in un altro modo: barbarie.

L’operazione militare statunitense contro il Venezuela, culminata nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 con i bombardamenti su Caracas e l’annuncio della cattura del presidente Nicolás Maduro, rappresenta uno degli atti più gravi di rottura dell’ordine giuridico internazionale dalla fine della Guerra Fredda. Al di là della propaganda securitaria diffusa da Donald Trump, l’intervento statunitense non regge a un’analisi giuridica seria: non è legittima difesa, non è intervento umanitario, non è lotta al terrorismo. È, a tutti gli effetti, un atto di forza unilaterale.

1. L’uso della forza: il divieto assoluto aggirato

L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite stabilisce un principio chiaro e non negoziabile:

“Gli Stati membri devono astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato.”

Le uniche eccezioni riconosciute dal diritto internazionale sono:

Legittima difesa (art. 51 ONU);
Autorizzazione del Consiglio di Sicurezza.

Nel caso venezuelano non ricorre nessuna delle due.

Gli Stati Uniti non sono stati oggetto di un attacco armato da parte del Venezuela. Le accuse di narcotraffico, anche qualora fondate, non costituiscono un’aggressione militare ai sensi del diritto internazionale consuetudinario. La trasformazione del crimine transnazionale in casus belli è una forzatura giuridica deliberata, già sperimentata in passato per giustificare interventi illegittimi.

2. Il concetto di “narco-Stato”: una categoria politica, non giuridica

La definizione di Venezuela come “narco-Stato” non ha alcun valore normativo nel diritto internazionale. Non esiste una categoria giuridica che autorizzi l’uso della forza contro uno Stato sulla base di accuse penali rivolte alla sua leadership.

Trump ha compiuto un’operazione estremamente pericolosa:

ha equiparato un governo sovrano a un’organizzazione terroristica, senza:
una risoluzione ONU,
una sentenza internazionale,
un procedimento multilaterale.

È la stessa logica già vista nella “guerra globale al terrore”: se dichiaro il nemico criminale assoluto, ogni limite cade.

3. La cattura di un capo di Stato: sequestro internazionale

L’annuncio della “cattura” di Nicolás Maduro apre uno scenario ancora più inquietante.
Un capo di Stato in carica gode, secondo il diritto internazionale consuetudinario, di:
immunità personale assoluta (ratione personae);
inviolabilità fisica.

Il trasferimento forzato di un presidente all’estero senza mandato della Corte Penale Internazionale configura:
una violazione della sovranità venezuelana;
un atto assimilabile a un sequestro internazionale;
un precedente devastante per la stabilità dei rapporti tra Stati.

Se questa prassi fosse accettata, nessun leader non allineato sarebbe più al sicuro.

4. Democrazia come pretesto, non come fine

L’argomento della “difesa della democrazia” è forse il più fragile.
Anche ammesso , come sostengono USA e UE, che le elezioni venezuelane siano state irregolari, il diritto internazionale non autorizza invasioni correttive.

Non esiste un “diritto all’intervento democratico”.

Se esistesse, dovrebbe applicarsi:
a decine di alleati USA,
a regimi autoritari sostenuti economicamente e militarmente da Washington.

La selettività dell’intervento smaschera la sua natura: non è morale, è strategica.

5. Petrolio e controllo sistemico: il vero non detto

Il Venezuela non è stato attaccato perché autoritario, né perché corrotto.
È stato attaccato perché:
possiede le maggiori riserve petrolifere del pianeta;
è uno snodo energetico alternativo all’ordine occidentale;
rappresenta un punto di appoggio per un mondo multipolare che gli Stati Uniti percepiscono come una minaccia.

Il linguaggio della sicurezza copre un obiettivo antico:
controllare risorse, rotte, alleanze.

Il diritto viene piegato a strumento di dominio, non di equilibrio.

6. Trump e la politica della forza spettacolarizzata

Trump non agisce solo come presidente, ma come regista di un racconto di potenza. L’annuncio su Truth Social della cattura di Maduro non è comunicazione istituzionale: è propaganda performativa, costruita per:
consolidare consenso interno;
riaffermare la supremazia USA;
intimidire altri attori geopolitici.

È la politica estera trasformata in reality geopolitico, dove il diritto è un fastidio da aggirare.

