
Parlare oggi di pace con l’Iran è un evidente esercizio retorico. Ormai tutti hanno compreso che mancano le condizioni minime, manca un terreno comune, manca soprattutto una linea credibile. Quando le parti non condividono obiettivi né linguaggi, la parola “pace” serve solo a guadagnare tempo.
L’Iran è evidentemente costruito per resistere, non per cedere e inginocchiarsi ai voleri di Trump, il flagello di Dio. Un sistema che assorbe pressioni e rilancia su altri piani, mantenendo un equilibrio interno che si alimenta anche del confronto esterno. Dall’altra parte c’è un’amministrazione americana che alterna ultimatum e retromarce, sparate dialettiche rimangiate quattro secondi dopo, senza una direzione chiara. Comunicazione aggressiva, discontinua, spesso e volentieri contraddittoria. Non a caso la credibilità di Trump è in caduta libera insieme al consenso, mentre gli alleati si irrigidiscono e viene concesso tempo agli avversari.
Le pressioni diplomatiche non nascono dal nulla. Chi è stato trascinato dentro questo schema si trova a gestire conseguenze che non controlla, diciamolo chiaramente. L’Europa si muove sul filo di una lametta, divisa tra il mantenere rapporti e il non farsi risucchiare in un gioco che non le appartiene. Il tentativo di frammentarla per trattare con i singoli Stati è evidente, ma è una strategia improbabile. Il contesto globale non è più quello di decenni fa, e forzarlo in quella direzione significa aumentare l’instabilità senza avere il controllo degli effetti.
Sul fondo c’è anche la questione monetaria. L’idea di riportare il dollaro al centro attraverso tensioni pilotate è vecchia, oggi fuori scala. In un sistema interconnesso, ogni scossa rientra amplificata. Non esistono più crisi locali gestibili a comando.
Anche Israele, al di là delle dichiarazioni ufficiali, continua a trovarsi in difficoltà, perché non esiste una convergenza strutturale con i piani di Trump. Le strategie non coincidono, i tempi non coincidono, e questo genera attriti operativi e politici che complicano ulteriormente un quadro già instabile.
Dentro questa logica si muove un approccio che ricorda il principio del “muoia Sansone con tutti i filistei” (diciamolo piano, altrimenti ci tacciano di genocidio… ), alzare lo scontro fino a rendere il danno generalizzato. È una leva che non funziona. Quando il sistema è al capolinea, non pieghi gli altri, spezzi anche te stesso.
La superficialità trumpiana, alla resa dei conti, è tutta qui. Nel credere stoltamente che basti alzare il tono, imporre scadenze, minacciare interventi per ottenere risultati strutturali. Così si entra in una sequenza obbligata dove ogni mossa restringe il margine della successiva, fino a non avere più vie d’uscita.
E diciamolo sottovoce, perché basta poco per essere etichettati nel modo più comodo: appena provi a separare analisi e narrazione, scatta l’accusa più estrema. Si evita il merito, si sostituisce il confronto con lo slogan. In questo clima diventa impossibile discutere seriamente, perché ogni parola viene piegata a un uso politico immediato.
Il risultato è un sistema che si avvita. Gli Stati Uniti rischiano di consumare risorse e credibilità in una spirale che non controllano più. Gli alleati si allontanano, gli avversari si adattano. La pace resta una parola vuota. L’instabilità diventa la regola. E quando ci entri, uscirne non è semplice. Nel frattempo, Hormuz resta chiuso.
AtSalut e alla prossima puntata, che non sarà decisiva come le precedenti sparate trumpiane, a parte.
Piero Terracina

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