
Il prossimo 29 aprile ricorrono i 120 anni dalla nascita di Enrico Mattei. Non è una semplice ricorrenza, ma un’occasione per interrogarsi su cosa rappresenterebbe oggi la sua figura in uno scenario internazionale dominato dalla crisi energetica, dalle tensioni geopolitiche e dalla ridefinizione degli equilibri globali. Mattei non fu soltanto un manager pubblico, né soltanto il fondatore dell’Eni moderna. Fu un politico dell’energia, capace di leggere in anticipo ciò che oggi appare evidente: che il controllo delle risorse energetiche non è solo una questione economica, ma uno strumento di sovranità. In un tempo in cui l’Europa si scopre fragile, esposta a shock esterni e costretta a rincorrere le emergenze, la lezione di Mattei appare di una attualità sorprendente.
La sua strategia era chiara: diversificare le fonti, costruire relazioni dirette con i Paesi produttori, rompere i monopoli delle grandi compagnie internazionali. Il rapporto con l’Iran, allora sotto lo Scià, rappresentò uno dei pilastri di questa visione. Oggi, mentre il dossier iraniano torna al centro delle tensioni globali e si affacciano scenari di possibile riassetto politico – con il nome di Reza Pahlavi che riemerge nel dibattito internazionale – la domanda è inevitabile: quale sarebbe la posizione di un “uomo di Mattei” in questo contesto? Probabilmente non quella di un semplice allineamento, ma quella di una ricerca autonoma di interesse nazionale ed europeo. Lo stesso vale per il tema del gas russo, tornato indirettamente nel dibattito dopo le dichiarazioni dell’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi, che ha richiamato la necessità di un approccio pragmatico alla sicurezza energetica. Mattei, su questo terreno, non avrebbe avuto esitazioni ideologiche. Avrebbe valutato le condizioni, i rischi, i vantaggi, e avrebbe agito di conseguenza.

C’è in Mattei una lezione che oggi sembra smarrita: la capacità di tenere insieme politica, economia e visione strategica. Non c’era in lui separazione tra questi livelli. L’energia era uno strumento di politica estera, ma anche di sviluppo interno, di autonomia industriale, di costruzione di consenso. Oggi, al contrario, l’Europa appare divisa, spesso incerta, talvolta subordinata a dinamiche che non controlla. Il risultato è una politica energetica che rincorre gli eventi invece di anticiparli. Ed è proprio in questa distanza tra allora e oggi che si misura l’attualità di Mattei. Non come modello da imitare in modo acritico, ma come riferimento per un approccio più consapevole e meno ideologico.

Metanopoli 4 dicembre 1961 da sinistra: il sindaco Luigi Mannucci, il premier on. Amintore Fanfani, il presidente e fondatore di Eni l’ingegner Enrico Mattei e dietro di loro in divisa l’allora Maggiore dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, durante la visita del Presidente del Consiglio dei ministri al centro direzionale dell’Ente Nazionale Idrocarburi in occasione della festa dedicata a Santa Barbara protettrice dei minatori e dei lavoratori del petrolio.
C’è poi, per chi scrive, anche un elemento personale. La figura di Mattei non è soltanto un capitolo della storia economica italiana, ma un ricordo che attraversa la mia storia familiare. Mio padre, Luigi Mannucci, sindaco socialista nella stagione di Metanopoli a San Donato Milanese, ebbe con Mattei un rapporto diretto. E forse è anche per questo che la curiosità verso quell’uomo non si è mai esaurita. Non per nostalgia, ma per la sensazione che in quella stagione ci fosse una capacità di visione che oggi fatichiamo a ritrovare. A centoventi anni dalla nascita, Mattei non è solo una figura da celebrare. È una domanda aperta. Su ciò che siamo diventati. E su ciò che potremmo ancora essere.
Cesare Mannucci

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