
Essere o non essere, questo il dilemma: se sia più nobile nella mente soffrire i dardi
dell’oltraggiosa fortuna o prendere le armi contro il mare degli affanni e porre loro fine…morire,
dormire e con un sonno porre fine al dolore del cuore e ai tumulti della carne…morire e dormire
forse sognare…dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale deve farci riflettere.
Perchù chi sopporterebbe le frustate e gli scherni del tempo, il torto dell’oppressione, la contumelia
dell’uomo superbo, gli spasmi dell’amore disprezzato, il ritardo della legge, l’insolenza delle cariche
ufficiali e il disprezzo che il merito paziente riceve dagli indegni, quando egli stesso potrebbe darsi
quietanza con un semplice stiletto? Chi porterebbe fardelli, grugnendo e sudando sotto il peso di
una vita faticosa, se non fosse che il terrore di qualcosa dopo la morte sconcerta, cosi’ la
coscienza ci rende codardi e le imprese di grande altezza per questa ragione deviano dal loro
corso e perdono il nome di azione…e di onore.
Questo monologo sembra governato dalla ragione. Amleto da vita ad un dibattito sugli svantaggi e
i vantaggi dell’esistenza e sulla opportunita’ di togliersi la vita. La morte sarebbe niente più che un
sonno.
Il dubbio amletico
La vita dopo la morte pone un freno e cambia direzione al nostro agire. E morire è affrontare un
viaggio verso l’ignoto, atttraversare il bordo tra il conosciuto e lo sconosciuto, andare in un luogo
non presente nelle mappe e da cui nessun viaggiatore ha mai fatto ritorno. Vi è anche una
dimensione religiosa in cui il suicidio è un peccato, che ci fa temere tale gesto. Allora la vita è male
e la morte potrebbe essere peggio? Il pensiero shakespeariano sostiene che la condizione
dell’essere umano dopo la morte fisica è la stessa del sonno. Dopo la morte la vita continua senza
il corpo e senza la mente, nel mondo dei sogni, come entita’ consapevole che, ama, soffre, vive e
continua il suo percorso evolutivo verso il divino. Permane il dubbio riguardante la condizione
umana dopo la morte. Shakespeare paragona “il qualcosa dopo la morte” al “nuovo mondo” da cui,
in quell’epoca di esploratori, alcuni tornavano in patria ed altri no. Frequenti sono le apparizioni in
questo mondo ma non rivelano anch’esse mai nulla della vita ultraterrena. Amleto arriva alla
conclusione che nessuno sopporterebbe il dolore della vita se non avesse paura di quello che
trovera’ nella vita dopo la morte.
Osmano Cifaldi

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