
L’esplosione che ha distrutto l’auto di Sigfrido Ranucci non è un semplice atto intimidatorio. È un assalto frontale alla democrazia, al suo cuore pulsante: la libertà di informare. Colpire un giornalista d’inchiesta come Ranucci non è un caso isolato. È il sintomo di una società che cerca di imbavagliare il dissenso e piegare il giornalismo a narrazioni servili.
La matrice mafiosa, indicata dalla DDA, svela una verità cruda: il racconto critico spaventa. Scalfisce poteri consolidati. Ma la criminalità organizzata non agisce nel vuoto. C’è una precisa responsabilità politica in questo clima di ostilità verso la stampa libera. L’esecutivo, anziché proteggere chi fa il watchdog, adotta toni ambigui, quando non apertamente ostili, verso le voci scomode. Solidarietà di facciata, mentre si alimenta una retorica che dipinge l’inchiesta come atto sovversivo.
Nell’era della disinformazione pilotata, il lavoro di giornalisti come Ranucci è vitale. E pericoloso. Minacce, pedinamenti, una scorta dal 2014. E ora una bomba. La libertà di stampa è sotto assedio concreto, non astratto.
Questo episodio impone una riflessione urgente. Difendere l’informazione non è uno slogan. Richiede un impegno inequivocabile, una sterzata netta contro chi, anche solo con le parole, legittima la repressione della verità. Trasparenza e diritto a un’informazione corretta sono pilastri non negoziabili.
Il governo Meloni deve capire: proteggere i giornalisti non è solo questione di sicurezza. È una scelta politica fondamentale. Un paese che abbandona chi racconta i fatti, perde la sua anima democratica. La partita si gioca nelle strade, nelle redazioni, nelle coscienze. Ranucci non si è piegato. E il silenzio complice di fronte a questi attacchi? È la resa a un regime dell’informazione che dobbiamo rifiutare.
Con ogni mezzo.
Daniela Piesco

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