
Finalmente ho dormito un pochino meglio. Soprattutto perché per la prima volta ho dormito nel silenzio. Nessun caccia che ti passa sopra la testa in direzione Gaza. Zero elicotteri.
Gli elicotteri sono sempre stati portatori di pessime notizie per noi israeliani. Portano feriti di guerra gravi al vicino ospedale, l’Ichilov, uno degli ospedali in cui verranno accolti nei prossimi giorni gli ostaggi liberati.
Non si pensa che a loro. Al loro ritorno. Le ore passano lente. Torneranno già lunedì o martedì? E quando arriverà Trump? ( senza premio Nobel ahimè)
Alla piazza degli ostaggi si festeggia.
Alla vigilia del shabbat vi è stata indetta una preghiera pubblica per la festa di Sukkot che ricorda la vita del popolo di Israele nel deserto durante il viaggio verso la terra promessa. Sukkot appunto, poiché in capanne, le sukkot, si viveva nel deserto.
Questo Sukkot verrà ricordato negli anni a venire come la festa che quest’anno ha preceduto la terra promessa di Simhà Torà , la festa della Torà, il giorno della strage che quest’anno combacerà con il ritorno degli ostaggi e la fine della guerra.
A Sukkot è morto anche l’ultimo soldato della guerra che non ha un nome, a differenza di quella dei sei giorni, di kippur o del Libano.
Si chiamava Michael.È morto a Gaza, ucciso da un cecchino, minuti prima del cessate il fuoco. Qualche ora prima, in un palazzo di Gaza, erano stati uccisi dall’Idf due militanti Hamas.
L’ultimo soldato morto mi guarda ora dalla bellissima foto pubblicata nei media. E mi immagino l’annuncio alla famiglia, quando bussano alla porta e capisci cosa ti aspetta. Li vedo cercare nei cellulari e nei cassetti una foto davvero bella, che si veda che pezzo di ragazzo era. Penso a loro e non riesco più a gioire fino in fondo.
Credo di essere anch’io una post traumatica. Ho vissuto in questi due anni ogni emozione possibile, da paura esistenziale a impotenza, da rabbia a delusione, a grande disperazione. E finalmente anche alla speranza . Avevo spesso cercato di sfuggire alle notizie più cruente, di chiudere il giornale Haaretz che ricevo ogni mattina senza neanche leggerlo, per non soffrire. Per non sapere. Per salvaguardare la mia salute mentale. Per non pensare troppo.
Non sono stata l’unica. A dirlo non sono solo le mie soggettive sensazioni ma anche i dati raccolti dai polsi di migliaia di persone in un progetto di ricerca che ha monitorato migliaia di israeliani tramite il loro smartwatch. I risultati, pubblicati da un importante giornale scientifico di salute mentale descrivono con esattezza le caratteristiche fisiologiche ed emotive del trauma israeliano.
Lo racconta Maya Ronen proprio nel giornale Haaretz, in un articolo dell’otto ottobre.
Gli indicatori – frequenza cardiaca, ore e qualità del sonno, numero di passi e distanza percorsa – sono stati scelti per la loro relazione con ansia, depressione e disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Dopo il 7 ottobre, tutti i parametri peggiorano in modo significativo: i passi scendono, mentre sonno e umore mostrano un chiaro peggioramento. E non tornano al livello pre-guerra neanche dopo mesi. Insomma l’impatto del 7 ottobre su stress, ansia e PTSD è stato senza precedenti, anche tra persone non direttamente esposte.
Ma chi di noi non è stato direttamente esposto?
Chi di noi quindi non è post traumatico?
Di certo l’uso di anti depressivi è aumentato in maniera esponenziale.
E come torneranno ora gli ostaggi, quasi tutti giovani uomini? Riusciremo a salvarli? A riportarli a una vita normale?
A Gaza altri giovani uomini, soldati di leva israeliani della brigata Golani che a vent’anni hanno già fatto in tempo a combattere e a vedere morire molti loro commilitoni , ballano e cantano felici.
La guerra è finita.
Manuela Dviri

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