I primi commenti (compresi quelli dello stesso presidente Vendola) sulla nuova giunta regionale pugliese hanno in queste ore variamente messo in luce la novità della parità di genere (sette donne e sette uomini), il valore della continuità (nove assessori confermati, otto dei quali sulla stessa poltrona), il significato politico generale di una compagine scelta dal governatore in piena autonomia, un’autonomia fondata più ancora che sulle prerogative della carica, sulla forza personale che a Vendola è stata consegnata dal successo elettorale alle primarie prima e nelle urne poi.
Senza riconoscere alcun ruolo ai partiti, tradendo senza sentirsi in dovere di dare alcuna giustificazione, il solenne impegno preso prima delle elezioni di governare in questa seconda legislatura dialogando di più con i partiti. Tutto il processo di formazione della giunta deve però anche essere letto in una prospettiva nazionale. Assai ambiziosa. Vendola ha disegnato un esecutivo, e con esso un’idea di alleanza, che più che di centrosinistra (senza trattino) si può definire di sinistra-centro (con trattino). Nella sua giunta la sinistra è solo quella neocomunista, è azzerata la grande tradizione socialista pugliese, il riformismo di marca ex-Pci è rappresentato dalla sola Elena Gentile, mentre ben sei assessori (e la quasi totalità della pattuglia Pd) vengono dalla storia e dalla tradizione politica democristiana. L’alleanza politica che Vendola ha rappresentato in Puglia con lo sguardo alle elezioni nazionali del 2013 prevede una sinistra riunita (ma non strutturata: non bastano mille «Fabbriche di Nichi» a far rinascere il Pci) intorno al leader carismatico e un centro rappresentato da un Pd ridotto a una Dc di sinistra, assai diverso da quello pensato a suo tempo da Prodi e dai gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita.
Uno scenario che fa definitivamente giustizia dei tanti appelli, convinti o ipocriti, che appena poche settimane fa si alzavano da dentro il Pd e anche dai dintorni di Vendola, per spingerlo ad entrare nel Pd. E Vendola ha in questi stessi giorni e da un palcoscenico nazionale di grandissima visibilità come la trasmissione Rai di Fabio Fazio, dato anche un’anticipazione di quale sia l’Italia a cui guarda in funzione della sfida del 2013 con il centrodestra: sostanzialmente il lavoro dipendente (da tornare a contendere alla Lega) e le nuove povertà, con un particolare accento sul mondo giovanile precarizzato. Non un cenno al «popolo delle partite Iva», professioni o piccole imprese che siano, poco spazio persino per quel Mezzogiorno moderno e dinamico che pure è stato il marchio di fabbrica del primo quinquennio vendoliano in Puglia. La distanza tra questa idea di Italia e quella a cui (addirittura dalla Rimini socialista dei «meriti e bisogni») guarda la sinistra riformista italiana è evidente. E la partita tra queste due idee di sinistra si comincia a giocare in Puglia.
Luigi Quaranta ( da Il Corriere del Mezzogiorno )

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