
Chissà che Donald Trump, seppur involontariamente, non finisca per passare alla storia come uno dei principali artefici del processo di costruzione europea. Si dice che l’Europa dia il meglio di sé nei momenti di crisi e indiscutibilmente ci troviamo oggi in uno di questi.
Tanti sono gli analisti che ritengono che l’integrazione politica dell’Ue abbia già toccato i suoi limiti. Nel vecchio continente esistono e persistono barriere storiche, linguistiche, culturali, sociali che appaiono insormontabili. Il fatto stesso che non ci sia una vera e propria opinione pubblica europea ma 27 opinioni pubbliche separate e distinte che stentano ancora a comunicare fra di loro è emblematico. Ciò che interessa agli scandinavi o ai cittadini dei Paesi Baltici, spesso, non è quello che interessa agli italiani; le priorità degli uni non sono le priorità degli altri e viceversa.
Il conflitto in Ucraina, a questo proposito, ne è un esempio lampante. Per i primi è una questione esistenziale, ma non altrettanto per noi. Eppure facciamo parte di un progetto comune, concepito e nato sulle macerie della seconda guerra mondiale, che si è sviluppato progressivamente per settant’anni garantendo pace, stabilità e un relativo benessere a popoli fino ad allora perennemente in lite fra di loro. Un progetto che per alcuni andrebbe completato, per altri ridimensionato o addirittura azzerato. Il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto che, a seconda dei punti di vista e delle ambizioni, andrebbe riempito o svuotato.
Soffia il vento del sovranismo sul vecchio continente e a spingerlo a forza 10, ovvero al grado di burrasca forte, è paradossalmente proprio il leader dell’alleanza in cui l’Europa ricopre il ruolo di “junior partner”, cioè di socio di minoranza. Quello che sorprende, però, non è ciò che Donald Trump sta facendo ma che i governi europei siano stati presi alla sprovvista nonostante le evidenti avvisaglie del suo precedente mandato con la colpevole illusione che la finestra temporale del mandato quadriennale di Joe Biden non si sarebbe mai chiusa.
La pubblicazione della Strategia di Sicurezza Nazionale del governo americano non fa che esplicitare ciò che era già evidente ma si faceva finta di non vedere. Non è un mistero che Viktor Orban sia l’ospite europeo più gradito sia alla Casa Bianca che al Cremlino. L’inventore della “democrazia illiberale” incarna il punto di convergenza fra Donald Trump e Vladimir Putin, entrambi impegnati nello sforzo congiunto di smantellare e demolire le democrazie liberali dei Paesi europei. E se l’inquilino del Cremlino si muove nell’ombra intervenendo dietro le quinte nei Paesi dell’Ue con gli strumenti della guerra ibrida, quello della Casa Bianca lo fa alla luce del sole sostenendo e parteggiando sfacciatamente e spudoratamente per i partiti dell’estrema destra del vecchio continente dopo essere già entrato a gamba tesa in Argentina e Honduras.
Il primo tempo della partita in corso nell’Unione si giocherà proprio a Budapest nella primavera del prossimo anno quando si terranno le elezioni legislative che, in base ai sondaggi, vedono oggi Orban in svantaggio. È molto probabile che Trump, con i suoi accoliti, investirà in Ungheria tutto il suo peso politico e finanziario per evitare la caduta del regime. Se andasse male, d’altronde, sarebbe difficile procedere al piano di “orbanizzazione” dell’Ue senza Orban al potere. “Politico.eu”, uno dei siti web più affidabili in materia di questioni europee, ha messo Donald Trump al primo posto nella sua classifica annuale dei personaggi più influenti del vecchio continente.
Per la prima volta il posto al vertice della lista è riservato a un non-europeo. L’attivismo sfrenato del presidente americano si abbina, purtroppo, alla passività dei leader europei. L’Ue è costretta a ridefinire le relazioni transatlantiche ma è incapace di ridefinire il proprio futuro. Gli Stati Uniti stanno sfilandosi dalla difesa dell’Europa ma la strada verso una vera difesa comune europea è ancora lunga e accidentata perché invece di razionalizzare e ottimizzare le ingenti spese militari di oggi si punta ancora al rafforzamento di 27 eserciti dilatando la base industriale. La riforma del voto all’unanimità in politica estera è un incubo da cui non si riesce ad uscire. Ogni vertice europeo, come quello appena concluso a Bruxelles, si trasforma nell’ennesima occasione mancata nonostante i rattoppi dell’ultimo minuto, vedi il prestito congiunto all’Ucraina di 90 miliardi di euro con l’esenzione di Ungheria, Cechia e Slovacchia, o in rimandi, vedi la questione Mercosur. Si continua a rimandare il momento della verità ma la verità, più prima che dopo, presenterà il suo conto e a pagarlo saremo tutti noi.
Paolo Bergamaschi
(da “Vita.it”)

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