Prima l’uovo o la gallina? Prima l’intesa politica per sollevare l’Italia dal pantano o gli stratagemmi della legge elettorale. Prima il Paese o i “professionisti del potere”? Sicilia a parte (un “caso” che non merita tutta l’enfasi, da politicanti di provincia), la posta in gioco delle elezioni vere, le politiche della primavera 2018, è la conquista del 40-
-50% di cittadini che disertano le urne in attesa di un progetto convincente e dei tanti che votarono Cinque Stelle e ora si strappano i capelli per averlo fatto. Credevano nel miracolo: vedono il disastro, da Roma a Torino.
Dunque: prima le idee, un “patto” tra forze omogenee, poi l’applicazione tecnica (con occhi bene aperti su norme e arzigogoli). Come foglie secche, s’affollano proposte di leggi elettorali. Molte ricalcano modelli stranieri, dimenticando la legge italiana del 1953: un decoroso premio di maggioranza al partito o alla coalizione che avesse raggiunto il 50%+1 dei voti validi. Essa fu azzoppata non alle urne ma “da rancori e recriminazioni”, da personalismi e dalla pochezza di chi non seppe anteporre l’Italia al proprio “particolare”. Quella riforma, approvata malgrado l’opposizione veemente dei socialcomunisti, fu demonizzata come “legge truffa”. Essa, in realtà, avrebbe salvato l’Italia dalla lunga deriva dal centrismo all’agonia del “grande centro” vent’anni dopo capitanato da Francesco Cossiga. Ne scrisse Gabriella Fanello Marcucci in “Scelba, Il ministro che si oppose al fascismo e al comunismo in nome della libertà” (Mondadori).
Con la vendemmia anticipata arriva l’autunno della XVII legislatura della Repubblica. Già l’ordinale non prometteva nulla di buono. Pessimo auspicio, nel 2013 essa fu aperta il 15 marzo: giorno sacro ai pugnali che trafissero Caio Giulio Cesare nell’Aula del Senato. Arriverà alla fine “naturale” o finirà traumaticamente per una sfiducia improvvisa e un “incarico tecnico” per traghettare il Paese al voto? L’importante è che questo Parlamento non faccia altri guai. I governi Renzi e, per trascinamento, l’attuale, sono andati avanti a voti di fiducia, cioè con la certificazione quotidiana che non disponevano di una maggioranza politica vera e convinta. La lunga crisi tuttora in corso è il frutto della manipolazione brutale della politica italiana da parte di interessi stranieri: un processo iniziato con l’“invenzione” del terrorismo politico sin dal 1974-1978 (dal sequestro Sossi all’assassinio Moro), proseguito tra il 1981 al 1992 (dal’artificioso “scandalo P2” a Tangentopoli: e ricordiamo la sciagurata imputazione, da parte dei comunisti, di Francesco Cossiga per attentato alla Costituzione) e culminata con l’orgia mediatica di “mani pulite” che nel 1994 fu sul punto di consegnare il Paese all’egemonia dell’ex Partito comunista italiano. Avvenne il miracolo: la vittoria del Polo delle Libertà e del Buon Governo, capitanata da Silvio Berlusconi. Ventitrè anni dopo siamo alla verifica.
Nel frattempo l’Italia ha subito molte pesanti “guerre”: l’ingresso nell’euro senza adeguata valutazione delle sue conseguenze, né contromisure a tutela dei cittadini; la ripercussione dell’erosione della sovranità nazionale sulla vita quotidiana; la devastazione del sistema scolastico, un tempo orgoglio del Paese e ora motivo di scherno; il declino dell’ordine e della sicurezza in intere regioni e di ampi quartieri delle principali città; la sfacciata violazione delle norme più elementari; un sistema fiscale sempre più esoso…
Quasi un quarto di secolo fa a decidere la vittoria della Libertà furono gli elettori. L’Unione sovietica era già crollata. L’Italia era impegnata con la Nato nel Medio Oriente. I cittadini non si fidarono dei comunisti e dei loro accoliti: questi avevano tolto la stella rossa dal berretto ma usavano ancora i vecchi sistemi per liquidare gli avversari interni e quanti si opponevano al loro trionfo: insinuazioni, calunnie, intrusioni nel privato. Da stalinisti mai pentiti. Solo gli ignoranti credono che la manipolazione della verità fattuale sia un’invenzione odierna. Lo è stata sempre. Tacitò scrisse che nel 64 d.C. Nerone riuscì a convincere i romani che l’Urbe era stata incendiata dalla “setta” dei cristiani.
