
Il sequel continua e ogni giorni si arricchisce di aneddoti ed episodi. Vedere tuttavia un presidente americano mettersi di fatto contro l’Europa mentre, nei fatti, finisce per fare il gioco dei regimi russi è qualcosa che, onestamente, sembrava impensabile fino a pochi anni fa. E invece eccoci qui, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, presidente in carica a tutti gli effetti.
La scena è già di per sé assurda. Da una parte c’è un capo di Stato che pretende di dettare l’agenda a un presidente in guerra, spiegandogli quando votare, come organizzare le elezioni, quali condizioni politiche devono rientrare nel pacchetto. L’Ucraina non viene trattata come un paese sovrano ma come un fascicolo sul tavolo, una pratica da gestire in funzione degli interessi interni americani e dei messaggi da mandare a Mosca e a Bruxelles.
Poi c’è il capitolo ricostruzione. Non se ne parla come di un dovere verso un alleato devastato, ma come di un affare da blindare. Prima si imposta il quadro politico secondo i propri comodi, poi ci si candida a gestire i lavori, i flussi di denaro, le aziende che entreranno in campo quando le bombe si saranno fermate. Non è solidarietà, non è difesa di principi. È gestione di potere presentata come piano di pace.
In tutto questo, il Cremlino deve fare pochissimo. Putin guarda e incassa. Ha passato anni a sfruttare la dipendenza energetica europea, ora assiste a un’America che manda segnali ambigui sul sostegno a Kiev e litiga apertamente con l’Europa. Più l’Occidente si divide, più la narrazione russa può presentare il conflitto come un normale scontro di interessi tra grandi potenze, non come l’aggressione di uno stato contro un altro.
Il paradosso è evidente. Per decenni gli Stati Uniti si sono presentati come il baluardo contro i regimi autoritari, il punto di riferimento del mondo democratico. Oggi il presidente in carica tratta un paese invaso come un elemento negoziabile, usa il tema delle elezioni come leva di pressione e parla di ricostruzione come se fosse una grande commessa da assegnare. A parole difende l’Occidente, nei fatti ne indebolisce la compattezza.
E l’Europa? L’Europa guarda, prende nota e, in parte, si diverte. Non perché la guerra faccia ridere, ma perché certe uscite americane sfiorano l’assurdo. Mentre a Washington ci si concentra su slogan, interviste e sceneggiate mediatiche, l’Unione continua a pagare il conto: armi, fondi, accoglienza ai profughi, sanzioni che pesano sulle economie interne. Con tutti i suoi limiti, mantiene una linea semplice: un paese aggredito ha diritto a difendersi, i confini non si barattano a tavolino per far comodo a chi urla di più.
Dietro quel sorriso amaro con cui l’Europa osserva la scena c’è soprattutto la memoria. Il continente sa bene dove portano le ambiguità su sovranità e confini, ha già visto cosa succede quando si comincia a considerare “realistiche” le pretese di chi usa la forza. Per questo non rincorre ogni sparata d’oltreoceano e prova a restare il più possibile coerente, pur tra mille contraddizioni interne.
Il risultato finale è questo: Putin applaude in silenzio, il presidente americano gioca a fare il regista di guerra e pace, e l’Europa, che per anni è stata trattata come il soggetto lento e poco incisivo, finisce per essere l’unica a mostrare un minimo di continuità. Non c’è nulla di epico, non c’è nulla da esaltare. C’è solo la constatazione che, se l’Europa smette di essere lucida proprio adesso, il prezzo delle avventure altrui lo pagherà ancora una volta sul proprio territorio.
Mai avremmo pensato di arrivare a questo ribaltamento di ruoli. Ma il quadro è questo, e tocca prenderne atto senza giri di parole.

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