Ma davvero c’è da meravigliarsi, e la scissione, ancora non formalizzata ma in atto, nel PD è incomprensibile? O questa presunta incomprensibilità fa parte dei rituali (necessariamente) ipocriti della politica?
Chiedetevi se vi pare possibile per Rossi, Speranza, Emiliano, Bersani rientrare nei ranghi piddini dopo avere sollevato l’ipotesi della scissione, senza incontrare un muro di ostilità. E figurarsi D’Alema, con il continuo linciaggio cui è sottoposto dai suoi compagni (o ex compagni).
Via web la maggioranza e la minoranza PD si scambiano insulti atroci. E’ vero: gli esaltati e maleducati della tastiera sono ormai un fenomeno generalizzato. Ma, in questo caso, ci fa capire che le divisioni non riguardano solo il gruppo dirigente e le poltrone come qualcuno, riduttivamente, pensa.
Gli interventi all’Assemblea nazionale di Guglielmo Epifani, a nome di tutte le minoranze interne, e di Valter Veltroni ci fanno comprendere la vera essenza del conflitto. Volete sapere – si è in sostanza chiesto Bersani – cosa non ci convince oggi nel PD? Eccovi serviti: “Quando ti fa sciopero il 60 per cento della categoria, lo sciopero più partecipato della storia della scuola, devi farti delle domande”. E, sulla legge elettorale: “Non bisognava aspettare la consulta per capire che c’era qualcosa che non andava in quella legge elettorale”. Sul referendum riguardante le trivellazioni: “C’era proprio bisogno di dire che era meglio non andare a votare il giorno del referendum sulle trivelle? Anche perché era stato chiesto da cinque consiglio regionali, istituzioni democratiche del Paese”. Infine il tema delle tasse: “partire dall’impresa, passare dalle case, e per ultimo lasciare il lavoro. Mi fa venire qualche perplessità. E’ proprio tanto di sinistra togliere l’imposta sulla prima casa anche a chi la può pagare e in gran parte d’Europa la pagano?”. E ancora: “usiamo la legislatura per correggere nel rapporto con i giovani, con la scuola”. “Il Jobs act, è andato troppo oltre, rispetto alla mia esperienza”.
Epifani, già segretario nazionale della CGIL e del PD, è di origine socialista. Infatti i contenuti snocciolati nel suo intervento configurano un partito in linea con le socialdemocrazie europee. E il caso ha voluto che proprio il discorso del primo segretario del PD, quello della sua nascita, Valter Veltroni, abbia messo ancora più in evidenza attraverso una omissione forse involontaria, forse dovuta ad un riflesso condizionato, quanto evocato da Epifani.
Rievocando la nascita del PD Veltroni ha detto che “per la prima volta dal 900 la grande maggioranza delle forze riformiste eredi di coloro che avevano, combattendo uniti il regime, riconquistato la libertà per tutti, si sono incontrati nel PD”.
Ecco una cosa su cui meditare. Veltroni è il segretario del PD che ai suoi tempi negò l’apparentamento al PSI concedendolo a Di Pietro. Dice, non si sa perché, di non essere mai stato comunista ma interpreta bene il sentimento di ostilità verso la cultura laica, liberale e socialista che permeava Dc e PCI ed oggi il PD. Ma i contenuti e i problemi evocati da Epifani, vedi caso, sono proprio quelli che maggiormente richiamano le battaglie ed i successi delle socialdemocrazie europee. E, vedi altro caso, la riunione tenutasi il giorno precedente all’assemblea nazionale del PD era un appello rivolto da Enrico Rossi ai “democratici socialisti”. Provate ad invertire le due parole. Che sia proprio una socialdemocrazia aggiornata al nuovo secolo la via maestra per contrastare “populismi” e “sovranismi” trovando risposte ai bisogni della gente?
