
Gli ultimi sondaggi SWG lo accreditano al 7,5%, quarto partito. Il paradosso è che a spingerlo non sono soltanto le sue parole, ma soprattutto quelle dei suoi avversari.
C’è un paradosso nella politica italiana di questi mesi: un Centrodestra e un Centrosinistra politicamente scomposti stanno trasformando Vannacci in un’ossessione e, così facendo, rischiano di renderlo molto più forte di quanto sarebbe se semplicemente lo lasciassero parlare.
Il 7,5% dovrebbe indurre la politica a una riflessione seria. Non tanto sul personaggio Vannacci, quanto sulla ragione per cui una parte crescente dell’elettorato sembra disposta ad ascoltarlo. E invece accade l’opposto: ogni sua dichiarazione diventa un caso nazionale, ogni provocazione un dibattito televisivo, ogni parola una disputa ideologica nella quale rispolverare il Novecento, il fascismo, l’antifascismo e tutto l’armamentario della guerra culturale italiana. Il risultato è quasi inevitabile.
L’ex generale si alimenta di questa attenzione e cresce, puntando ormai alla soglia delle due cifre. E più cresce, più gli altri partiti ne parlano. Più ne parlano, più gli consentono di restare al centro della scena. È un circuito perfetto, costruito involontariamente dai suoi stessi avversari. Perché l’elettore dovrebbe votarlo? Non necessariamente perché condivida ogni sua idea. Potrebbe farlo, più semplicemente, perché lo percepisce come uno che dice ciò che gli altri non dicono. Potrebbe piacergli l’immagine da uomo d’azione, quasi da 007, che comunica sicurezza e decisione.
Potrebbe sentirsi rassicurato dalla sua rappresentazione muscolare dell’immigrazione. Oppure potrebbe pensare che, se davvero l’Europa fosse alla vigilia di una guerra con Mosca, sarebbe meglio avere in Parlamento un ex generale che parla di sicurezza e difesa piuttosto che i soliti professionisti della politica. È un ragionamento magari semplicistico, ma la politica elettorale vive di percezioni. E le percezioni spesso contano più dei programmi.
Matteo Salvini lo ha dimostrato nel 2019, intercettando paure, insicurezze e sentimenti che una parte dell’establishment politico considerava arretrati o impresentabili. Oggi il meccanismo rischia di ripetersi con un altro protagonista. La domanda, allora, non è se Vannacci abbia ragione. È perché una parte dell’elettorato sia disposta ad ascoltarlo. E soprattutto perché i suoi avversari non riescano a rispondere se non attraverso l’esorcizzazione del personaggio. Anche il tema della guerra e della sicurezza rischia di diventare un assist involontario.
Se nell’immaginario di una parte degli italiani l’Europa fosse alla vigilia di un confronto militare con la Russia, chi apparirebbe più credibile: un ex generale o un politico di professione? Non basta dire che il primo sbaglia. Bisognerebbe spiegare perché il secondo sia più credibile. Pensare che il consenso a Vannacci sia soltanto il prodotto della sua propaganda significa non capire il fenomeno. Una parte di quel consenso nasce anche dalla reazione che suscita. Sono i suoi avversari, con le loro polemiche e la loro ostinazione nel trasformarlo in un caso nazionale, a offrirgli una campagna elettorale permanente. Ogni attacco gli regala visibilità.
Ogni polemica gli consente di presentarsi come l’outsider perseguitato dal sistema. Ogni allarme sul pericolo che rappresenterebbe gli offre una tribuna gratuita. Il vero problema, dunque, non è soltanto Vannacci. È un sistema politico che sembra aver smarrito la capacità di parlare di sé e del futuro del Paese. Il Centrodestra discute di legge elettorale ed equilibri interni.
Il Centrosinistra cerca il proprio portabandiera per la corsa a Palazzo Chigi. Nel frattempo, fuori dai palazzi e dai vertici di partito, c’è un pezzo di elettorato che cerca qualcuno che gli dica di rappresentarlo. Vannacci, intanto, osserva, parla e cresce. Se arriverà davvero alla doppia cifra, sarà inutile chiedersi soltanto come abbia fatto. Bisognerà domandarsi quanto abbiano contribuito a portarcelo quelli che, per mesi, hanno fatto di tutto per impedirglielo. Perché in politica esiste una regola antica: non sempre l’avversario più pericoloso è quello che parla meglio. A volte è quello di cui, senza rendersene conto, parlano tutti gli altri.
Angelo Santoro

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