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Vado a caccia “ergo sum”

Una attenzione particolare è rivolta al socio quadrupede; gli spazzolo il pelo perché faccia bella figura; gli anticipo le mie intenzioni venatorie, facendogli presente che se mi trova una beccaccia sarò veramente felice.

di Carlo Eugenio Casini | 9 Dicembre 2021

Ogni sabato mattina, regolarmente, da settembre a gennaio, vesto i miei panni venatori e vado a caccia.

Mi accompagna il mio fido setter, si chiama Antares, bianco e nero.

Arrivato sul posto, dopo il rituale caffè con gli altri amici carnefici, ci distendiamo sui prati e nei boschi, alla ricerca di un’ambita preda. Per me il “cult” è la beccaccia; il mio socio a quattro zampe mi avverte sempre per tempo di che animale si tratti; a seconda della posizione del corpo, di come fiuta, di come sinuosamente si muove, di come punta, posso in anticipo immaginare di che preda si tratti: con una puntata ravvicinata mi indica un fagiano, con il muso a terra una lepre, con il naso allungato rispetto al corpo trattenuto, si tratta senz’altro di una beccaccia. Mi preparo, imbracciando la doppietta in modo acconcio e stimolo Antares a far “schizzare” la preda. Se il tiro è giusto incito il mio socio a raccogliere il frutto della battuta ed a riportarlo.

La maggior parte dei lettori, per questa rappresentazione di come passo i migliori momenti del mio tempo libero, si scandalizzeranno, imprecheranno contro questa razza di assassini autorizzati; si agiteranno per promuovere l’ennesimo referendum per l’abolizione della caccia. Prima o poi ci riusciranno; noi cacciatori rappresentiamo ormai una specie in estinzione, un po’ perché i tempi sono cambiati e questo tipo di sport non è ormai più condiviso dalle giovani generazioni; un po’ perché il continuo “battage” contro la caccia ha creato sull’argomento una condivisione negativa incrementata indubbiamente dalla difficile comprensione di questo antico sport.

Non ho certamente la pretesa di convincere i numerosi “savoranola venatori” di quanto siano in errore; mi limito invece a rappresentare loro cosa sia per me la caccia; può darsi che qualcuno, anche se non tornerà mai sulle proprie convinzioni, possa accettare che accanto ai loro punti di vista, possano coesistere sentimenti e sensazioni altrettanto apprezzabili.

La sera precedente l’evento procedo a preparare l’attrezzatura: l’abito, più o meno pesante a seconda della stagione, ma comunque resistente a adatto per camminare nel bosco; viene scelto il fucile: preferisco la doppietta; vengono scelte le cartucce a seconda del tempo previsto: se è asciutto è preferita una polvere più spinta; se è umido una più lenta. Per le scarpe sempre due paia: gli stivali di gomma e quelli di cuoio; quali indossare lo decido sul posto.

Una attenzione particolare è rivolta al socio quadrupede; gli spazzolo il pelo perché faccia bella figura; gli anticipo le mie intenzioni venatorie, facendogli presente che se mi trova una beccaccia sarò veramente felice. Mai lo appesantisco con collari elettronici che emettono quel fastidioso “ bip bip” mentre il socio cerca, oppure un continuo sibilo quando punta; deve sentirsi libero, tanto lui sa che io ci sono e se trova un animale si ferma “in punta” ed attende che io arrivi prima di “dare” sulla preda.

Ecco poi come inizia la giornata venatoria. L’incontro degli amici alla casa di caccia; la qualifica soggettiva non esiste; vuoi un semplice operaio, vuoi un famoso professionista, lì siamo tutti cacciatori; quello che conta è sfottere il cane dell’amico, sfottere anche l’amico per le padelle della precedente battuta che sicuramente si ripeteranno anche nella attuale; scegliere le combinazioni tra i vari cacciatori per realizzare il miglior “team” in grado di far sfigurare gli altri. Avvantaggiati sono coloro che hanno un buon cane, il che significa che tutti sono avvantaggiati poiché il proprio cane, a loro dire, è sempre il migliore.

Io preferisco piccoli gruppi; il mio cane è geloso e preferisce cacciare solo con me, anche perché sa benissimo di essere il migliore e dunque non vuole intorno agnelli abbaianti che lo disturbino nella sua ricerca. Non gli do torto, in effetti è il migliore, lo sanno anche gli altri cacciatori, ma certamente non mi danno soddisfazione.

 Esauriti il caffè e la fase di sfottimento si parte per la caccia. Con il socio quadrupede si crea una vera simbiosi: basta un cenno ché il cane capisca dove dirigersi o cercare; basta un cenno del cane perché il cacciatore si ponga nella giusta posizione. I due si intendono alla perfezione: lo scopo è mettere la preda in condizione di non sfuggire. Se l’animale viene abbattuto, il buon socio lo raccoglie e lo porta ai piedi del cacciatore, con soddisfazione di entrambi; se questi invece lo “padella”, per una volta il cane sopporta; alla seconda può anche decidere di andare a caccia per conto suo, tanto non è il fucile che faccia la differenza.

Adesso la domanda che dobbiamo porci è la seguente: è veramente un comportamento aberrante andare a caccia ed uccidere una preda? Io sono convinto di no e fornisco una mia spiegazione senza la pretesa di essere accolta.

La caccia è sempre esistita; una volta era un mezzo per procurarsi cibo; oggi è senz’altro prevalentemente un’attività sportiva; è giusto allora uccidere per sport?

