L’ing. Cassano con il suo “Intervento nella discussione tra liberali”
(Catania, 28 marzo 2008) ripropone, spesso nella lettera,
sempre nella sostanza, le tradizionali posizioni del gruppo della
rivista “Critica Liberale” e del suo Direttore, Enzo Marzo.
Sono il primo a dover rispettare quelle tesi, perché, per decenni, ho
considerato “Critica Liberale” il principale punto di riferimento della
cultura liberale italiana. Esperienze, letture, studi, riflessioni, mi
hanno convinto che ero in errore. Ho scritto un libro di oltre seicento
pagine («Croce e Salvemini») per dimostrarlo; ma non posso certo
pretendere che abbia voglia di leggere il mio libro chi muove da
granitiche certezze e pensa di avere già capito tutto.
Croce ha scritto che John Stuart Mill era un confusionario; non si
tratta di dispute filosofiche: perché, ad esempio, Croce — prendendo le
distanze da Stuart Mill — criticava l’utilitarismo, che esprime un
punto di vista complessivo, filosofico, etico, politico. “Critica
Liberale” si fa appunto banditrice dell’utilitarismo e ritiene che
Stuart Mill sia stato pensatore eccelso.
Riassumo, con tutta la rozzezza imposta dall’esigenza di sintesi,
quelli che considero altrettanti errori teoretici di “Critica Liberale”
e della Sinistra liberale italiana in genere:
1) assumere come principali riferimenti ideali autori quali Gaetano
Salvemini, Guido Calogero, Norberto Bobbio, i quali tutti hanno
teorizzato che non ci fosse più spazio per partiti dichiaratamente
liberali, perché le cose migliori del lascito teorico del liberalismo
potevano realizzarsi soltanto con politiche schiettamente democratiche
e nell’ambito del socialismo riformista;
2) condividere l’impostazione del liberal-socialismo, o del socialismo
liberale, senza però avere l’onestà intellettuale di trarne le
conseguenze: cercare una sintesi ideale liberal-socialista, significa
già in partenza ammettere che il liberalismo, da solo, non basta più.
Del resto, per restare all’esperienza storica concreta, Carlo Rosselli
si iscrisse al Partito socialista unitario di Matteotti; Norberto
Bobbio si è sempre considerato socialista;
3) coltivare il mito del fronte comune laico, come argine alle vere, o
paventate, invadenze clericali. E’ la stessa impostazione del
settimanale “Il Mondo” di Pannunzio, chiuso nel 1966, senza che oggi si
faccia la benché minima riflessione critica sul perché le posizioni dei
radicali degli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo siano
rimaste estremamente minoritarie nella società italiana;
4) inseguire Pannella ed i suoi radicali, senza tenere conto che molti
dei difetti che rimproveriamo ai partiti attuali hanno origine proprio
nella cattiva prassi politica portata avanti da Pannella: quello
radicale, prima degli altri, è stato ed è un partito in cui le regole
statutarie interne sono carta straccia, in cui il leader carismatico
deve essere libero di dettare la linea e di contraddirsi, di parlare
quando vuole e quanto vuole, senza che i piccoli uomini e le piccole
donne che militano nel partito abbiano alternative fra il seguire il
leader, adoranti, o andarsene;
5) nutrire un vero e proprio complesso di inferiorità rispetto ai
partiti dichiaratamente “di sinistra”, o eredi della sinistra
“storica”; complesso che porta ad ignorare che, nella reale storia
italiana, le cose migliori del pensiero liberale, come la concezione
dello Stato di Diritto, o lo stesso ideale della laicità dello Stato,
sono state elaborate, e tradotte in istituti giuridici, grazie ai
politici della Destra storica, cioè gli eredi politici di Cavour.
Questi, ovviamente, sono argomenti che non hanno alcuna attinenza con
scadenze elettorali immediate; che non possono, cioè, essere
immiseriti, per stabilire come si debba votare il 13 aprile prossimo.
Tuttavia, effettivamente, ci sono questioni di principio che andrebbero
affrontate seriamente, una volta per tutte, prima di pensare a
riunificazioni liberali, in cui imbarcare tutto ed il contrario di
tutto. So perfettamente che i liberali italiani, quelli che continuano
a dichiararsi tali, hanno sensibilità diverse e vogliono cose molte
diverse. So perfettamente che con alcuni di loro non mi potrò intendere
e le nostre strade si divaricheranno sempre più. In particolare, chi
condivide le tesi della Sinistra liberale, nel senso predetto, non
vuole alcuna riunificazione liberale, anzi lavora per impedirla.
Qualsiasi soggetto politico liberale sarà sempre considerato “impuro”,
troppo di destra, troppo conservatore.
A me interessano soltanto i liberali che non si vergognano della
propria storia politica e che, per scelta, vogliono costruire una
posizione politica “terzista”, cioè intermedia fra i partiti maggiori,
con alcuni obiettivi precisi: a) ricostruire lo Stato, la sua legalità,
la sua efficienza; b) contrastare le degenerazioni della partitocrazia,
riducendo il numero delle cariche elettive, a tutti i livelli di
rappresentanza, ed abbattendo in modo rilevante i costi della politica;
c) legare le esigenze di buona amministrazione a quelle di salvaguardia
dell’ambiente naturale; ciò implica, tra l’altro: tendere alla gestione
ottimale del ciclo di raccolta e smaltimento dei rifiuti, aumentare la
produzione nazionale di energia e razionalizzare l’approvvigionamento
energetico, tutelare le risorse idriche quale bene in assoluto più
prezioso, difendere e valorizzare il patrimonio boschivo ed il verde
urbano; d) puntare ad una “società aperta” che valorizzi capacità e
merito, in modo da garantire un effettivo ed incessante ricambio
sociale in tutte le posizioni di vertice (nel governo, nelle
istituzioni rappresentative, nelle università e nella ricerca
scientifica, nelle pubbliche amministrazioni, nelle forze dell’ordine,
nella scuola, nel giornalismo), contrastando la logica attuale per cui
si fa carriera per cooptazione dall’alto ed il conformismo ed il
servilismo vengono scambiati con il merito; e) individuare soluzioni
istituzionali liberali: o una autentica Forma di governo parlamentare
(è la soluzione migliore; ed allora la legge elettorale dovrebbe essere
coerente, quindi non dovrebbe prevedere premi di maggioranza); oppure
una Forma di governo presidenziale, prevedendo però dei contrappesi
nella Costituzione per assicurare che l’Assemblea rappresentativa
conservi attribuzioni significative, in modo da realizzare un’esigenza
di bilanciamento fra i poteri.
Un partito liberale ritornato in Parlamento, secondo me, dovrebbe dare
i suoi voti ai governi ed ai progetti di legge che realizzano, di volta
in volta, esigenze liberali nel senso predetto, senza assumere
pregiudizialmente una caratterizzazione “di destra”, o “di sinistra”.
Naturalmente, so bene che queste mie valutazioni saranno volutamente
fraintese e maliziosamente interpretate; ma, da tempo, io ho la libertà
di chi non ha più obiettivi personali e vuole unicamente servire
l’esigenza di verità.
Per le questioni contingenti, rinvio all’articolo «Dei patimenti di un
elettore» (del 24 marzo scorso), che non è nostalgico, come qualcuno ha
osservato, ma che esprime l’imbarazzo di dover votare quando manca una
credibile scelta politica liberale.
Livio Ghersi

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