
C’era un tempo in cui il parlamentare rappresentava davvero un territorio. Non per finta, ma perché di quel territorio era figlio. Doveva conoscere le persone, ascoltarle, e poi tornare a rendere conto del proprio operato. Ogni volta che metteva piede al mercato o al bar del paese sapeva di poter incontrare chi lo aveva votato: qualcuno gli avrebbe stretto la mano, qualcun altro gliel’avrebbe stretta un po’ meno volentieri. Ma era così che funzionava la democrazia: un rapporto diretto, reale, con la terra e con la gente. Poi qualcosa si è incrinato. Oggi il deputato “di casa” è una specie in via d’estinzione. Nei collegi ritenuti sicuri vengono paracadutati candidati freschi di curriculum marziano, che non saprebbero orientarsi nemmeno col navigatore – anzi, da quelle parti si dice usino ancora le cartine della Esso. Solo una metafora, naturalmente. Entrano in Parlamento e si trasformano in esperti di tutto: geopolitica, diritto internazionale, teoria dello Stato, storia sociale. Commentano le mosse dei leader mondiali come fossero cronisti di un incontro di boxe, ma spesso non saprebbero distinguere un agricoltore da un artigiano. Intanto il Paese vero arranca. Le banche, un tempo casse di risparmio che investivano nei sogni di chi lavorava, oggi non investono più su nessuno. Ti accolgono con un sorriso aziendale e ti chiedono il bilancio consolidato degli ultimi tre anni. Peccato che tu l’impresa la debba ancora aprire. “Ci lasci un recapito, la richiameremo.” E alla fine apri sì un conto, ma senza bancomat. Figuriamoci la carta di credito: quella si guadagna con la fiducia. Ma la fiducia di cosa, dei miei soldi? Allora li tengo a casa col cane. Nel frattempo si prepara l’ennesimo confronto politico, stavolta sul referendum per la giustizia. E già si scaldano le voci: a destra danno dei comunisti a sinistra, a sinistra rispondono dando dei fascisti a destra. Un disco rotto che ripete sempre le stesse tracce: le stragi, le Brigate Rosse, i picchiatori neri, il fantasma del passato che torna ogni volta utile a nascondere il presente. E così, mentre ci si accapiglia sulla guerra in Ucraina o sul riarmo, metà delle scuole pubbliche ha ancora i tetti in eternit. Ma l’eternit non era pericoloso?
Arriva il Natale, e con lui la generosità a tempo determinato. Fuori dai supermercati si moltiplicano i banchetti dei club service, dei benefattori dell’ultimo mese. Pasta, pomodori in scatola, pacchi alimentari ovunque. L’altro giorno un povero Cristo mi raccontava che gliene avevano portati così tanti da poter sfamare una squadra di calcio. Peccato che non riesca a lavarsi i denti, perché il dentifricio non c’era. Robe da Natale. Meglio rivolgersi a chi la solidarietà la fa davvero, come la Caritas o la Croce Rossa, che almeno conoscono la differenza tra aiuto e spettacolo. Eccoci qui: un Paese pieno di entusiasmo, di buone idee e di generosità, ma con poca terra sotto i piedi. Un Paese come i suoi politici: pronti a parlare di tutto, tranne che delle cose che contano. Bravissimi nei convegni, meno nelle strade. Capaci di citare la geopolitica, incapaci di guardare in faccia un elettore. Ci vantiamo di essere creativi, solidali, appassionati. Ma la verità è che siamo diventati spettatori distratti della nostra stessa decadenza. Forse dovremmo tornare a sporcarci le mani, a respirare la polvere delle nostre città e dei nostri paesi, a pretendere che chi ci rappresenta sappia almeno dove si trova sulla mappa. Perché di idee ne abbiamo fin troppe. Quello che manca, semmai, è la concretezza. E un po’ di coraggio nel restare con i piedi per terra.
Angelo Santoro

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