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Vannacci e il fascismo da operetta

La Base Ideologica e Programmatica di Futuro Nazionale rivela una destra identitaria, nostalgica e profondamente illiberale, ma anche sorprendentemente poco coerente con la propria retorica muscolare. Tra suggestioni neofasciste, chiusura identitaria e ambizioni politiche, Vannacci costruisce un progetto difficilmente compatibile con il centrodestra.

di Lorenzo Colovini | 14 Settembre 2026

Ho letto con eroica pazienza le cento e passa pagine della Base Ideologica e Programmatica (BIP) di Futuro Nazionale. Va anzitutto riconosciuto a Vannacci lo sforzo di aver messo le carte in tavola, aver reso pubblico un programma molto esteso ed esplicito. È una dimostrazione di trasparenza di cui gli va dato atto, soprattutto in considerazione del fatto che le due grandi coalizioni questo lavoro non lo hanno fatto (per motivi diversi, su cui non stiamo a discutere per non andare fuori tema).

Non mi soffermo sull’analisi contenutistica del documento, che è un guazzabuglio di varie banalità, a volte di ingenuità clamorose, scarsissimo realismo e alcune suggestioni sinceramente incommentabili. Vorrei limitarmi a tre osservazioni generali di contorno. La prima valoriale e sui principi.  La seconda, per così dire, di postura nei confronti del fascismo. La terza eminentemente politica.

La prima (Identità)

Tutto il documento è permeato da un riferimento insistito, quasi ossessivo, all’identità del popolo italiano. Che secondo i vannacciani fonda le sue radici nell’Impero Romano e nella cristianità e… si ferma lì.

L’Età Moderna con la sua elaborazione politica e filosofica sembra tranquillamente rimossa. Non è un caso che si rivendichi di non essere solo individui come avevano pensato il contrattualismo illuminista e l’ontologia liberale.

Non è un caso, neppure, che nel capitolo sull’immigrazione, si richieda agli aspiranti nuovi cittadini italiani una “dichiarazione formale di accettazione della avvenuta assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana che sono i grandi retroterra dell’identità italiana e non riguardano i fenomeni storici e politici degli ultimi secoli…”.

Il messaggio, dunque, è piuttosto chiaro: per Futuro Nazionale l’elaborazione del pensiero occidentale che, dal giusnaturalismo moderno in avanti, ha posto al centro l’individuo e i suoi diritti universali, deve essere rimossa. Perché “per effetto perdurante di un morbo perdurante nei secoli (…) quello che noi chiamiamo ‘Occidente’, quasi avendo dimenticato il termine più pregnante di ‘Cristianità’, vive un odio masochistico che lo conduce, proprio per la naturale inclinazione a permeare di sé tutti i popoli del mondo, ad esportare i frutti velenosi del relativismo… (..). È invece all’antico Occidente, all’antica e sempiterna civiltà di Roma che ricevette l’anima dall’innesto provvidenziale di quella fede cristiana non a caso chiamata cattolica romana, che noi vogliamo rifarci”.

È vero, peraltro, che nella BIP la legge naturale è frequentissimamente richiamata. Ma si tratta di una legge di carattere finalistico: la natura come ordine razionale inscritto nel mondo e voluto da Dio (S. Tommaso d’Aquino, citato in più punti), di cui l’uomo è partecipe necessariamente. E precisamente in nome di quest’ordine naturale voluto da Dio, l’uomo e la donna hanno l’obiettivo della procreazione, quindi l’omosessualità è inconcepibile, l’uomo è più forte e dunque gli spetta di “comandare”, e il rapporto con la donna è regolato da un presunto patriarcato mediterraneo grazie a cui domina le emozioni e le passioni e quant’altro…

Può apparire una questione astrattamente concettuale ma ha implicazioni politiche e pratiche decisive. Se si espunge dalla tradizione occidentale il giusnaturalismo moderno — e dunque l’idea, fondante per le società liberali, di diritti universali, soggettivi e inalienabili spettanti al singolo individuo in quanto tale — diventa più facile concepire i diritti non come patrimonio universale dell’individuo ma come concessioni graduate sulla base dell’appartenenza culturale, storica o identitaria. E, da qui, il salto è breve a costruire un «noi» contrapposto a un «resto del mondo»: da una parte coloro che appartengono alla civiltà ritenuta conforme all’ordine naturale; dall’altra coloro che ne sarebbero estranei.

