
di Antonella Mori*
Dopo mesi di svolte inattese ed eventi drammatici in Venezuela, l’ultima parte del 2026 potrebbe riservare ulteriori sviluppi per il Paese sudamericano. Come nel primo semestre saranno ancora fattori esterni a determinare la sua evoluzione (in primis, il coinvolgimento dell’amministrazione Trump con l’applicazione della Dottrina Donroe), mentre si spera che non si verifichino altri eventi tellurici.
Nel prossimo futuro diventerà chiaro se l’aumento delle esportazioni di petrolio porterà benefici ai venezuelani, se i cambiamenti nel settore petrolifero saranno in grado di attrarre nuovi investimenti, se la ristrutturazione del debito estero consentirà a Caracas di tornare sui mercati internazionali dei capitali e se l’avvio del dialogo tra il governo ad interim e l’opposizione potrà aprire la strada a nuove elezioni democratiche.
L’evento politico
Quando, all’inizio di gennaio 2026, Nicolás Maduro fu catturato da militari americani, il Venezuela si trovava da anni in una situazione politica ed economica drammatica. Dopo il 2015 non si sono più tenute elezioni libere e democratiche e, di conseguenza, sia all’interno sia all’esterno del Paese molti ritenevano che Maduro non fosse un presidente legittimo. Per oltre 10 anni la lotta politica interna è stata molto intensa e numerosi esponenti dell’opposizione sono stati incarcerati o hanno lasciato il Venezuela. Anche dal punto di vista economico la crisi è stata profonda, a causa di politiche economiche errate, ulteriormente aggravate dalle sanzioni statunitensi. Nel 2025 il PIL nominale stimato era pari a quasi un terzo di quello del 2013 (100 miliardi di dollari rispetto a 260 miliardi), tre venezuelani su quattro vivevano in condizioni di povertà estrema e circa 8 milioni di persone avevano lasciato il Paese negli anni precedenti, su una popolazione che nel 2015 era di circa 30 milioni di abitanti. Per molti anni l’inflazione è stata così elevata che, tra il 2018 e il 2021, la moneta nazionale è stata ridenominata due volte, eliminando complessivamente 11 zeri.
Contestualmente alla cattura di Maduro, il presidente Trump decise di affidare il governo del Venezuela alla vicepresidente Delcy Rodríguez e non a esponenti dell’opposizione come María Corina Machado, premio Nobel per la pace, o Edmundo González, probabile vincitore delle elezioni presidenziali del luglio 2024. L’amministrazione Trump ritenne allora che la continuità garantita da Rodríguez potesse assicurare la stabilità necessaria per procedere più rapidamente alla riattivazione della produzione petrolifera.
Il Venezuela, che possiede le maggiori riserve stimate di petrolio al mondo, potrebbe produrre oltre 3 milioni di barili al giorno. Tuttavia, negli ultimi anni il Paese aveva prodotto meno di un milione di barili al giorno, sia a causa delle sanzioni statunitensi sia per il deterioramento della capacità produttiva, conseguenza di anni di investimenti insufficienti.
La strategia dell’amministrazione statunitense per Caracas prevede tre fasi: dapprima la stabilizzazione, quindi la ripresa economica e infine la transizione politica. Per questo motivo un governo ad interim guidato da Rodríguez è stato preferito nelle prime due fasi della strategia, considerate le più importanti da Trump. Un governo dell’opposizione avrebbe invece richiesto nuove elezioni presidenziali, anticipando così la transizione democratica, probabilmente a scapito della ripresa economica (almeno nel breve periodo).
Negli ultimi mesi il governo ad interim ha riaperto il settore petrolifero agli investimenti privati, modificando la Legge organica sugli idrocarburi. La riforma introduce numerosi cambiamenti volti a incoraggiare nuovi investimenti: pone fine al monopolio decennale di PDVSA sulle attività petrolifere primarie, riduce la quota minima di partecipazione dello Stato nelle joint venture e formalizza un nuovo quadro contrattuale (CPP) destinato a costituire il principale veicolo per i nuovi investimenti. I nuovi regolamenti prevedono inoltre un regime fiscale più snello, che comprende un tetto massimo del 30% per le royalties e un’imposta integrata sugli idrocarburi semplificata, con un’aliquota massima del 15%, in sostituzione della precedente struttura fiscale articolata su più livelli.
Dall’inizio del 2026 le esportazioni di petrolio sono aumentate rispetto ai livelli degli anni precedenti, anche perché vengono gestite direttamente dagli Stati Uniti. Questi incassano i proventi delle esportazioni e dovrebbero poi trasferirli gradualmente al governo venezuelano. Non esistono ancora dati ufficiali sull’ammontare delle somme finora trasferite al Venezuela, ma diverse stime fanno ritenere che siano significativamente inferiori alle entrate derivanti dalle esportazioni. Un articolo del Financial Times del 22 luglio 2026 stima che, sulla base della quantità di petrolio venezuelano venduto da gennaio 2026 e dei prezzi di mercato di greggi con caratteristiche analoghe, gli Stati Uniti abbiano ricevuto circa 13 miliardi di dollari. Non vi sono però informazioni ufficiali né sull’ammontare effettivamente incassato dal Paese nordamericano né sulle somme già trasferite al Venezuela e sul loro utilizzo.
