
Se ci ripenso mi sembra impossibile, eppure è stato proprio così. Ho vissuto la mia infanzia in una Venezia industriale. Dico davvero “industriale”, con gli operai in tuta blu, le ciminiere, le sirene che scandivano la giornata. Tutta la vita della famiglia girava attorno ai tempi del lavoro. Avevo gli zii che erano operai ai cantieri navali a 100 metri da casa da dove si udivano chiaramente i rumori delle lavorazioni. Alla sirena di mezzodì, che segnava la pausa pranzo, il cibo era già in tavola perché loro (due o tre secondo i casi) arrivavano dopo appena cinque minuti e non c’era tempo da perdere. Portavano in casa l’odore del ferro, l’essenzialità dei discorsi, i sorrisi e le battute scherzose per i nipoti ma anche le preoccupazioni tipiche dei lavoratori: la paga (che allora prendevano in busta in contanti a fine settimana), le urgenze del lavoro, i rapporti con il padrone, l’ingegnere-capo e il ragioniere (sempre dileggiato) e soprattutto la paura per incidenti. Mi ricordo che quando mio zio Renato si ferì ad un occhio, la preoccupazione aleggiò per varie settimane sul volto di mia nonna.
Negli anni 50-60 Venezia era una città industriale: fabbriche, cantieri navali, l’arsenale e il porto mercantile assicuravano il lavoro. La Giudecca, essendo periferica e bagnata dalla laguna aperta, era il luogo ideale per tali attività.

Oltre ai due cantieri navali vicino a casa dove si costruivano navigli di piccole dimensioni, rimorchiatori, ferry boat … (i cantieri Lucchese e Toffolo) c’era un terzo cantiere verso le Zitelle (ma forse era vicino al Redentore) che costruiva anche i motoscafi per l’azienda di trasporti pubblici veneziana. Dall’altra parte del piccolo rio sotto casa, c’era la ciminiera e lo stabilimento della Junghans (orologi e di materiale bellico). Una grande fabbrica che durante la guerra arrivò a circa 4000 dipendenti intenti a costruire spolette e mine. Negli anni 60 occupava ancora 1000 persone. Da un ventennio circa tutta l’area è stata riconvertita in residenziale di medio alto livello e l’unico simbolo rimasto è la ciminiera incastonata fra le nuove costruzioni. Nella corte di fronte a casa c’era anche un portone della fabbrica di cordami. Portone di retro che credo assicurasse un’uscita di sicurezza. Lì si producevano le gomene per le navi, di canapa il cui odore (quasi un profumo) si percepiva per tutta la zona (forse con inconsapevoli effetti rilassanti per il vicinato…). La fabbrica si estendeva per almeno duecento metri e segnava il perimetro del lato lungo delle Corte Grandi (oggi Corte dei Cordami). Le Corte Grandi erano vivacizzate da un’osteria con campi bocce per i quali era famosa (il Giardinetto). Occasionalmente mio nonno mi portava con sé e, riempiendomi d’orgoglio, mi faceva segnare i punti delle due squadre nel tabellone tondo a capo del campo. Qualche volta ho anche tirato di bocce. Vicino al pozzo della corte c’era un negozietto a due facce: dalla parte della corte la panetteria della Dirce, una donna che mi incantava per la sua bellezza (ai miei occhi di fanciullo) e dall’altra un salumiere (Mario?). I due locali erano comunicanti e io mi immaginavo clandestine storie erotiche fra i due tra salami e montasù (tipica pezzatura veneziana di pane). Tutte fantasie, magari i due erano marito e moglie o fratello e sorella.
Molte ragazze della zona, tra cui mia zia e forse mia madre da giovinetta, hanno lavorato al maglificio Herion, situato dentro una chiesa sconsacrata dalle parti di Sant’Eufemia. E’ questa la più antica chiesa della Giudecca essendo stata fondata nel IX secolo, poi riconsacrata nel 1300 dopo una ristrutturazione. Lì i miei si sono sposati e lì io e mia sorella siamo stati battezzati.

Sempre da quelle parti c’era la birreria Dreher, ora un quartiere di case popolari, e la fabbrica di tessuti di pregio Fortuny, unica presenza produttiva rimasta sebbene ridotta a poche unità. Chiudeva l’orizzonte l’imponente Stucky. Dall’altra parte del canale si vedeva il Cotonificio Olcese Veneziano, un’altra grossa struttura che ora ospita parte della facoltà di architettura. Noto che molti nomi delle imprese (Stucky, Herion, Dreher …) non erano italiani (eredità degli austriaci?)
A Cannaregio, più o meno dove sto in questi giorni, c’erano la Saffa che produceva fiammiferi e la Linetti la cui pubblicità della brillantina è un mito caroselliano. Infine dalle parti della stazione c’era la manifattura tabacchi. Poi c’erano i vetri a Murano e un’infinità di attività artigianali nel ferro battuto, nel tessile abbigliamento, nel legno e mobili, ecc.
Tutto questo non c’è più, come non c’è più l’industria a Milano, né in gran parte dell’Italia. Ma mentre a Milano tutti si possono facilmente immaginare che un tempo ci fossero le fabbriche, a nessuno (a meno che non sia un settantenne) oggi viene in mente che anche nel cuore di Venezia ci fosse una significativa realtà industriale. Sembra incoerente e impossibile nel panorama veneziano odierno. Tuttavia, non lo era affatto. C’erano molti meno turisti, molti meno souvenir, meno bacari e cicchetti e le maschere non esistevano proprio. C’erano però molti più lavoratori che davano un’anima “normale” a questa città eccezionale. Erano i tempi in cui Venezia non dipendeva totalmente dal turismo. Eoni fa.
Francesco Pellizzari



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