
Da anni ci raccontano la favola dell’interdipendenza felice tra Stati Uniti e Cina. Una specie di matrimonio economico inevitabile, destinato a governare il mondo per i prossimi decenni. In realtà basta osservare i numeri, la struttura industriale e la fragilità reciproca per capire che Washington e Pechino non hanno quasi nulla da spartire, se non una gigantesca dipendenza reciproca diventata ormai tossica.
Gli Stati Uniti sono oggi la nazione più indebitata della storia moderna. Un debito pubblico fuori scala, sostenuto artificialmente da una moneta che continua a reggere più per forza geopolitica e militare che per equilibrio economico reale. Il dollaro resta dominante non perché l’economia americana sia sana, ma perché il mondo è stato costruito intorno ad esso dal dopoguerra in avanti. Ma il problema è evidente: Washington consuma molto più di quanto produce, finanzia deficit permanenti e vive da decenni stampando liquidità e assorbendo capitali globali.
E oggi questo predominio non appare più così inattaccabile. L’euro, tra mille contraddizioni politiche europee, ha ormai assunto un ruolo sempre più centrale come grande area monetaria garantita da un debito complessivamente più sostenibile rispetto agli Stati Uniti e da una struttura industriale ancora fortemente esportatrice. Non è un caso che molti capitali internazionali abbiano iniziato lentamente a diversificare l’esposizione dal dollaro verso l’euro. L’epopea del dollaro come unica valuta intoccabile del pianeta appare molto più appannata rispetto a vent’anni fa.
E qui entra in gioco un elemento che spesso viene volutamente sottovalutato: l’Europa. Da anni descritta come un continente in declino, fragile e irrilevante, l’Unione Europea resta invece una delle più grandi potenze economiche del pianeta. Parliamo del più grande mercato dei consumi occidentale integrato, oltre 450 milioni di persone con elevata capacità di spesa, infrastrutture avanzate, manifattura ad alto valore aggiunto e una moneta che mantiene un valore stabilmente superiore di oltre il 20% rispetto al dollaro.
Inoltre il debito europeo, pur enorme, è distribuito tra gli Stati membri e poggia su economie molto diversificate. Germania, Francia, Italia, Olanda e gli altri grandi Paesi europei rappresentano un sistema complesso ma molto più articolato rispetto al modello americano fondato su un unico debito federale gigantesco. Ed è proprio questa distribuzione del rischio che rende l’area euro molto più sostenibile e garantita di quanto venga raccontato nella propaganda finanziaria anglosassone.
La Cina dall’altra parte appare come il gigante industriale invincibile, ma dietro la facciata esiste una vulnerabilità enorme. Pechino produce quantità mostruose di beni che non riesce ad assorbire internamente. Il modello cinese vive di esportazioni, soprattutto verso Occidente. Senza mercati occidentali, senza consumatori americani ed europei, gran parte dell’apparato industriale cinese entrerebbe rapidamente in crisi.
Per anni il sistema ha funzionato così: gli americani compravano a debito prodotti cinesi, mentre la Cina reinvestiva quei dollari nel debito americano. Un circuito apparentemente perfetto, ma economicamente innaturale. Da una parte un Paese che si disindustrializzava progressivamente, dall’altra un Paese che accumulava sovrapproduzione, bolle immobiliari e città fantasma pur di mantenere in piedi la macchina produttiva.
Il problema è che oggi entrambi hanno capito di essere intrappolati.
Gli Stati Uniti hanno scoperto troppo tardi di aver regalato alla Cina intere filiere strategiche: elettronica, terre rare, componentistica, farmaceutica, manifattura avanzata. La Cina invece ha capito che dipendere dall’Occidente significa restare vulnerabile alle sanzioni, ai dazi, alle restrizioni tecnologiche e soprattutto alla finanza dominata dal dollaro.
Ecco perché il cosiddetto “dialogo” tra Washington e Pechino è spesso una recita diplomatica. Dietro le strette di mano c’è una guerra economica già iniziata da anni. Dazi, restrizioni sui semiconduttori, blocchi tecnologici, rilocalizzazione industriale, controllo delle rotte marittime, competizione energetica e monetaria. Nessuno dei due sistemi può permettersi uno scontro totale, ma nessuno dei due può più permettersi nemmeno una vera integrazione.
Gli Stati Uniti temono il declino del dollaro e della propria centralità geopolitica. La Cina teme il crollo del proprio modello export driven. Entrambi appaiono forti, ma entrambi hanno fondamenta fragili.
Washington resta una superpotenza finanziaria e militare, ma con un’economia reale sempre più sbilanciata sul debito. Pechino resta una potenza industriale gigantesca, ma ancora troppo dipendente da mercati esterni che non controlla.
L’Europa invece, pur paralizzata spesso da una politica lenta e burocratica, continua a rappresentare il vero ago della bilancia globale. Perché chi controlla il più grande mercato ad alta capacità di consumo del pianeta controlla inevitabilmente anche buona parte degli equilibri industriali mondiali.
La verità è che non siamo davanti a due imperi destinati a condividere il mondo. Siamo davanti a tre blocchi economici che cercano disperatamente di sopravvivere alle proprie contraddizioni interne scaricando il peso sugli altri.
Ed è questo il motivo per cui la tensione continuerà a crescere. Non per ideologia. Non per Taiwan. Non per propaganda.
Ma perché le grandi economie mondiali, ormai, si reggono su assetti sempre più artificiali, sempre più instabili e sempre più difficili da sostenere nel lungo periodo.
Piero Terracina

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