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L’errore “a monte” è che gli europei sono “gli altri”

di Fabrizio Binacchi | 12 Maggio 2013

I vertici europei così pomposi e così impalpabili hanno ancora qualche mese per dare segnali di speranza non solo ai mercati ma alle genti. Il rischio di avere un calo storico nell’affluenza al voto europeo e l’arrivo nelle aule di Strasburgo e Bruxelles di deputati europei contro l’Europa saranno una prospettiva alquanto realistica. Anzi, diciamocelo, forse è già tardi. 

Europa_BandiereR400L’altro giorno a Firenze ad un vertice sulla comunicazione d’Europa un funzionario della Commissione europea voleva far credere ai giornalisti che 30.000 (trenta mila) dipendenti delle burocrazie europee sono giusti o quasi pochi. Dipende da cosa fanno e per quale Europa? Se continua ad essere l’Europa delle sole regole e delle sole imposizioni sono fin troppi, se diventerà l’Europa del respiro europeo popolare e della rinascita non solo economica ma culturale allora potrebbero anche essere pochi. Dipende da che Europa vogliamo e facciamo. Al momento è solo quella della moneta e non ci sta dando grandi soddisfazioni. L’errore “a monte” è che gli europei son, a rotazione, gli “altri”. Non noi. Non siamo inclusivi ma a volte non siamo nemmeno tolleranti. Anche nel linguaggio, anche nelle denominazioni dei fenomeni correnti. Si continua a parlare di fuga di cervelli o di emigrazione da lavoro anche se si va dalla Francia al Belgio, dall’Italia alla Germania, da Livorno a Stoccarda. In un contesto di vera integrazione europea dovrebbe essere come andare da Pistoia a Gavinana, o da Castiglione delle Stiviere a Ostiglia. Invece no, si continua a pensare in termini di stati nazionali, di bandiere e di frontiere. Ah i bei tempi di Giochi senza frontiere, con i famosi arbitri internazionali Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri, che decidevano se un paese vinceva non tanto sulla base dello spread o dell’export ma se i loro rappresentanti popolari, gente delle borgate più sperdute, cadevano o stavano in piedi su materassi insaponati. Forse c’era più coscienza europea ai tempi dei Giochi senza frontiere, che pensate includevano persino all’epoca Svizzera e Regno Unito, che adesso ai tempi della moneta cosiddetta unica e della misurazione dei deficit. Gli “Stati comunicativi d’Europa” sono al minimo storico. Si dovrebbero provare gli “Stati emotivi d’Europa”. Se si continua in vertici che promettono e non realizzano si arriverà facilmente l’anno prossimo nel rinnovo del Parlamento europeo alla curiosissima situazione di avere nel Parlamento europeo una folta rappresentanza di liste e movimenti nazionalisti e anti europei. Non male come processo di coesione e di  integrazione. E allora, come dicono noti colleghi che da anni seguono le vicende europee, ci sarà da ridere o da piangere. Sarebbe ora di pensare ad una organizzazione europea più vicina alla gente, meno burocratica e più di servizio, dove le desuete e quasi urticanti immagini di portavoce di commissari e commissari di portavoce danno pagelle e insinuano dubbi lasciano il posto a progetti e realizzazioni di opere e servizi veramente utili alle comunità amministrate. I vertici europei, così pomposi e così impalpabili, hanno ancora qualche mese per dare un segnale di speranza non solo ai mercati ma alle comunità, non solo ai grandi investitori, che per carità faranno pure il loro lavoro, ma non sono rappresentativi delle  popolazioni ma alle popolazioni stesse. Altrimenti il rischio di avere un calo storico nell’affluenza al voto europeo e l’arrivo nelle aule di Strasburgo e Bruxelles di deputati europei contro l’Europa saranno una prospettiva alquanto realistica. Anzi, diciamocelo, forse è già tardi.

Pubblicato in : CornerBlog

Info Fabrizio Binacchi

Fabrizio Binacchi, giornalista economico @Tg1, poi in giro per l’Italia a dirigere redazioni e sedi regionali. Ha realizzato e curato varie trasmissioni su @RaiUno e @RaiTre. Ha condotto Linea Verde finendo in acqua e su Striscia, Paperissima, Blob, facendo passare quel poco di popolarità dai palazzi della politica ai supermercati. Insegna in vari master, ha scritto tre libri e ha vissuto in sette città ma solo in due si trova a casa: Bologna e Firenze.

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