Siamo dunque vicinissimi a una giustificazione ideologica della discriminazione, fino ad alimentare perfino forme di razzismo. Insomma, le uscite sul colore della pelle o i tratti somatici di Egonu e altri, che hanno tanto fatto parlare del Generale, non erano delle scivolate né frutto di malintesi o forzature interpretative: no, Vannacci giustifica nella sua base ideologica in maniera esplicita (e, ancora gli va riconosciuto, onesta) la sua postura discriminatoria.

Ed è perfino straniante che nel testo si dimostri particolare furore contro le “ideologie” (green, woke, ordo-liberista, femminista, giacobina, marxista…) quando il primo ad essere “ideologico” (si potrebbe dire aderente all’ideologia imperial romano-cristiana…) è proprio il Generale.

La seconda (Fascismo)

Forse è un pensiero controcorrente ma l’impressione che traggo dalla lettura del BIP è che ai futuristi nazionali più che essere fascisti piaccia da matti apparire come tali. Cioè scimmiottino una postura (sia perché verosimilmente lo ritengono conveniente in termini elettorali, sia per una certa evidente connessione sentimentale) più che perseguirla con tutte le implicazioni del caso.

Sin dall’introduzione del testo troviamo infatti perle come “anelito ad affrontare con ardore, virtù e sacrificio le sfide posteci dinnanzi dall’ora presente”, “la sfida della libertà: scegliere adesso per che cosa vivere e morire”, “È giunto il momento che la Destra divina che è dentro di noi, nel sonno, venga finalmente risvegliata (..) che il sonno – e il sogno – diventino finalmente l’alba di una nuova avventura: quella di una Destra identitaria, pura e vitale”.

Ora, letto questo nell’introduzione, uno si aspetterebbe di trovare nel programma non meno che… l’invasione della Polonia! Battuta a parte, un’impostazione come quella sopra in qualche modo lascia presagire la descrizione di un programma epocale di palingenesi totale, di nuova concezione del mondo.

Nulla di tutto questo: la retorica fascistoide non trova corrispondenza in una concezione realmente espansiva, mobilitatrice e totalizzante della politica, ma viene utilizzata soprattutto come linguaggio identitario e di appartenenza.  L’Italia di Vannacci è un’Italia ripiegata su se stessa, chiusa, diffidente, blindata nella propria villetta pronta a sparare a chiunque si avvicini.

Un Paese di bottegai, di evasori (il contrasto dell’evasione fiscale è limitato ai “grandi evasori”, il limite al contante portato a 10 k€), di donne silenti e sottomesse al patriarca, alieno a ogni diversità, testardamente indifferente al mondo circostante e ai grandi problemi epocali dell’umanità; tanto il Green Deal è solo il frutto di un’ideologia (non c’è infatti un cenno al problema ambientale), le guerre… se la sbrighino loro, i poveri del mondo chissenefrega.

Insomma, altro che luce di civiltà per l’orbe terraqueo, altro che il tanto evocato Impero Romano… l’Italia di Vannacci assomiglia per paradosso molto più alla sua antitesi, a coloro per cui Sono Pazzi Questi Romani, il villaggio degli irréductibles gaulois di Asterix. Ed è, ancora una volta, paradossale la contraddizione intrinseca tra l’orgoglio e l’afflato universalistico (“rivendichiamo che questa civiltà romana e cristiana sia, nei suoi tratti essenziali, il faro e l’eccellenza della storia umana”) e l’atteggiamento sopra descritto di chiusura nel proprio recinto identitario nemmeno europeo, ma solo “romano”.

Intendiamoci: molto meglio così che ritrovarci con un pazzoide che vuole invadere la Polonia, non è certo in discussione. Ma giova sottolineare questo aspetto per significare quanto la base concettuale e ideologica di questo partito sia posticcia e superficiale. Un fascismo da operetta, fascisti che parlano di nuova avventura viva e vitale e poi non emettono fattura e pagano in nero, il cui ardore, virtù e sacrificio si concentrano nel barbecue in giardino con gli amici, tutti rigorosamente bianchi e timorati di Dio, a raccontarsi quanto brutti e cattivi siano i negri.

