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USCIAMO DAL GHETTO DELLE TUTELE

Seguendo la discussione in corso in questi giorni sulla proposta di alzare l’età pensionabile delle donne a 65 anni, si subisce una sorta di effetto straniante, come se il mondo fosse tornato ad essere in bianco e nero, una sequenza da film degli anni ’50 proditoriamente inserita nella contemporaneità del terzo millennio. Senza tralasciare un tocco di sana autarchia di Ventennale memoria. [continua]

di Chiara Boriosi | 22 Dicembre 2008

Seguendo la discussione in corso in questi giorni sulla proposta di alzare l’età pensionabile delle donne a 65 anni, si subisce una sorta di effetto straniante, come se il mondo fosse tornato ad essere in bianco e nero, una sequenza da film degli anni ’50 proditoriamente inserita nella contemporaneità del terzo millennio. Senza tralasciare un tocco di sana autarchia di Ventennale memoria. Dunque, ci tocca leggere una Flavia Perina – onorevole, per voto popolare – che sostiene dalle colonne del suo giornale la rivendicazione della “specificità femminile”, ovvero della maternità come totem inviolabile che costituisce il fulcro della vita di una donna, comportando di conseguenza la cura amorevole della famiglia con tutti gli annessi e connessi – suoceri compresi – e che quindi giustifica una vita lavorativa più breve per le donne che sono logorate da questo impegno matriarcale. In seconda battuta, si registra una Giorgia Meloni – onorevole e ministro, sempre per voto popolare – che ha 30 anni e parla come se si fosse appena reincarnata in sua nonna, proponendo di abbonare alle donne un anno di lavoro per ogni figlio fatto, una sorta di riedizione del premio di natalità per le famiglie numerose che era uno dei vanti del Duce buonanima. Tralasciando la solita tirata sulla bontà delle scelte effettuate – obbligatoriamente e senza preferenze – dal popolo sovrano riguardo le persone da mandare in Parlamento, che ci porterebbe troppo lontano dal tema in argomento, la domanda sorge spontanea: ma queste molto onorevoli signore, in quale mondo o universo parallelo vivono?! Hanno mai varcato la frontiera del nostro paese?! E le donne, i milioni di donne che vivono in questo paese, hanno ancora la voglia di chiedersi a che punto siamo arrivate nella definizione di un ruolo sociale e professionale, o sono state nel frattempo anestetizzate da eccessive dosi di tutele statali e dunque non si rendono conto di quanto si sta verificando a nostro danno?! Bene, allora proviamo a svegliarci ed a fare una analisi impietosa della situazione delle donne in questo paese. Siamo ipertutelate, ma guadagniamo meno degli uomini, siamo le prime a laurearci ma non facciamo carriera, siamo quelle che fanno meno figli in Europa ma non ci bastano gli asili nido, siamo le meno rappresentate ad ogni livello istituzionale ma siamo il 51% della popolazione. Cosa c’è che non torna in questo quadro?! Qualche scomoda verità che va pur detta. Nei paesi dove il tasso di natalità è superiore al nostro, le donne lavorano gli stessi anni degli uomini, hanno congedi per maternità brevissimi, godono della parità salariale ed ignorano l’espressione “soffitto di vetro”, poetico eufemismo che in realtà cela una definitiva esclusione da incarichi importanti. In Italia, accade il contrario: siamo forse più cretine delle francesi, delle inglesi o delle americane? Siamo meno dotate intellettualmente, siamo meno spinte dalla voglia di riuscire, siamo meno attrezzate culturalmente? No, ma siamo certamente meno capaci di cogliere gli obbiettivi al di là delle cortine fumogene alzate intorno a noi. Siamo state soffocate dalle tutele, senza renderci conto che dietro questa bella parola che sa tanto di atavica protezione – me Tarzan, you Jane – si nascondeva una trappola micidiale, un bel ghetto sociale, ben accessoriato e munito di tutti i comfort, ma sempre ghetto, ovvero un recinto chiuso e limitato da confini ben precisi. Ed infatti lì siamo rimaste. Se ammettiamo la semplice evidenza che le donne degli altri paesi non sono tutte Wonder Women ma esseri umani esattamente uguali a noi, dobbiamo allora riconoscere che ci siamo fatte ingabbiare da un sistema sociale che a parole ci ha protette, ma in realtà ci ha fatte prigioniere. Prima di tutto di noi stesse. La maternità è certamente un’esperienza altissima nella vita di una donna, ma se è per questo dovrebbe esserlo anche la paternità, con gli onori ed oneri che essa comporta, in ogni caso una scelta di vita, non la scelta della vita, un percorso umano sicuramente straordinario, ma non l’unico che si possa sperimentare. La maternità è un bene prezioso, ma non può essere motivo di discriminazione – e sono le donne a discriminarsi, da sole. Perché finchè si sta due anni, o anche tre, in maternità, e poi comunque si fa un solo figlio, finchè si accetta che l’uomo sia escluso da ogni partecipazione alla gestione del figlio, finchè non si decide che la cultura mammona è quella che ci sconfigge perché precede ogni e qualsiasi altra espressione del proprio talento, saremo sempre viste da qualunque datore di lavoro come bombe biologiche vaganti pronte ad esplodere e dunque del tutto inaffidabili da un punto di vista professionale. E se non concederemo a noi stesse la possibilità – e vorrei dire di più: il dovere morale – di ripensare tutto il nostro ruolo in una forma culturale diversa, non usciremo mai dal ghetto. Perché la realtà è questa: negli altri paesi, un uomo ed una donna si affacciano sul mercato del lavoro ad armi pari, poi saranno le rispettive capacità a fare la differenza nei risultati ottenuti, non le “specificità” di cui parla la Perina, fumisterie che in una struttura sociale meritocratica non hanno motivo di esistere né tantomeno di essere invocate a tutela di alcunché. In Italia, invece, una donna parte svantaggiata dall’inizio, perché portatrice – a volte suo malgrado ma per “colpa” di altre donne – di una cultura maternale che la rende da subito una potenziale assenteista. Con ciò, e lo scrivo per evitare ogni possibile fraintendimento, non si intende qui rinnegare ciò che negli anni è stato acquisito, ma si chiede di prendere atto che con una forma mentis cosiffatta si resta nel ghetto e dunque non si ha diritto di lamentarsi. Il vero problema non sta nell’innalzamento dell’età pensionabile, ma nell’approccio culturale di chi contrasta questo innalzamento con la convinzione di tutelare le donne ed invece ottiene solo di spingerle vieppiù nel ghetto delle “specificità”. E se non fossimo ancora rimasti ancorati ad un concetto di famiglia da Mulino Bianco, dove mammina fa i biscotti mentre papino va a lavorare, forse anche nel nostro paese le donne conoscerebbero una stagione migliore. E la colpa non è dei maschiacci cattivi – nossignore, la colpa è nostra che non sappiamo crearci una cultura individuale autonoma che piuttosto che specchiarsi nel falso mito dell’autostima, poggi invece sulle solide basi della parità ottenuta per meriti personali e capacità individuali. Ed ora, lapidatemi pure.