Rabbiosa per la mancata vittoria della “gioiosa macchina da guerra” allestita da Achille Occhetto, la Sinistra ha provato e riprovato a impadronirsi della somma dei poteri, ma è ripetutamente rimasta vittima della sua malattia genetica: la divisione, il bisogno di un “nemico” da azzannare e annientare, lontano o vicino che sia.
Tocca dunque al centro-destra dimostrare che ha tutt’ altra coscienza civile. Deve rialzare le insegne antiche e perenni: unione, salute, fratellanza. Unificata da neppure un secolo (solo nel 2018 festeggeremo il centenario della Vittoria e della liberazione di Trento e Trieste) l’Italia deve ritrovare sé stessa. Se ancora volesse essere ricordato, con uno scatto finale di dignità questo Parlamento potrebbe e dovrebbe darsi una legge elettorale confacente alla stabilità di governo, come da un anno con sommessa fermezza raccomanda il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la legge elettorale, con i suoi cavilli e le “mille trappole”, non è il vero banco di prova politico.
Prima viene l’unione franca e leale delle forze politico-partitiche che si sentono affratellate da un cammino più che secolare: i liberali (poco per cento ai seggi, una miriade nella coscienza dei cittadini), i radicali, i socialriformisti, i repubblicani memori di Randolfo Pacciardi, che volle l’Italia nella NATO contro le esitazioni di De Gasperi e i dubbi dell’“altra riva del Tevere”, e la grande massa critica dei “moderati”, che nel Paese hanno sempre fatto la differenza. Questi sono la maggioranza.
In Antonio Segni. La politica e le istituzioni (il Mulino, candidato meritorio al Premio Acqui Storia 2017) Salvatore Mura documenta che nel 1946 il futuro sfortunato presidente della Repubblica nella sua Sardegna ottenne un successo travolgente contro i “rossi” e i loro alleati (incluso Emilio Lussu del Partito Sardo d’Azione) e contro i liberali di Cocco Ortu. Stravinse perché non disse una parola sulla questione istituzionale, tantoché (scrive Mura) “sembra comunque evidente che non percepì negativamente l’ipotesi di vittoria della monarchia”. La “prudenza” di Aldo Moro nel suo caso “sfiorò la reticenza assoluta”. Segni ebbe la saggezza di evitare temi divisivi. Alzò la bandiera dell’unità contro il nemico principale. È una lezione di grande attualità. Nelle ore difficili, come quelle che si annunciano, bisogna accantonare i motivi di contrasto e far quadrato su quanto unisce: la difesa dello Stato, della sua unità, della sua dignità, della sua Storia.
Tra gli appuntamenti vi è la legge sulla cittadinanza. La più significativa legge organica al proposito fu quella firmata da Giovanni Giolitti e da Benedetto Croce che nel 1921 identificarono cittadinanza e “obbligo dell’istruzione”: non solo “scuola obbligatoria” ma istruzione ed educazione, cardini dell’italianità, di una “civiltà”. Ora, nella duplice veste di sovrano della Santa Sede e di vescovo di Roma, papa Francesco enuncia una idea di “cittadinanza”. Il suo è un discorso politico, come politici furono gli interventi di tanti papi nel corso dei tempi. Qualche giorno fa ricorreva San Bartolomeo. Ogni anno la memoria ricorre al 24 agosto 1572, svolta delittuosa nel corso delle undici guerre di religione che lacerarono la Francia tra il 1560 e il 1594. Invitati a Parigi per le nozze di Enrico di Navarra, ugonotto, e Margherita di Valois, cattolica, quella notte nella sola Parigi vennero assassinati (gettati dalle finestre, pugnalati…) almeno 3.000 evangelici, mentre molte altre migliaia furono massacrati nelle province. A Roma il papa festeggiò quell’orrore con un “Te Deum” di ringraziamento e una medaglia commemorativa. Alcuni esponenti di una famosa Compagnia religiosa legittimarono il tirannicidio. Re Enrico III di Valois fu assassinato dal domenicano Jacques Clément; il suo successore Enrico IV di Borbone fu ucciso dal cattolico fanatico François Ravaillac: “Tantum religio potuit suadere malorum…”. Vicende antiche, ma da non dimenticare. Ognuno è libero di proporre “ricette”. Però lo Stato d’Italia, rispettoso di tutte le fedi e le opinioni se stanno nei confini delle leggi, è garante della libertà dei cittadini di pieno diritto. Ha doveri anzitutto verso se stesso. Italiani sono quanti risultano tali per scelta certificata, non “per caso”. Vale il motto antico: unione, salute, fratellanza. In un Paese drammaticamente friabile, questo è il terreno solido di un durevole “patto per l’Italia”.
Aldo A. Mola

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