Esistono poesie che cercano il consenso. E poi esistono testi che, piaccia o meno, scelgono di disturbare.
Quella che segue appartiene alla seconda categoria. La definisco provocatoriamente una “(non)poesia” perché rinuncia a molte delle convenzioni della poesia lirica e civile per assumere il tono dell’invettiva. È un personale testamento etico rivolto al sistema poetico italiano: ai premi percepiti come già decisi, ai poeti che finiscono per trasformarsi in soubrette di sé stessi, a una critica che talvolta sembra limitarsi a ratificare quanto esposto nei salotti.
Viviamo un tempo in cui, troppo spesso, il poeta viene prima della poesia. Si costruisce un personaggio, si alimenta una presenza, si misura il successo in fotografie, autopromozioni e riconoscimenti annunciati. Nel frattempo, il testo rischia di diventare un dettaglio.

L’espressione “poeti di plastica” non indica una categoria di persone, ma un atteggiamento: quello di chi assoggetta la poesia all’esposizione permanente di sé.
L’invettiva, del resto, appartiene da sempre alla tradizione poetica. Non consola. Non media. Esagera per mettere a fuoco un fenomeno. Anche questa poesia nasce da quell’esigenza: non per colpire qualcuno, ma per interrogare un sistema che sembra aver dimenticato che il centro dovrebbe essere la poesia, non il numero di like ricevuti dal poeta.
Un coglione e altra plastica
Svendete parole
nei salotti lucidi.
Quattro applausi
tra gli amici degli amici.Qualcuno piange.
Ha vinto un premio.
Sorpreso
lo sapeva soltanto da sei mesi.Un coglione si autoselfa
steso in un letto d’albergo.
Pure lui si chiama poeta.Io, che la poesia non la possiedo,
sorrido
mentre i poeti
— quelli di plastica —
l’ammazzano.
Inedito, 2026
Zairo Ferrante

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