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Una guerra globale in cui è in gioco tutto il Medio Oriente

di Alberto Pasolini Zanelli | 4 Agosto 2014

Netanyahu lo ha spiegato: non ha senso smettere per poi ricominciare, questa volta la partita è finale, i soldati israeliani non lasceranno Gaza. Potranno addirittura restarci per sempre.

La “notizia del giorno” è una non-notizia. Lo sarebbe stata se la tregua appena annunciata nei feroci combattimenti in corso a Gaza fosse durata anche solo la metà delle settantadue ore di vita che le erano state diagnosticate e promesse. È bastata la prima violazione perché si disintegrasse la “svolta” sorprendentemente annunciata da personaggi importanti ma lontani, anche fisicamente, da quella terra intrisa di sangue: Barack Obama dall’India e il Segretario dell’Onu dal suo grattacielo a New York. Decisamente surreale suonava poi l’accettazione delle parti, in così marcato contrasto non solo con le loro azioni ma anche con le loro stesse parole, pronunciate e ripetute pluriquotidianamente e, purtroppo, prevedibili e coerenti. Anche la scelta dei “mediatori” era parsa a dir poco sorprendente a chi tenga presente almeno un poco gli intricati sentieri della crisi e della guerra. Hamas aveva ben poco interesse ad abbassare la temperatura di un conflitto rovinoso per la vita e la morte degli abitanti di Gaza ma fruttuoso per la sua popolarità, che inevitabilmente cresce con l’indignazione per la misura e i metodi del nemico; altrettanto poco credibile era una “conversione” da parte di Netanyahu, superfalco di sempre e che a quanto pare sta vincendo una sua battaglia parallela, riuscendo a compattare come non mai l’opinione pubblica israeliana.

Niente di quello che i belligeranti hanno fatto finora poteva indicare un’evoluzione delle rispettive strategie, che nel linguaggio più articolato dei dirigenti dello Stato ebraico si riassume nella decisione non di “indebolire” Hamas come era stato il fine dei precedenti, periodici interventi militari, bensì di spezzarle la schiena all’insegna di un’antica e tristissima verità: la guerra è guerra. Lo ripetono anche i sostenitori in America, come Eliot Cohen, che nell’attaccare Obama per le sue esitazioni, lo mette addirittura a contrasto con Abraham Lincoln durante la guerra civile americana e cita un suo messaggio al generale Grant nei giorni conclusivi di quel conflitto: “Continua a stringere e mordi e soffoca più che puoi”. È quello che sta accadendo e nulla indica, ripeto, che la tendenza stia per invertirsi. Netanyahu lo ha spiegato: non ha senso smettere per poi ricominciare, questa volta la partita è finale, i soldati israeliani non lasceranno Gaza. Potranno addirittura restarci per sempre.

Non tutti gli americani la pensano così. La falange dei “falchi” è solida e compatta ma l’opinione pubblica non è più così quasi unanime come lo era stata finora in tutte le occasioni in cui il destino dello Stato ebraico era stato o era parso in gioco. Sessanta americani su cento continuano a sostenerlo, ma il rapporto già si inverte fra i giovani americani, che per la prima volta mostrano “simpatie” non per la causa araba in genere, ma per la popolazione di Gaza, le sue sofferenze e la sua assenza ormai di speranze. Fra coloro che esprimono opinioni più “equilibrate” si fa strada, d’altro canto, la convinzione realistica secondo cui a questo punto il male minore è proprio che la “striscia maledetta” torni ad essere annessa ad Israele e le sue ridotte autonomie vengano riconsegnate a chi governa il resto della Palestina. L’atmosfera però non è evidentemente favorevole neppure a un ripensamento del genere. Anche perché, va ripetuto, la “guerra di Gaza”, sanguinosa quanto ridotta geograficamente, non è un conflitto isolato e neppure a due, ma è parte di una guerra globale in cui è in gioco tutto il Medio Oriente e le cui dimensioni e i cui rischi sono paragonabili, per una malvagia ironia della Storia, a quelli che sconvolsero l’Europa cento anni fa, calcolati non più sul calendario ma addirittura sul cronometro.

(letter from Washington)

Pubblicato in : Primo piano

Info Alberto Pasolini Zanelli

Alberto Pasolini Zanelli, giornalista e scrittore da anni residente a Washington.

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