ChiBo

Pubblicato in : L'Angolo di Chi.bo

Info Chiara Boriosi

Chiara Boriosi, umbra di nascita e fiorentina di adozione, laureata in Lettere all’Università di Firenze con il Prof. Giorgio Luti, accanita lettrice, scocciatrice per vocazione, polemica di natura…insomma, Chi.Bo.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Puccio cartoni

    26 Dicembre 2008 alle 10:45

    L’immagine del Marzio saltellante fa venire alla mente un’altra verità : quella dei due piccioni….ma subito mi scuso per la troppo facile battuta.
    Anch’io concordo con l’analisi su esposta .Chiara.
    Salvo considerare come può essere socialmente pericoloso stracciare troppo violentemente i valori sui quali si fonda una società.
    E rilevando in ogni caso la contraddizione tra un’istanza per uniformazione cosmopolita , e la pretesa di aristocratiche originalità tutte le volte che l’adeguamento in copia mostra i propri limiti.

    Rispondi
  2. Chiara Boriosi

    22 Dicembre 2008 alle 22:34

    Grazie Marzio, te ne sarò grata.

    Rispondi
  3. Marzio Siracusa

    22 Dicembre 2008 alle 18:41

    Finalmente del femminismo sensato. Ti saltellerò intorno per acchiappare le pietre al volo! M.S.

    Rispondi

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