La terza (Politica)

Il programma di Vannacci ci racconta che non è inglobabile in una qualsiasi coalizione, nemmeno quella di centrodestra. Il Generale ufficialmente dichiara di essere aperto a considerare di allearsi con la coalizione ora al governo del Paese. Asseritamente mettendo solo alcuni paletti per consolidare la rotta in senso di destra destra.

Ma non è così: il programma di Vannacci non è una correzione di rotta. Il pacchetto completo è una visione totalmente alternativa e non assimilabile a qualsiasi attitudine di governo. L’auspicato posizionamento internazionale, la netta contrarietà alla UE, l’insofferenza per ogni vincolo internazionale, la rinuncia a ogni posizionamento europeo in quanto tale, le posizioni sull’architettura istituzionale, sull’aborto, la mostruosa estensione del concetto di legittima difesa.

Ed è finanziariamente costruito sulla sabbia: il programma predica un interventismo statale con una pletora di fondi e stanziamenti (il Fondo di “Prima Maternità” Natalità, il Mutuo Italia, il Reddito di Genitorialità, lo shock fiscale a favore di chi fa figli) e non indica alcuna copertura se non con vaghissimi rimandi a feticci come semplificazione burocratica, efficientamento, deroga al Patto di Stabilità…

Imbarcare Vannacci, ammesso che non sia deleterio in termini elettorali (mi chiedo come potrebbe coesistere per esempio con l’elettorato di Forza Italia), equivarrebbe per Meloni portarsi in casa un elemento distruttivo che minerebbe non solo la presentabilità della coalizione ma la metterebbe in crisi dall’interno. Non sarebbe politicamente sostenibile. Il disegno del Generale è solo di finta disponibilità a collaborare: questa BIP è in realtà la dichiarazione di voler vincere tutta la posta, similmente a quanto sta forse accadendo con AfD in Germania (speriamo di no, naturalmente).

Questo naturalmente è un problema enorme per Meloni e un potenziale assist per l’opposizione (che probabilmente gongola in segreto per il vento in poppa del Generale). Ma se fossi in quest’ultima non sarei affatto felice: Futuro Nazionale è una mina vagante per tutto il Paese e il suo successo non è una buona notizia. È altresì possibile che il fenomeno si sgonfi, che la retorica roboante non regga alla prova della realtà.

Sarebbe magari auspicabile il miracolo che tutte le altre forze politiche mettano in evidenza gli enormi limiti – non solo concettuali ma anche di pratica realizzabilità – del programma di Vannacci (anziché abboccare, penso soprattutto alla sinistra, alle provocazioni sui temi bandiera). Perché il rischio è serio: dietro l’annuncio della palingenesi dell’Occidente e il risveglio della «Destra divina» che dorme dentro di noi, potremmo ritrovarci semplicemente con un’Italia più piccola, più arrabbiata, molto più povera e intenta solo a guardare dalla finestra chi passa davanti alla villetta. Con il barbecue acceso, naturalmente.

Lorenzo Colovini

(da Solo Riformisti)

Pubblicato in : Editoriale

Info Lorenzo Colovini

Lorenzo Colovini, nato a Venezia nel 1959, vi ha sempre risieduto tranne alcuni periodi per lavoro. Laureato in ingegneria elettrotecnica nel 1984 all’Università di Padova, sposato con due figli gemelli (ormai 25enni) lavora all’Enel, settore Distribuzione, da 1987. Ha svolto per circa 20 anni incarichi nel territorio per poi passare ad attività di carattere nazionale nel International Business Development, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. Sempre come business developer di Enel, ha vissuto a Pechino per circa un anno e mezzo (2008-2009). Collaboratore fisso della testata on line Luminosi Giorni, rivista di cultura politica con particolare attenzione a temi dell’area veneziana. Fa parte del Direttorio di UNAeUNICA, associazione trasversale nata per contrastare l’ipotesi di divisione del Comune di Venezia nelle due parti di acqua e di terra.

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