Inoltre, venerdì 28 agosto Trump ha annunciato su Truth Social un accordo che porterà gli USA a gestire direttamente circa un quinto delle riserve petrolifere del Venezuela, ossia 65 miliardi di barili su un totale di 303 miliardi – “the biggest oil deal in world history”, ha proclamato il presidente nel suo post. Qualche giorno dopo la Casa Bianca ha dato maggiori dettagli. Le autorità venezuelane ad interim avrebbero concesso a North American Blue Energy Partners (NABEP), seconda compagnia privata per produzione nel Paese sudamericano, concessioni di 100 anni su 17 giacimenti con circa 65 miliardi di barili di riserve provate. L’Office of Strategic Capital del dipartimento della Guerra degli USA riceverebbe una partecipazione azionaria del 35% nella società capogruppo. A sua volta, il dipartimento di Stato otterrebbe il diritto di comprare al costo di produzione il 20% della produzione di tutti i giacimenti presenti e futuri gestiti da NABEP, nonché il diritto di prelazione sull’80% restante. Washington avrebbe potere di veto sulle nomine del consiglio di amministrazione della società, la cui maggioranza dei membri dovrebbe essere di cittadinanza statunitense, e l’accordo sarebbe retto dal diritto statunitense e dalla giurisdizione dei tribunali a stelle e strisce.
La mancanza di trasparenza sul reale coinvolgimento degli USA, oggi e domani, e la necessità per Washington di ricostituire le scorte della Strategic Petroleum Reserve (SPR) – un’urgenza visto il drastico calo dopo lo scoppio della crisi di Hormuz – alimentano il timore che i benefici per i venezuelani saranno alla fine limitati, mentre prolifereranno fenomeni di corruzione per accaparrarsi le cospicue risorse nazionali. Se, invece, i proventi delle esportazioni petrolifere verranno interamente trasferiti a Caracas, il Venezuela potrà trarre vantaggio da questa complessa situazione: riceverà il prezzo pieno per ogni barile esportato, senza dover vendere il petrolio a sconto come accadeva sotto il regime sanzionatorio, e non correrà il rischio che i numerosi creditori aggrediscano le risorse petrolifere attraverso azioni legali.
L’evento tellurico
Vi è poi il doppio terremoto del 24 giugno, che ha colpito La Guaira e Caracas, causando enormi danni alle infrastrutture e agli edifici. Secondo i dati più recenti di fine agosto, sono saliti a 6.509 i morti e a 226.696 le persone che hanno ricevuto cure ospedaliere nel Paese. La gestione USA dell’emergenza conferma l’interesse del presidente Trump per il Venezuela e il suo continuo sostegno al governo ad interim guidato da Rodríguez. Trump ha assicurato tempestivamente milioni di dollari in aiuti umanitari, oltre all’invio di squadre di soccorso e di risposta alle emergenze.
Il terremoto potrebbe invece modificare lo scenario relativo alla ristrutturazione del debito estero, arrivato a circa 240 miliardi di dollari, considerando i titoli in default, gli interessi non pagati e i contenziosi derivanti dalle nazionalizzazioni. Dopo il terremoto, la ristrutturazione potrebbe avvenire a condizioni meno favorevoli per i detentori di titoli o crediti in default.
Inoltre, il sisma sembra aver modificato la tempistica delle tre fasi della strategia statunitense. Poiché la ripresa economica potrebbe richiedere tempi più lunghi del previsto, l’amministrazione Trump ha appoggiato dei primi passi verso l’ultima fase, quella della transizione democratica. Per il momento l’amministrazione Trump ha ribadito il proprio sostegno a Delcy Rodríguez e probabilmente ha ostacolato il ritorno in Venezuela di Machado. Washington ha invece accolto con favore l’avvio di negoziati tra il governo ad interim e rappresentanti dell’Assemblea nazionale del Venezuela eletta nel 2015, finalizzati a promuovere la stabilità, la democrazia e la ripresa nazionale. La principale figura dell’opposizione in questo processo è Dinorah Figuera, presidente dell’Assemblea nazionale eletta nel 2015, ovvero nelle ultime elezioni nazionali libere e democratiche, vinte dall’opposizione con i due terzi dei seggi.
Permangono significative incertezze sulle prospettive politiche ed economiche del Venezuela. Gli accordi nel settore petrolifero annunciati negli ultimi giorni dalle autorità statunitensi e venezuelane hanno suscitato critiche tanto in alcuni settori dell’opposizione vicini a Machado quanto tra i militanti chavisti. Al centro del dibattito vi è il timore che il Paese sudamericano possa perdere il controllo della propria principale risorsa. Le contestazioni alimentano interrogativi sulla sostenibilità della nuova politica energetica nel medio-lungo periodo. L’incertezza sulla stabilità del quadro politico e sulla continuità delle decisioni adottate rischia di incidere negativamente sulla fiducia degli investitori, frenando l’afflusso di capitali necessari alla modernizzazione del settore petrolifero.
Antonella Mori
*Istituto Ispi

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