
La prima comunicazione ufficiale della nuova guida iraniana Khamenei II non è arrivata con un discorso. Non è arrivata con un’apparizione pubblica. Non è arrivata nemmeno con un collegamento video.
È arrivata con una fotografia.
Sul teleschermo della televisione di Stato è comparsa l’immagine della nuova guida suprema. Ferma. Immobile. Accanto, una speaker che leggeva un testo infarcito di retorica rivoluzionaria, minacce rituali e promesse di vendetta.
Una scena che, più che un discorso, somigliava a una pantomima.
Un Paese nel pieno di una guerra regionale riceve il primo messaggio della sua guida politica da una fotografia. Non una parola pronunciata in prima persona. Non un volto che parla. Solo un comunicato letto da altri.
Già questo basterebbe a raccontare molto.
Il contenuto, neanche a dirlo, è la solita liturgia abituale del regime. Martiri da vendicare. Nemici da colpire. Guerra che continuerà. Minacce cicliche sullo stretto di Hormuz e proclami di resistenza contro l’Occidente. Parole dure. Ma prive della cosa che nei sistemi di potere conta davvero: la presenza.
Quando un leader non parla e non si mostra, lo Stato prova comunque a riempire il vuoto. Si costruisce un rituale mediatico. Si monta un teatro politico. Si finge normalità.
Il risultato è esattamente quello visto in televisione. Un’immagine statica. Una voce prestata. Un discorso che sembra uscito da un copione scritto quarant’anni fa.
I regimi autoritari vivono di simboli, è noto. La forza deve essere visibile. Il comando deve avere un volto. La catena di potere deve apparire compatta. Qui accade il contrario; la scena trasmette la sensazione di un potere che tenta di mostrarsi solido mentre lascia intravedere crepe profonde.
Nel frattempo la guerra continua e, al di là delle consuete fanfaronate trumpiane che riempiono i talk show e i social, la realtà militare racconta un’altra storia.
Il lavoro sporco lo sta facendo Israele, diciamo la verità; operazioni chirurgiche, eliminazioni mirate, infrastrutture strategiche colpite una dopo l’altra. Non una guerra spettacolare fatta di invasioni e bandiere, ma un processo lento di demolizione della capacità operativa del sistema iraniano. Le milizie proxy, Hamas e Hetzbullah, oramai agonizzanti. Una guerra di intelligence, infiltrazioni e logoramento della catena di comando.
Dentro questo contesto la scena della fotografia assume un significato quasi simbolico: un regime che per quarant’anni ha costruito la propria immagine sulla forza ideologica e sulla rigidità teocratica si trova oggi a comunicare attraverso un’immagine immobile e una voce presa in prestito.
Un potere che per decenni ha ostentato controllo assoluto appare improvvisamente opaco, fragile, quasi fantasmatico. Una guida suprema che inaugura il proprio mandato senza farsi vedere è il ritratto perfetto di un sistema che tenta di restare in piedi mentre il terreno frana sotto i piedi.
E quando un potere comincia a parlare attraverso fotografie, non è certo un buon segno.
Piero Terracina

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