
In una legge di bilancio, se la coperta è troppo corta (sotto i 20 miliardi) prevale la contesa politica fratricida su chi porta a casa vantaggi elettorali. Con in più il tira e molla nella Lega tra un Ministro cauto con i conti e un segretario più preoccupato del sorpasso di Forza Italia che della tenuta dell’economia.
Per ora manca la qualità, la svolta coraggiosa.
Prendiamo per esempio il rapporto tra giovani e anziani: pensioni o incentivi al lavoro?
Servono 3 miliardi per annullare lo scatto automatico di tre mesi dell’andata in pensione dal 2027, sancito dalla legge Fornero, legata alla durata media in vita.
La domanda è: sarebbero 3 miliardi spesi bene? Perché non girarli dai nonni ai nipoti?
L’idea, che ha il difetto di essere nata alla Leopolda su proposta dell’economista PD Nannicini, è radicale: togliere la tassazione nella nuova occupazione strategica nei primi anni di lavoro (start tax).
Costa un po’ di più, 4 miliardi, ma magari un miliardo potrebbe essere recuperato da una minitassazione per così dire educativa: in fondo è bene far comprendere l’importanza del contributo alla collettività anche quando lo riduci.
Tre mesi di più in azienda in cambio di lavoro meglio remunerato ai nipoti sono peraltro uno scambio che molti prepensionandi accetterebbero. Meglio che girare a loro quote di una magra pensione.
In casa leghista (o solo in casa Salvini?) non si vuol rinunciare all’adorato sfregio alla Fornero e avere finalmente il suo scalpo.
Giorgetti tenta mediazioni varie: non far scattare la permanenza al lavoro per i fragili o usurati (ma riguarderebbe solo il 3%), oppure dividere per tre l’onere, un mese alla volta per tre anni.
Vedremo come finisce, ma va segnalato che su questo nodo si gioca almeno in parte la capacità innovativa del bilancio, già sicuramene appesantito da vecchi espedienti come i condoni.
L’altra grande questione di qualità riguarda un tema ormai ineludibile: livello dei salari e tassazione del ceto medio. Innovativa potrebbe essere l’idea di sgravare la tassazione della parte per così dire dinamica degli stipendi: rinnovi contrattuali, straordinari, produttività. La misura (che si sta pensando di introdurre al 10% flat) andrebbe ad aggiungersi ad una minirevisione dell’aliquota chiave del 35% sui redditi tra 28 mila e 50 mila. La si vuole portare al 33%, ma quei due punti in meno significano una cinquantina di euro per chi sta nella parte bassa della forchetta e 400 (un caffè al giorno) per chi è sulla parte alta. Vale la pena investire in questo 4 miliardi? Che per di più dovrebbero essere pagati da chi sta sopra 50 mila di reddito. Si consideri che questi sono coloro che versano già il 40,3% dell’Irpef pur essendo numericamente il 5,8% dei contribuenti. Considerati nababbi, osserva Luigi Marattin, tagliati fuori dai calcoli Isee e detrazioni fiscali, con tassazioni applicate all’estero solo a chi guadagna più di 200 mila euro.
Un bel rebus, per chiunque governi. E’ per questo – mentre la decrescita industriale è ripresa pesantemente in agosto – che il giudizio politico su questa manovra in sé magra deve allargarsi ad orizzonti più larghi e investire la politica generale e la linea dei partiti. Anche dell’opposizione, che fa controproposte (compresi gli extraprofitti incostituzionali) ma non indica coperture.
Oltretutto, non si parla di due questioni-chiave: la difesa (si aspetta l’ok UE per spendere in deficit e tornare nei guai) e lo scarso contributo alla crescita del Pnrr.
Se per far tornare i conti dobbiamo torcere il braccio alle banche evitiamo almeno di impedire operazioni di libera razionalizzazione del sistema del credito per impedire con il golden power la fusione tra due istituti italiani, e interveniamo invece pesantemente su questioni come l’ex Ilva (acciaio italiano, in tempi di dazi) o il ruolo calante di Stellantis, o la politica energetica ad altissimo costo.
La legge di bilancio può anche essere una piccola cosa ma allora è la politica economica e industriale che bisogna prendere in mano. La presidente del Consiglio vanta stabilità e va bene, ma i Ministri assicurino competenza e attenzione al tema più importanti di tutti, la crescita del Paese. Che non c’è.
Beppe Facchetti

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