RUGGINE ovvero parliamo di pedofilia. Cominciano con un film italiano le “Giornate degli autori” dirette da Giorgio Gosetti. Una buona prova quella di Daniele Gaglianone, già passato da Venezia nel 2004 proprio alle giornate degli autori con “Nemmeno il destino” che gli fa vincere il premio Lino Miccichè quale miglior lungometraggio italiano, anche se non tutto torna nel film. Ottima la fotografia, così come la musica e le interpretazioni, da Valeria Solarino a Valerio Mastrandrea a Stefano Accorsi e Filippo Timi. Un paio di omaggi : “Io non ho paura” di Salvatores, e tutto quello che ci ha consegnato in questi anni Antonio Capuano sugli abusi , sulle problematiche, sulle difficoltà dei ragazzi a crescere, sì solo a crescere senza una guida, senza una parola d’affetto.
Il film, distribuito da Fandango, sarà nelle sale il 2 settembre.
In questo caso al buio del pozzo in cui viene rinchiuso il bambino rapito del film di Salvatores, si sostituiscono i percorsi obbligati costruiti dai bambini nel cimitero delle macchine., presto trasformato in discarica per i materiali ferrosi. “Il castello”, così chiamano il loro parco giochi i piccoli protagonisti, figli di immigrati sia dal sud che dal nord che vivono, alla fine degli anni Settanta nelle periferie di TorinoUn caratterizzate da casermoni tutti uguali, nei quartieri dormitorio dove c’è solo un paesaggio desolato da esplorare e dove inventare situazioni più o meno pericolose, ma dove il pericolo è realmente incombente, dove tutti , maschi e femmine,giocano insieme e si accingono a crescere superando o meno prove di coraggio. Alla fine degli anni Settanta tutti giocano insieme, fanno raccolta di figurine dei calciatori, scoprono le prime curiosità del sesso, si allontanano dai palazzi (dove gli adulti possono tenerli sotto controllo), nonostante le raccomandazioni dei genitori, costruiscono il loro castello tracciando un loro percorso all’interno di una costruzione marcescente dotata ancora di scale di ferro pericolose e arrugginite e di nascondigli. Lì crescono Cinzia,Carmine, Rosalia, Sandro.
Lì incontreranno il drago, il mostro, il pedofilo. Lì avverrà il loro scontro con il Male.
Un film duro, un film dal quale esci come se le traversine di ferro, i bidoni arrugginiti ti fossero caduti veramente addosso. Senti il bisogno di lavarti, di toglierti di dosso quella polvere di ruggine che ha corroso i sogni di alcuni dei ragazzi, senti quasi in bocca il sapore aspro e amaro della ruggine.
Non tutto torna nel film, dicevamo all’inizio.
Da quando il pediatra è anche il medico legale? Perché lo si chiama sul luogo del delitto? Il regista voleva sottolineare l’essere insospettabile del dottore? Ma tutto era già più che evidente dalla soggezione, ma anche dalla preoccupazione delle mamme che assistono alle visite fatte ai propri figli e che con timore quasi reverenziale cercano di opporsi alle parole e agli Atteggiamenti del Dottor Boldrini.
Circa trenta anni dopo Carmine. Sandro e Cinzia sono alle prese con la vita quotidiana. Carmine è un fallito che passa il tempo al bar , Stefano è un traduttore che gioca con il figlio e lo spaventa con la storia del “drago nero”, Cinzia è un’insegnante che, durante un consiglio di classe , si lascia travolgere dai ricordi di quell’estate violenta che ha segnato la vita dei tre compagni.
Forse un po’ troppo lungo l’episodio di Stefano, ma un’altra domanda. Alla fine del film i tre protagonisti sono sullo stesso vagone della metropolitana, ma come è possibile che, dopo quello che hanno vissuto insieme non si riconoscano?
Maria Rita Monaco

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