Prima di esprimere un mio giudizio vorrei rispondere ponendo altre domande: è giusto uccidere svolgendo gare automobilistiche o motociclistiche? E’ giusto uccidere scalando montagne? E’ giusto uccidere nello svolgimento di regate? Come mai la sensibilità di tanti “savonarola venatori” non si è mai così scatenata contro queste attività sportive che mettono a repentaglio non la vita di un fagiano, bensì quella di tante persone, sia come competitori che come spettatori? E’ più importante la vita di un uomo o quella di un fagiano? Perché questi signori non propongono un referendum per abolire le corse di formula uno o le ferrate di sesto grado?

Mentre attendo una loro risposta, è doveroso che esprima il mio giudizio sulla caccia.

Avete mai provato ad immergervi in una pianura arborata, la mattina, in compagnia del vostro cane? Il silenzio che vi circonda, la natura che vi abbraccia in un contesto di armonico equilibrio; il vostro socio che batte il terreno in volute sempre più ampie, per poi schiacciarsi e “gattonare” al minimo sentore di un selvatico; infine il frullare di una beccaccia o di un fagiano, lo sparo e poi l’abbattimento; il cane che riporta la preda; ebbene, si, ho ucciso un fagiano e sono contento, anche perché lo porto a casa, lo faccio frollare e poi lo cucino.

Esattamente come quando vado al mercato a comprare un pollo; la sola differenza che il pollo lo faccio ammazzare da altri, cosa cha avviene in modo molto meno romantico.

E’ proprio questo il punto critico cui rivolgere l’attenzione.

Che differenza c’è tra un cacciatore che abbatte un fagiano per poi cucinarlo e mangiarlo, ed una massaia che va al mercato, compra un pollo già spennato, e poi lo cucina?

Se vogliamo spostare la questione su un piano criminale, dato che i cacciatori tali sono definiti, c’è la stessa differenza tra un ladro ed un ricettatore; salvo che il ladro cacciatore impegna una quantità di energie ed impegni per raggiungere lo scopo; mentre la massaia-ricettatrice, si limita a sfruttare il rischio corso dal primo.

Non solo: il fagiano viene ricercato e cacciato nel suo ambiente naturale; c’è dunque il rischio di tornare a mani vuote; senza contare che questo risultato è secondario: l’importante è trovarsi a contatto della natura, con il cane perfettamente collegato con il cacciatore; caso mai con un amico assassino affascinato dagli stessi sentimenti.

Per la massaia che va al mercato è diverso: trova il pollo già eviscerato, spennato pronto per l’acquisto; sa benissimo che quel volatile non è stato recuperato attraverso uno sforzo sportivo, bensì è il prodotto di un processo crudele che consiste nel prendere un pulcino, metterlo in un contenitore sempre illuminato e riscaldato, continuamente cibato con prodotti tutt’altro che naturali per poi essere giustiziato in una collettiva ecatombe. A ciò si accompagna il piacere della massaia e della di lei famiglia di mettere in tavola un prodotto che è la risultante del processo criminale descritto. E la massaia fa tutto questo senza rischiare niente: può infatti commettere il suo bravo reato di ricettazione senza correre nessun rischio, salvo quello di mangiare un pollo chimico.

La critica che potrebbe essere sollevata al mio ragionamento è la seguente: al di là della commissione del possibile reato di ricettazione da parte della massaia, quale argomentazione viene portata per giustificare la criminale attività venatoria? La risposta è semplice: nessuna giustificazione: io vado a caccia perché mi diverte e questo divertimento trova la sua spiegazione in una naturale inclinazione umana. Sparare ad un fagiano non è un’attività criminale, è semplicemente uno sport.

E’ dunque sbagliato il punto di partenza: il cacciatore non deve fornire giustificazione alcuna, poiché svolge un’attività lecita, pari a quella della massaia che va al mercato.

Non deve dunque sentirsi frustrato dalla corrente nevrosi degli anti caccia; si tratta di soggetti, purtroppo sempre più numerosi, afflitti dal complesso dell’impotenza intellettuale, incapaci di contestualizzare le realtà circostanti.

Peraltro non sfugge a nessuno che una qualsiasi attività, che esce dal canale di un comportamento comune, banale, assuefatto all’appiattimento intellettuale, è vista e giudicata con sospetto.

Senza contare che l’attività venatoria si scontra, oggi, con un omologato senso di divertimento; chi passa il sabato a giro per il centro, a guardare le vetrine, difficilmente potrà apprezzare una passeggiata all’aria aperta, in compagnia del proprio cane; si tratta di cultura, che definirei storica; la caccia è sempre esistita, nella sua più ampia accezione; anche la ricerca di un reperto archeologico, è caccia, come lo è la ricerca comparata su un fatto storico; tutto ciò che è ricerca è cultura. Per questo anche la caccia è cultura: perché qualcuno torna a casa con il carniere vuoto, mentre qualcun altro ce l’ha pieno? Si tratta di capacità, di abilità, di conoscenza, dunque di cultura.

E la caccia è un aspetto della mia cultura e dunque sono orgoglioso di essere un cacciatore. Parimenti deve essere orgogliosa la massaia che va al mercato a comprare un pollo metabolizzato.

Adesso non manca che il nostro “savonarola venatorio” si trasformi in un “savonarola vegetale” ed arrivi a sostenere che anche i polli d’allevamento hanno una loro dignità biologica-esistenziale e dunque devono essere protetti dalle massaie ricettatrici; così facendo si arriverà alla tutela del cetriolo.

Carlo Eugenio Casini – Avvocato in Firenze

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: agnelli, bianco e nero, casini, commissione, firenze, giovani, mercato, natura, persone, processo, punti di vista, referendum

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