
Il Comitato norvegese per il Nobel per la Pace non se l’è sentita di assegnare il premio a Trump, grande amico e complice del criminale Netanyahu responsabile del genocidio dei palestinesi, però non gli è mancata la faccia di assegnarlo a María Corina Machado, figura di estrema destra venezuelana, da anni sostenitrice delle politiche di Washington e del Likud israeliano, e tutt’altro che una paladina della pace.
Discendente di un’antica famiglia aristocratica, Machado si è distinta negli anni per le reiterate invocazioni a un intervento militare straniero contro il governo dittatoriale di Caracas, definito da lei un regime criminale. Nel 2023 ha vinto a valanga le primarie dell’opposizione – pur essendo ineleggibile – presentandosi come la “lady di ferro” del Venezuela, con un programma di privatizzazioni e smantellamento dei programmi sociali, sulla scia di Milei e delle destre riunite dai neofascisti di Vox in Spagna, con cui Giorgia Meloni intrattiene intense relazioni.
Il Comitato norvegese, evidentemente non privo di un certo senso dell’ironia, l’ha celebrata come “simbolo di democrazia e di speranza”.
In realtà, la decisione è un gesto politico utile a compiacere la Casa Bianca nello scontro con il Venezuela del dittatore Maduro. Gli Stati Uniti, infatti, hanno minacciato operazioni militari contro obiettivi legati al narcotraffico venezuelano, con il sostegno entusiasta della nuova Nobel, ovviamente per “portare la democrazia”.
La flotta americana è già davanti alle coste del Venezuela e Trump, che già durante la prima presidenza aveva minacciato l’uso della forza fino all’ipotesi d’invasione, mantiene verso Caracas una linea è militare e coercitiva.
Posso sbagliarmi, ma il senso dell’assegnazione del premio Nobel alla violenta estremista di destra Machado sembra proprio essere un segnale per il futuro: se dovesse accadere che l’America di Trump attui un’azione militare contro il Venezuela il mondo occidentale sa già da che parte stare, in barba ad ogni violazione del diritto internazionale.
È sorprende -ma fino ad un certo punto- che le più importanti guerre in corso siano in Ucraina e nel Medio Oriente e che in America Latina, il cortile di casa degli USA, le tensioni si concentrino proprio sul Venezuela; un paese, amico della Cina, della Russia e dell’Iran, e appartenente al Sud del mondo.
Se questo Paese utilizzasse con efficenza le sue risorse petrolifere, le più grandi al mondo, potrebbero essere rimessi in discussione gli equilibri commerciali e di potere internazionali e un colpo esiziale potrebbe essere dato al greggio americano ricavato dal fracking (in italiano: fratturazione idraulica): una tecnica altamente inquinante per estrarre petrolio e gas.
Non voglio certo avanzare nessuna deterministica considerazione. Però, è un fatto che la guerra in Ucraina ha spinto prezzi e domanda europea a favore del greggio e del gas americani. L’invasione e le sanzioni UE sui barili russi hanno rialzato i prezzi nel 2022 e riorientato i flussi; cosicché le esportazioni di greggio USA verso l’Europa sono salite a livelli record.
D’altra parte, nessuno può negare che in Medio Oriente le risorse energetiche e le vie di transito amplifichino le rivalità già esistenti (politiche, territoriali, religiose e identitarie).
Non tutte le guerre che avvengono in quella regione sono automaticamente “legate al petrolio” ma petrolio e gas influenzano strategie, obiettivi militari e diplomazia in modo decisivo. Ed è evidente che il sostegno degli USA a Israele, definita la sentinella dell’Occidente, non prescinde certo dalla necessità di mantenere il controllo sull’area per ragioni connesse alla importante fonte di energia.
Si sta parlando di nazioni e aree geopolitiche -Ucraina, Medio Oriente, e Venezuela- ricchissime di petrolio e di gas e, come nel caso dell’Ucraina, anche di “terre rare” materie prime preziose per lo sviluppo tecnologico.
Nella lotta per l’egemonia del mondo l’energia svolge un ruolo determinante e si associa frequentemente all’uso delle armi e alla guerra.
È in questo contesto che, a mio avviso, si può leggere l’assegnazione del premio Nobel ad una politica violenta di estrema destra come è Maria Corina Machado.
A conferma di ciò, volendo continuare su questa interpretazione, c’è anche il fatto che la Norvegia, a sua volta, è un civilissimo Paese che vive in gran parte sullo sfruttamento delle risorse petrolifere nel Mare del Nord (baricentro storico), Mare di Norvegia e Mare di Barents.
E infine, cosa ci si può aspettare di diverso da un premio istituito, per lavarsi la coscienza, da un signore, Alfred Nobel (1833–1896), svedese, inventore della dinamite, che accumulò una grande fortuna proprio con l’industria degli esplosivi?
In sintesi, il Nobel a Machado appare più come un premio dato nel segno della geopolitica piuttosto che della pace, con cui non ha nulla a che fare.
Mi rendo conto che queste considerazioni, improntate al realismo, che alcuni possono ritenere eccessivo, risultano amare e persino dolorose.
Ma una speranza può esservi: una sinistra che a livello mondiale, quindi in Europa e anche in italia, alzi seriamente la bandiera dell’ambientalismo e del pacifismo e della giustizia sociale.
Perché, come aveva capito bene nel secolo scorso, Enrico Berlinguer non può certo esservi giustizia sociale se c’è la guerra.
Enrico Rossi

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