Nicola Cariglia

Posto il commento di Andrea Moroni, pervenuto per altra via:
“Tutti vogliono commentare quel che accade nel PD spesso con una enfasi retorica e drammatica mischiando storia ed opportunità, pragmatica e ideali. Era chiaro da sempre che quella che ora si chiama “minoranza” non avrebbe mai potuto coesistere con un personaggio come Renzi. Quindi saremmo dovuti arrivare ad uno scontro. In un qualunque raggruppamento civile la minoranza è tale in quanto esprime idee diverse dalla maggioranza quindi o accetta di seguire la maggioranza stessa (magari cercando da dentro di modificarne gli assetti) oppure se ne va. Ribadisco: è la minoranza che se ne va sempre, nessuno la butta fuori. Nello specifico del PD, se questa scissione comporta un indebolimento della sua forza politica allora si può parlare di responsabilità che, in questo caso sono appunto della minoranza che indebolisce il partito di governo, frammenta ulteriormente quella che viene chiamata “Sinistra” andando quindi contro agli interessi dei propri elettori di “sinistra” (ormai peraltro abituati da tempo ad essere raggirati e traditi) confermando una vecchia battuta che la sinistra non “vuole” governare. Ma quando si agisce con volontà, è lecito anche chiedersi : cui prodest? E se il vantaggio è della parte opposta allora i sospetti di tradimento e di essere dei venduti si fa più concreto (oltre ai miseri interessi personali).”
Eviterei troppi nominalismi. Mi pare abbastanza chiaro che Rossi e compagnia adottino il termine socialismo, perché non possono fare più riferimento a quello vecchio e consunto di comunismo, che essi stessi giustamente considerano un po’ sputtanato; resta l’impressione invece, avendo ascoltato lo stesso Rossi alla presentazione del suo libro, che il termine socialismo sia solo uno scudo generico e un po’ anche acritico, circostanza che ne costituisce il limite maggiore. Credo invece che si debbano fare i conti con la realtà e la realtà ci dice che per avvicinarsi alle esigenze propugnate da chi si ispira alla tradizione del socialismo, o se si preferisce del socialismo democratico, si debbano fare le riforme e non le chiacchiere; e sotto questo profilo il pd resta il meno peggio in giro, anche se, come conseguenza dei principi che hanno caratterizzato la sua costituzione, vi manca l’anima socialista. Non dei socialisti che sono quattro gatti, ma di quella cultura. E’ anche per questo, come ho già scritto altre volte, che riterrei opportuno per chi si sente ancora di appartenere o d’ispirarsi a quella cultura, svolgere il suo impegno all’interno di quel partito, magari animandovi una corrente, riconoscibile, che si rifaccia a quei principi come ispirazione, ma anche come comportamenti politici.
Il socialismo originario era populismo, ovvero politica fatta dal popolo ed in favore del popolo (si leggano in proposito i saggi di Jean-Claude Michéa e Christopher Lash) e, allo stesso tempo, era orgoglio nazionale e patriottico (celebre lo slogan “solo i ricchi non hanno una patria”).
Tutto il resto appare come indistinta “sinistra del capitale” che ai popoli ed ai poveri ha fatto sempre tanto male: in Italia quanto in Gran Bretagna, in Francia…
APPREZZO, PUR SE TALVOLTA NON LO CONDIVIDO, QUELLO CHE SCRIVETE, E LO TROVO INTERESSANTE ED ISTRUTTIVO, MA PER FAVORE, NON MI FATE PIU’ TROVARE IL TERMINE “POPULISTA”, CONIATO DA QUALCHE GIORNALISTA CONNIVENTE E PRIVO DI SIGNIFICATO COMPIUTO, SE NON NEL SIGNIFICATO DISPREGIATIVO CHE GLI SI VUOLE DARE! IL POPOLO E’ IL POPOLO E VA RISPETTATO, ANCHE SE CRITICABILE..
Il risorgere di una figura come D’ Alema sconforta non poco come sconforta che l’abbiano seguito personaggi come Bersani. Il Partito doveva restare compatto ed all’interno fare le battaglie. Meglio un PD mal guidato che la divisione che avvantaggia solo movimenti come i 5 stelle o i leghisti
Dio voglia che la scissione ci sia ed i “nipotini” di Stalin e Togliatti (suo fedele e degno compare) escano definitivamente dalla vita politica italiano con la loro strisciante ideologia del potere egemonico, che ancora emerge, malcelata dai loro discorsi.