Eccola la fine dell’ipocrisia occidentale:

Il Venezuela possiede le più grandi riserve di petrolio al mondo: asset energetici strategici che da decenni sono al centro di contese geopolitiche. Il controllo o l’influenza su queste risorse ridisegna gli equilibri globali e limita la capacità di paesi competitor come Cina e Russia di proiettare potere nell’America Latina e nei mercati energetici globali.Il fatto che negli ultimi mesi Washington abbia sanzionato compagnie petrolifere venezuelane e sequestrato petroliere legate a Venezuela e Iran dimostra come il petrolio sia un elemento chiave nella strategia USA.Il Venezuela è uno snodo critico nella competizione globale tra potenze. La presenza di legami energetici con Cina, dialoghi con Russia e relazioni con paesi mediorientali come l’Iran hanno reso Caracas un potenziale avamposto geopolitico non allineato agli interessi occidentali. In questo contesto, l’attacco non può essere letto come semplice lotta al narcotraffico, ma come parte di una più ampia strategia di riassetto degli equilibri globali.La narrazione occidentale dominante descrive Maduro come un “dittatore autoritario” responsabile di repressione interna e violazioni dei diritti umani. Tuttavia, questa lettura non giustifica un attacco militare esterno né spiega la totale disconnessione tra accuse giudiziarie e l’uso della forza bruta.
È possibile criticare la gestione politica venezuelana e contestare la legittimità elettorale, ma ciò non legittima un’invasione militare senza mandato internazionale. L’uso strumentale di accuse penali e di terrorismo per giustificare una guerra rappresenta un pericoloso precedente.

L’attacco al Venezuela segna un passaggio storico: il diritto internazionale non viene più violato di nascosto, ma apertamente disprezzato.Non siamo davanti a un’operazione di giustizia, ma a un atto di egemonia armata.
Non è la difesa della democrazia, ma la sua negazione: perché quando la forza sostituisce le regole, vince sempre il più potente, mai il più giusto.

E oggi, sotto le macerie di Caracas, non crolla solo un regime:crolla l’idea stessa che il mondo sia governato da norme e non da imperi.

Daniela Piesco

Pubblicato in : Editoriale

Info Daniela Piesco

Avvocato, giornalista pubblicista, direttore responsabile del quotidiano online “L’Eco del Sannio” di Benevento, condirettore del giornale internazionale on line “Radici”. Appassionata di cultura, politica e attualità scrive su “L’Eco di Milano e Provincia”, sul “Corriere Nazionale”, sul “Corriere di Puglia e Lucania” e su “Stampa Parlamento”.
“Sono fermamente convinta, prendendo a prestito le parole di Moravia, che quando le informazioni mancano, le voci crescono.”

Interazioni del lettore

Commenti

  1. marzio siracusa

    8 Febbraio 2026 alle 19:25

    E mi si perdonino gli Uffizzi!

    Rispondi
  2. Marzio Siracusa

    8 Febbraio 2026 alle 18:58

    Tutto giusto e tutto vero. Ma parliamo di cose più terra terra e quindi più serie, per noi. Perché sul fiorentinissimo Pensalibero nessuno parla di come Firenze sempre più rifatta sia sempre più disfatta? Intere generazioni di fiorentini innamorati non vedono nulla? Non si rendono conto di come Lucerna, Utrecht, Berna o Valladolid non dovevano essere prese a modello della ferrovia trapiantata nel centro urbano? Possibile che nessuno abbia saputo capire perché una città come Firenze non va aggiornata, ma liberata? Le città ie aggiorna la storia non sindaci e assessori, e se la storia latita a ripassare di qua non è l’occasione perché i tanti insofferenti di vivere male se ne vadano, ripulendo il tessuto urbano da turisti da via de’ Neri, da cravattari, affittacamere, pizzazioli, intellettuali per Rai e teleprivate? Almeno il povero Cariglia alla fine cominciò a sospettare che largo Alcide De Gasperi fosse uno dei tanti focolai della metastasi fiorentina, Ma cosa sperare da una città che impigrita nell’antifascismo non meno rancido e pieno di ragnatele del melonismo, ha scelto per sindaco la Funaro invece del direttore degli Uffizzi? Altro che angeli del fango, città stuprata, crocefisso del Cimabue, il disastro del 1966 si paga oggi perché in sessanta anni non una forza politica, non una personalità emergente hanno saputo salvare la città.

    Rispondi
  3. Luca Bagatin

    4 Gennaio 2026 alle 10:41

    Ottimo e argomentato articolo!
    Brava, Daniela Piesco.

    Rispondi

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