Da decenni l’ordinamento fiscale è ispirato al medesimo criterio di una rapina (legale, si intende, ma solo perché perpetrata con lo strumento della legge): prendi i soldi dove costa meno (in termini di consenso).

Sono le riformette di cui il Paese non ha bisogno, anche se non se ne rende conto. Sono buone a cambiare il nome alle cose e a modificare gli assetti redistributivi – in funzione delle categorie di cittadini che hanno al momento il privilegio di essere un punto di riferimento, l’obiettivo di una strategia di acquisizione o consolidamento dei favori elettorali.
Da decenni l’ordinamento fiscale è ispirato al medesimo criterio di una rapina (legale, si intende, ma solo perché perpetrata con lo strumento della legge): prendi i soldi dove costa meno (in termini di consenso).
Si ha voglia di parlare di ‘nuovi diritti civili’ (sob)!
Con la stessa arma della legge, segnatamente con la decretazione di cosiddetta ‘urgenza’, si è erosa gradualmente la certezza del diritto e, al centro, del diritto di proprietà.
Sono i diritti fondamentali che cementano una qualunque collettività, ad essere apertamente precari e privi di qualsiasi tutela.
Nessuno di noi ha più garanzie sul fatto che i propri beni immobili ma anche mobili (a cominciare dalla liquidità nei conti correnti bancari) non possano subire (ulteriori) tagli o perdite di valore in conseguenza di atti sempre più sfacciatamente arbitrari da parte dello Stato. La vicenda di Cipro ne costituisce l’esempio più eloquente.
Nessuna seria pianificazione, nessun programma di vita è alla portata degli individui, né l’incertezza fa sconti ad alcuno: riguarda la casalinga come l’imprenditore, il piccolo come il grande proprietario.
Una revisione profonda, strategica dell’ordinamento fiscale è a pieno titolo dentro una nuova stagione costituente che disponga la fine di questo vilipendio della ragione e del buon senso – oltre che, naturalmente, del diritto – e dia la stura a vincoli autentici contro gli abusi perpetrati in danno della proprietà. Senza i quali, nessuna solidarietà tra i cittadini è possibile vedere germogliare, a lungo termine, perché lo Stato con la sua strategia piratesca li divide tra “buoni” e “cattivi”, li punisce o li salva, li manda in rovina e/o li tiene a galla, senza che possa esibire un criterio inoppugnabile – come sarebbe doveroso quando si tratta di sacrificare i diritti individuali. Primo, perché un siffatto criterio non esiste – in senso assoluto. Secondo, perché il criterio invalso, nei fatti, è quello di cassa: l’ultimo, il peggiore di tutti i quanti i criteri possibili.
Ho capito in questi anni, rivalutando idee e teorie, che il rapporto fiscale è uno dei/se non ‘il’ cardine dell’identità, del volto di un Paese per ciò che riguarda il rispetto dei diritti individuali. Lo spiega troppo bene Pascal Salin nella sua leggendaria opera dal titolo “La tirannia fiscale”.
Dunque un nuovo rapporto fiscale non è concepibile senza un diverso assetto istituzionale. Politiche pur volenterose di ridimensionamento fiscale (sconosciute in Italia, peraltro) sono destinate a fallire se non operano a monte: su ciò che spinge lo Stato alla sua incontenibile pretesa di ricchezza privata.
La citata revisione dell’ordinamento fiscale può avvenire efficacemente solo a partire dall’instaurarsi di una cultura dei diritti individuali. Deve partire dalla formulazione di nuove norme di rango costituzionale che, nel fissare limiti inaccessibili alle maggioranze di turno, restituiscano ai cittadini la fiducia nel ruolo originario (quanto alla concezione liberale) dello Stato – ruolo servente e non di ‘padrone’ che, se non ricordo male, non contemplava comunque la spoliazione sistematica.
Sono nella attuale Costituzione, di questa “Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1, comma 1), le origini di molti – e neppure tanto oscuri – mali collettivi ed è là che occorre incidere.
Non ho alcuna ragionevole speranza che questo avverrà. Che si potrà uscire da questo sistema neo-feudale – dove siamo tutti sempre più simili ai servi della gleba.
Molti cittadini si lasciano (tuttora) incantare dai messaggi urlati – oltre che da quelli subliminali o indiretti – lanciati quotidianamente dal potere. Dalla offerta al pubblico ludibrio, da parte di maliziosi manovratori, dei capri espiatori di turno.
In realtà, il soggetto antisociale per eccellenza è proprio lo Stato, con il suo apparato che gonfia sulle spalle dei cittadini e li vuole esattamente come per la maggior parte sono: convinti di vivere nell’unico mo(n)do possibile eppure fiacchi, insicuri, alienati; pronti a chiedere per un nonnulla l’ennesimo intervento dall’alto. A chiudere gli occhi, a giustificare per esso ogni nefandezza.
Si ha l’impressione che la decantata ‘Repubblica democratica’ non sia mai entrata nell’età adulta, quella in cui si assumono le responsabilità – a partire da quelle dolorose.
Senza un presa di coscienza individuale del problema nessuna rivoluzione è visibile all’orizzonte.
Solo sfiducia e miseria crescenti, per tutti i produttori.

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